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Nella
prima conversione la persona deve fronteggiare gli aspetti più
concreti del peccato. La riflessione teologica ha identificato sette
radici da cui si originano tutti gli altri peccati minori e li ha indicati
come "vizi capitali": superbia, accidia, invidia, ira, avarizia,
intemperanza, lussuria. Questi però non vanno considerati come
i peccati più gravi, che invece sono: l'eresia, l'apostasia,
la disperazione della salvezza e il peccato contro lo Spirito. Queste
sette radici non sempre si presentano con il valore di peccati mortali.
E' importante comunque tenere d'occhio queste sette radici, perché
tutti noi ce le abbiamo dentro, anche se in misure diverse. Ognuno deve
imparare a conoscere se stesso e il proprio carattere, perché
fra queste sette radici, ve ne è sempre qualcuna particolarmente
pronunciata rispetto alle altre e da cui principalmente bisogna prendere
le distanze. La dottrina circa i vizi capitali - il cui termine tecnico
è "concupiscenza" - si trova nella prima lettera di
Giovanni in 2,16: "Tutto quello che è nel mondo: la concupiscenza
della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita non
viene dal Padre". Evidentemente, l'Apostolo sta compiendo una rilettura
di Genesi 3,6: "Allora la donna vide che l'albero era buono da
mangiare, gradito agli occhi, desiderabile per acquistare la saggezza".
La conseguenza del peccato originale in tutte le diverse sfaccettature
si chiama "concupiscenza". Con questa parola ci si riferisce
all'amore squilibrato verso se stessi, verso le cose e verso le creature.
Dalla concupiscenza della carne derivano l'intemperanza e la lussuria;
dalla concupiscenza degli occhi si origina l'avarizia; dalla superbia
della vita (o concupiscenza dello spirito) derivano la vanagloria, l'accidia,
l'invidia e l'ira. Questa è la struttura peccaminosa dell'interiorità
umana. Da queste sette disposizioni si originano poi altri peccati minori.
Ad esempio, se consideriamo una persona che ha l'accidia (si tratta
di un atteggiamento passivo verso i doni di Dio e l'indifferenza nei
confronti della chiamata alla santità), una tale persona avrà
anche una forma di pusillanimità davanti al dovere da compiere
- il dovere quotidiano è infatti una delle manifestazioni della
volontà di Dio - che la porterà ad agire in maniera approssimativa.
Sono accidiosi tutti coloro che prendono con superficialità il
compimento dei propri doveri. L'accidia porta a non interrogarsi mai
sulla propria vocazione e sulla volontà di Dio nella propria
vita. In maniera analoga, dalla vanagloria derivano peccati come la
rivalità, l'ostinazione, le discordie e l'ipocrisia; dall'avarizia
derivano una serie di peccati come l'astuzia, la frode, la perfidia
e la durezza di cuore; dall'invidia (ovvero, il dispiacere che uno prova
volontariamente alla vista del bene altrui) nascono la maldicenza, la
calunnia, l'incapacità di collaborare con gli altri e, a un livello
ancora più alto dell'esperienza ecclesiale, l'incapacità
di riconoscere gioiosamente i doni che Dio fa agli altri e i carismi
con cui Dio li rende strumenti del proprio amore; dall'intemperanza
(il rapporto disordinato con le cose materiali) e dalla lussuria, derivano
l'ottusità dell'animo e l'indifferenza verso il dolore altrui;
chi vive immerso nei piaceri materiali, infatti, è quasi sempre
molto egoista e non ha quella sensibilità dell'animo da immedesimarsi
nelle sofferenze del prossimo; inoltre, chi vive così è
anche accecato nello spirito e non vede le manifestazioni di Dio intorno
a sé, nella Chiesa e nella natura. In coloro che non camminano
nell'esperienza della conversione, i vizi capitali hanno spesso il carattere
del peccato mortale. Ma chi si trova in stato permanente di conversione,
sperimenta in se stesso la stimolazione della concupiscenza nelle sue
diverse forme, senza che ciò si traduca mai in un vero peccato
mortale. |