"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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La volontà si definisce come la facoltà con cui cerchiamo il bene conosciuto dall'intelletto. Questa è la prospettiva squisitamente tomista che si respira anche nel Magistero della Chiesa, e precisamente nell'enciclica Veritatis Splendor di Giovanni Paolo II: l'intelletto presenta alla volontà il bene da appetire. Quando l'intelletto si inganna, la volontà dirige tutta la persona verso l'oggetto sbagliato. Ne consegue che dalla purificazione dell'intelletto, operata dal contatto continuo con la Parola di Dio e dall'orazione ininterrotta, anche la volontà, di riflesso, ne esce purificata. Ma ciò non basta a purificarla interamente, perché la volontà possiede le sue ferite proprie.Nella dottrina tradizionale della teologia della perfezione cristiana si ritiene che la ferita principale della volontà sia la sua debolezza nel volere il bene; vale a dire: l'intelletto può indicare alla volontà la direzione giusta, ma la volontà potrebbe non avere la forza di orientare tutta la persona in quella direzione. La forza della volontà è determinante per una realizzazione piena della risposta alla grazia di Dio. E' molto chiaro in questo senso il testo di Giacomo: "Se qualcuno di voi manca di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data. La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all'onda del mare mossa e agitata dal vento; e non pensi di ricevere qualcosa dal Signore un uomo che ha l'animo oscillante e instabile in tutte le sue azioni" (Gc1,5-7). La infermità della volontà cioè la sua oscillazione rischia di mettere fuori l'uomo dalla possibilità di ricevere i doni di Dio, perché Dio non è disposto a deporre i suoi doni su una base traballante. Ciò è evidente anche nel libro dell'Esodo, dove nella disposizione misteriosa della volontà di Dio, Mosè si ritrova a crescere in un ambiente in cui riceve la migliore educazione possibile del suo tempo, cioè alla corte del faraone, come se fosse il figlio della figlia del faraone. Dio ha così prima formato l'uomo, poi ha formato il liberatore, dandogli i carismi per renderlo idoneo a compiere la sua missione. I racconti evangelici ci danno più di un esempio di come la guarigione e la salvezza siano il risultato di un atteggiamento di volontà ferme come quella del cieco di Gerico, che non si cura della folla che cerca di farlo tacere, o di Zaccheo che studia tutte le possibilità per vedere Cristo che passa, oppure della Cananea che, respinta e perfino apparentemente offesa da Cristo, rimane ferma dinanzi a Lui a implorare la liberazione della figlia. Questo tema ritorna più volte anche nell'epistolario paolino: Ef 4,11-13: "E' Lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti alla conoscenza del figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l'inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell'errore".E ancora: Ef 3,16: "Per questo, dico, io piego le ginocchia davanti al Padre… perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua grazia, di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell'uomo interiore". E infine: Fil 4,13: "Tutto posso in Colui che mi dà forza".
Insomma: LA GRAZIA DI DIO AGISCE NELL'UOMO INTERIORE RAFFORZANDO LA VOLONTÀ NEL VOLERE IL BENE.
La seconda ferita della volontà è una certa sua inclinazione verso il male che deriva dal disordine del peccato originale. Infatti non basta che l'intelletto abbia mostrato alla volontà dove sta il bene, per muoverla verso di esso, perché questa può essere attratta anche dal male. Nella lettera ai Romani l'Apostolo parla proprio di questa divisione interiore dell'uomo: "Nelle mie membra vedo un'altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente" (Rm 7,23), intendendo dire che anche se l'intelletto ha individuato il bene, l'io personale non si muove speditamente verso di esso a causa della debolezza della volontà.

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