"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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La purificazione dell'affettività, nella teologia tomista, è concepita come parte integrante del risanamento della volontà. L'affettività si può definire come la risonanza positiva o negativa del mondo esterno. Per esempio, l'affettività è ciò che ci fa sentire a nostro agio oppure no; questo riguarda luoghi, persone, circostanze. Tutte queste risonanze del mondo esterno che mi danno un senso di benessere o un senso di malessere originano dall'affettività.
Anche l'affettività è malata e ha bisogno di guarire. Il primo e fondamentale rischio è quello di assumere l'affettività come criterio di azione e di decisione. Se questo avviene, il risultato è che io inizierò a cercare solo ciò che mi fa sentire bene o a mio agio, e fuggirò ciò che mi dà una sensazione di disagio e di malessere. Questa disposizione, assunta come criterio, entra in forte contrasto con la volontà di Dio, perché non è detto che il Signore ci chiami dove stiamo affettivamente bene, e ci porti lontano da dove stiamo affettivamente male. Nel vangelo, e nella vita dei santi, la storia delle vocazioni ha piuttosto un'altra caratteristica ricorrente: rispondere a Dio comporta spesso rinunce, separazioni, allontanamenti da luoghi e ambienti dove ci si sentiva a casa. La purificazione dell'affettività consiste nel primato dell'amore di Dio. Il test per comprendere in che grado e in che misura noi amiamo Dio, è la reazione che abbiamo alle disposizioni di Dio, quando sono contrarie alla nostra affettività. Se le disposizioni di Dio non vengono accolte prontamente e con gioia, è segno che al primato di Cristo non siamo ancora arrivati e ancora una volta trionfa quel tiranno che si chiama "io personale". Abbiamo detto che l'affettività non deve divenire criterio d'azione, ma questo non perché il Signore ordinariamente ci chiede delle cose contrarie alla nostra affettività, ma perché occorre amare la volontà di Dio, qualunque cosa ci chieda, più di quanto amiamo ambienti, cose e persone, per le quali la risonanza affettiva è carica di positività. Dobbiamo anche aggiungere che il fatto di trovarsi a disagio in un particolare ambiente non è sempre sinonimo che Lui ci vuole lì, perché a volte il disagio è un segnale che bisogna andar via, a condizione che non sia un disagio di ordine affettivo; esiste per esempio un disagio di ordine pastorale, tale che uno avverte che in quel luogo e in quella circostanza qualunque fatica pastorale va a vuoto. Bisogna stare attenti a quale è la causa che produce il disagio. In linea di principio, occorre diffidare molto di quel disagio che non nasce da una proposta interiore positiva; vale a dire: quando il Signore mi mostra una strada nuova, o mi indica che nel mio cammino sta per arrivare il momento di una svolta, ci si sente rapiti da un progetto nuovo in forma di attrazione interiore, che si impone e produce la perdita di interesse verso ogni altra cosa anche buona. Accade così che, se vengo chiamato da Dio a un'esperienza poniamo missionaria, sentirò una attrazione verso questo progetto, attrazione che mi farà sentire a disagio nella mia comunità di origine dove sono amato e dove sono venuto alla fede. Questo tipo di disagio, che risulta da una alternativa positiva, può essere considerato un segnale della volontà di Dio e non dovrà essere l'attaccamento affettivo alla mia comunità di origine a impedirmi di rispondere alla grazia. Se al mio disagio, invece, non si collega alcuna alternativa positiva, e mi sento sulle spine senza potermene dare una ragione, è ovvio che non vuol dire niente. E' frutto soltanto della mia psicologia debole.
Per potere servire Dio occorre quindi avere un cuore libero, perché può avvenire che una particolare chiamata di Dio esiga lontananze, separazioni, rinunce. Così è accaduto ad Abramo a cui il Signore disse: "Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò" (Gen 12,1). Proprio all'origine della vocazione di Abramo c'è un sacrificio dell'affettività attraverso cui Abramo ha dimostrato il suo amore verso Dio. Lo stesso farà in Gen 22 quando Dio gli dirà: "Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, e và nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò. Abramo si alzò di buon mattino, sellò l'asino, spaccò la legna per l'olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato" (Gen 22,2-3). Abramo fu chiamato a essere libero non soltanto dal suo passato, ma anche dal suo futuro, rappresentato da Isacco. In quell'occasione è come se Dio gli dicesse: "Il tuo futuro sono io, non Isacco. Devi confidare solo in me, e non in una creatura". Questo atteggiamento di Abramo ricorda molto la prontezza di Giuseppe, lo sposo di Maria, che aderisce senza esitazioni alla volontà di Dio quando l'angelo gli dice di partire e di lasciare tutto, e quella di Francesco Saverio, il grande missionario gesuita chiamato a evangelizzare l'estremo oriente, allontanandosi da quel mondo dove aveva scoperto la sua vocazione e a cui era affettivamente legato, cioè la prima comunità di Gesuiti, radunati intorno a S. Ignazio di Loyola a Roma. Nel NT Cristo manifesta ai suoi discepoli questa esigenza in diversi modi e in diverse circostanze. Non si tratta di un unico detto o di un unico insegnamento ma di un motivo conduttore su cui Cristo ritorna ripetutamente:Mt 4,22: "Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono". In questo testo non si parla solamente di un abbandono delle reti, ma si parla anche di un abbandono del padre, che sta ad indicare il sacrificio dell'affettività che Cristo chiede esplicitamente ai suoi discepoli. Su questo tema il Maestro ritorna in Mt 8,21-22: "Un altro dei discepoli gli disse: Signore, permettimi di andar prima a seppellir mio padre. Ma Gesù gli rispose: Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti". Il primato di Cristo esige una totale libertà anche dagli affetti più sacri, perché Cristo, nel cuore dei suoi discepoli, è al di sopra di essi. E ancora: Lc 14,26: "Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse: Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo". Sulla conquista della libertà affettiva, derivante dal solo Cristo amato al di sopra di tutti, si gioca la realizzazione del discepolato stesso. Se l'affettività riesce a concentrarsi solo in Lui, accade un vero miracolo, che consiste nella capacità di amare tutti intensamente senza dipendere da nessuno. Questa è la condizione abituale del servo di Dio, che è un uomo libero, perché nato dallo Spirito (cfr. Gv 3,8).In Mt 6,33 viene espresso questo medesimo insegnamento sotto l'aspetto del primato del Regno, che altro non è che la sua stessa divina Persona: "Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta". Uscendo dal vangelo e andando a scandagliare la storia della Chiesa, vediamo che sistematicamente, nella vita dei santi, questa libertà è stata alla base di certi "sì" che hanno determinato grandi svolte.

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