"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Il primo testo che prendiamo in esame ha un carattere simbolico, dove le due fasi della conversione vengono rappresentate dalla guarigione di un cieco, operata da Gesù in due fasi. Si tratta di Mc 8, 22-26: "Giunsero a Betsaida, dove gli condussero un cieco pregandolo di toccarlo. Allora preso il cieco per mano, lo condusse fuori del villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: Vedi qualcosa?. Quegli, alzando gli occhi disse: Vedo gli uomini, poiché vedo come degli alberi che camminano. Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente e fu sanato e vedeva a distanza ogni cosa. E lo rimandò a casa dicendo: Non entrare nemmeno nel villaggio".Questo episodio della guarigione del cieco di Betsaida, è considerato unanimemente dagli esegeti come un episodio analogo a quello in cui Gesù, nei pressi di Gerusalemme, maledice un fico, che fuori dalla stagione non aveva frutti (cfr. Mc 11,20-21). In un certo senso, il Maestro si cala dentro un linguaggio che i profeti avevano utilizzato a loro tempo, cioè un linguaggio gestuale e simbolico. Vi sono degli episodi, come quello appunto del fico maledetto, che non avrebbero nessun senso, se Cristo non avesse voluto riempirli di un significato simbolico, assumendoli come insegnamenti non verbali. Anche la guarigione del cieco di Betsaida ci si presenta con il carattere di una particolare stranezza: Cristo, per guarire completamente il cieco, deve toccare i suoi occhi due volte. Come mai? Questo particolare è davvero molto strano. Cristo, che può guarire i malati anche a distanza con un semplice atto della sua volontà, qui tocca due volte gli occhi del cieco. A causa di questa palese stranezza, siamo costretti a trattare questo episodio allo stesso modo di come trattiamo l'episodio della maledizione del fico: c'è dentro un insegnamento non verbale che va desunto dai gesti del Maestro. Gli esegeti fanno notare che questo episodio, come quello del fico, ha una particolare collocazione nell'impianto narrativo, cosa che rende ancora più chiaro il senso del messaggio simbolico. Il racconto della maledizione del fico viene collocato dall'evangelista Marco dopo la narrazione dell'ingresso di Gesù a Gerusalemme, tra le acclamazioni della gente. Da questa collocazione, comprendiamo che Cristo intende conferire all'episodio della maledizione del fico un significato nuovo, in riferimento alla realtà del Tempio che ormai sta in piedi su un meccanismo gigantesco ma senza anima, tutto foglie e niente frutti, come l'albero di fico. Del resto, l'acclamazione con cui la folla lo accoglie al suo ingresso, non ha nulla di concreto, visto che nel giro di pochi giorni l'osanna si muta in un crucifige. Anche la collocazione narrativa della guarigione del cieco di Betsaida è carica di un valore particolarmente significativo. La pericope precedente riporta infatti un dialogo di Cristo con i suoi discepoli a proposito del lievito dei farisei: "Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode! E quelli dicevano ta loro: Non abbiamo pane. Ma Gesù, accortosi di questo, disse loro: Perché discutete che non avete pane? Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via? Gli dissero: Sette. E disse loro: Non capite ancora?" (Mc 8,14-21). Il versetto chiave di questa pericope è il 18: "Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite". I discepoli si trovano nella fase della prima conversione: non c'è alcun dubbio che essi abbiano scelto Cristo e che abbiano impostato la loro vita come discepoli, tuttavia ancora vi sono delle verità che essi non vedono e non comprendono. Dopo questo episodio, giungono a Betsaida e gli portano un cieco. A questo punto, Cristo coglie l'occasione per indicare come il cammino dei discepoli abbia bisogno di passare da una fase iniziale a una fase successiva: ossia, da una disposizione in cui si vive con Cristo ma in modo ancora molto imperfetto, ad un'altra in cui il discepolo perviene a una maggiore illuminazione sul suo mistero. Per questo motivo Cristo, pur non avendo bisogno di toccare né una volta né due volte gli occhi del cieco, in questo episodio rappresenta in maniera plastica le due fasi di conversione che i discepoli devono attraversare, prima di giungere ad una piena conformazione alla vita del Maestro. Nella prima conversione Cristo ha toccato gli occhi dei discepoli che così hanno iniziato a vedere i misteri del Regno, sebbene ancora imperfettamente, ma nella seconda fase, ossia nella seconda conversione, Cristo tocca nuovamente gli occhi dei suoi discepoli, per introdurli in una più intensa illuminazione sul suo mistero. E' ovvio allora che l'episodio del cieco di Betsaida, vuoi per la sua collocazione narrativa, vuoi per la sua intrinseca stranezza, sia stato assunto da Cristo per lanciare un messaggio non verbale ai suoi discepoli.

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