|
Un'ulteriore
forma di debolezza derivante dal peccato originale è il giudizio
affrettato che nasce dall'illusione di avere sotto gli occhi tutti gli
elementi sufficienti per trarre una deduzione. Vale a dire: noi dimentichiamo
sovente che sotto i nostri occhi ci sono solo le apparenze e non la
realtà totale; ciò che noi possiamo constatare è
una parte di ciò che occorre sapere per pronunciare un giudizio
esatto: noi vediamo gesti e comportamenti intorno a noi, ma ignoriamo
motivazioni intime e circostanze personali. Se diamo un valore di completezza
a quel che vediamo, ecco che si cade nell'inganno: la nostra deduzione
è necessariamente erronea. L'intelletto così individua
una falsa verità e la volontà aderisce portando fuori
strada tutto l'uomo.Una quarta forma di infermità è l'assolutizzazione
del proprio giudizio che deriva dalla radice della superbia. La virtù
corrispondente è la capacità di accogliere ogni verità
maggiore, lasciando cadere la propria. La capacità di dialogare
nasce da questa guarigione. Nell'esperienza cristiana, e soprattutto
nella realtà ministeriale, queste forme di assolutizzazione paralizzano
il cammino della comunità cristiana, impedendo la capacità
di collaborazione e di dialogo.L'indebolimento della fede dinanzi alle
apparenti smentite è un'altra forma di debolezza da cui occorre
guarire. Nel vangelo abbiamo diversi riferimenti a questa forma di debolezza
sia in negativo, sia in positivo. In positivo possiamo citare la narrazione
della pesca miracolosa (cfr Lc 5, 4-6). Pietro ha dinanzi a sé
una smentita concreta, rafforzata dalla sua perizia di pescatore, che
tuttavia non indebolisce la sua fede: "Maestro, abbiamo faticato
tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò
le reti". Al contrario, l'assolutizzazione di ciò che è
dinanzi ai propri occhi, fa sì che i discepoli prima della moltiplicazione
dei pani si chiedano: "Dove potremo noi trovare in un deserto tanti
pani per sfamare una folla così grande?" (Mt 15,33). La
sproporzione che si presenta ai nostri occhi a volte cancella dalla
nostra mente la prospettiva che Dio può capovolgere le situazioni.
Da questa forma di debolezza dell'intelligenza, che assolutizza ciò
che ha sotto gli occhi, deriva lo scoraggiamento, che è in se
stesso una forma di mancanza di fede, e come tale impedisce davvero
a Dio di intervenire nella nostra vita. Nell'episodio della tempesta
sedata è molto chiaro il fatto che Cristo richiede ai suoi discepoli
un certo tipo di fede: RIMANERE IN PIEDI, IMPERTURBABILI, ANCHE QUANDO
SEMBRA CHE TUTTO INTORNO STA CROLLANDO; questa è la fede teologale.
Insomma, è una malattia della mente ogni forma di eccessiva sicurezza
in ciò che io deduco dalle cose che vedo e che tocco; la Parola
di Dio è più vera di ogni evidenza umana, anche quando
dice il contrario.
La terza via di purificazione dell'intelletto è indicata in Lc
18,1: "Disse loro una parabola sulla necessità di pregare
sempre, senza stancarsi" e nella prima lettera ai Tessalonicesi
al versetto 17 del capitolo 5 : "Pregate incessantemente".
Queste espressioni vanno prese in senso letterale, ossia: il nostro
pensiero non deve ricordarsi di Dio solo durante la meditazione della
Parola, durante la Messa, il Rosario, ecc. Infatti, nel momento in cui
il pensiero non si snoda alla presenza di Dio e si aliena, rischia di
sciupare tutti quei doni che Dio ha concesso durante i momenti forti
di preghiera, e permette al maligno di rubare i doni di grazia ricevuti
nei tempi di raccoglimento. La guarigione dell'intelletto dipende dalla
preghiera continua, che consiste in un'effettiva preghiera ininterrotta,
intesa come una meta della maturità cristiana. I padri del deserto
la definirono "Preghiera esicastica", ossia pacificante. Più
precisamente diciamo che la preghiera ininterrotta è un pensiero
che si sviluppa alla presenza di Dio e che nasce dalla trasformazione
del pensiero da monologo a dialogo. Il pensiero del cristiano, anche
quando ha per oggetto lo svolgimento di azioni pratiche, deve avere
come interlocutore Dio e non se stessi. Possiamo fare un esempio di
come sia un pensiero monologato, che va eliminato dall'interiorità
del discepolo, rispetto a un pensiero pensato davanti a Dio. Poniamo
che io stia pensando: "Adesso devo uscire a comprare quel dato
oggetto che mi necessita, poi tornerò a casa e porterò
a compimento quanto avevo iniziato". Questo è un pensiero
che si sviluppa tra me e me; è un monologo e perciò aliena
il mio cuore dalla Presenza di Dio. Questo stesso pensiero, nella sua
forma cristiana, avrà piuttosto questo aspetto: "Ti ringrazio,
Signore, che mi concedi energia e vita così che io possa muovermi,
uscire, servirti. Accompagnami con la tua protezione mentre camminerò
per le strade e fa' che giunga a buon fine l'opera che oggi ho iniziato
nel tuo Nome e che concluderò col tuo aiuto
".Per i
padri del deserto la preghiera esicastica consisteva nella ininterrotta
ripetizione di una frase evangelica: "Signore Gesù Cristo,
figlio del Dio vivente, abbi pietà di me peccatore". La
loro vita era estremamente semplice e povera di relazioni, fatta di
lavoro manuale (erano soliti intrecciare canestri e li vendevano per
vivere) non aveva i contenuti complessi della nostra vita cittadina,
nella quale una preghiera di questo genere non potrebbe essere fatta,
o comunque non senza grandi difficoltà. Applicare alla nostra
realtà cittadina una preghiera di questo tipo non sarebbe facile,
immersi come siamo in mezzo a tante distrazioni di tante opere e scadenze
quotidiane. La preghiera continua che si potrebbe compiere più
facilmente nel nostro stato di vita attuale, è riempire il pensiero
di ciò che costituisce la nostra vita nelle cose quotidiane essenziali,
ma a condizione che questo pensiero sia pensato davanti a Dio. Ed è
ciò che abbiamo già precisato.Il pensiero pensato davanti
a Dio ha bisogno di un'altra caratteristica essenziale definita dalla
lettera ai Romani in 12,1: "Vi esorto fratelli per la misericordia
di Dio a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito
a Dio come vostro culto spirituale"; dietro queste parole dell'Apostolo
non è difficile intravedere le parole di Cristo sul pane e sul
calice. La preghiera continua, intesa come pensiero pensato davanti
a Dio, acquista valore a partire da una disposizione eucaristica di
tutta la vita, ossia nell'offerta quotidiana di se stessi. |