"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Il capitolo 10 del vangelo di Luca, riporta un incontro di Gesù con Marta e Maria, le due sorelle che lo accolgono nella loro casa. Questo brano, dal punto di vista narrativo, è collocato da Luca immediatamente dopo la parabola del buon samaritano. Questa collocazione contiene già un'intenzione precisa dell'evangelista, il quale, dopo l'icona dell'amore verso il prossimo, ha voluto porre una seconda icona: quella dell'amore verso Dio. In questo modo Luca, dopo avere detto come si ama l'uomo, indica la misura di come si ama Dio: "Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti. Ma Gesù le rispose: Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta" (Lc 10,38-42). Le figure di Marta e Maria, simboleggiano le due fasi del discepolato che abbiamo definito con la tradizionale dicitura di "prima conversione" e "seconda conversione"; infatti, i caratteri della prima conversione sono personificati da Marta, e i caratteri della seconda conversione da Maria. Il discepolato di Marta appare chiaramente in una fase ancora embrionale: ella si sta occupando di tante cose buone, mancando il bersaglio dell'unica cosa necessaria. Cristo, infatti, non le dice che sta facendo male ,ma semplicemente che c'è una cosa necessaria che lei non ha ancora colto come prioritaria. Quindi, il bene che lei sta facendo, è un bene non ancora perfezionato dal primato dell'unica cosa necessaria. In più, è chiaro che Marta ha purificato le sue opere, ma non ha purificato il suo cuore, esattamente come accade nella prima conversione. Ciò è evidente da come ella colpisce in maniera trasversale la sorella, con un rimprovero indiretto che fa più male e ferisce molto di più di quanto non possa un rimprovero diretto. Così, come nella prima conversione la persona ha sradicato dalla sua vita i gesti peccaminosi esterni, ma non ha ancora sradicato dal suo cuore le cattive inclinazioni dei sette vizi capitali (perché questo non è in potere dell'uomo), così Marta ha certamente purificato le sue azioni (si occupa infatti di servizi utili) ma il suo cuore manifesta ancora l'invecchiamento del peccato. In più c'è una seconda caratteristica che rivela il discepolato di Marta come un discepolato inquadrabile nella prima conversione: il suo rapporto con il Maestro è ancora privo di venerazione e privo del senso del primato della Parola. Marta avrebbe potuto dedicarsi alle sue cose dopo l'insegnamento di Cristo, ma perché durante? Questo è segno che quella Parola pronunciata da Cristo, per lei non è ancora cruciale, è una Parola che può essere perduta senza che alcuna conseguenza, e che può essere pronunciata in mezzo al rumore delle occupazioni quotidiane. Non è questo il pensiero di chi si trova nella seconda conversione. Inoltre, Marta si pone davanti a Cristo come colei che ha un consiglio da dargli, interrompendolo per giunta nel suo insegnamento: "Fattasi avanti, disse: Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti" (v. 40). Marta ancora non percepisce il suo rapporto con il Maestro come un rapporto di venerazione e di dipendenza. E chi non ha messo Dio al primo posto, non può neppure amare veramente il prossimo. In questo si inquadra quell'indurimento e quell'insufficiente docilità che caratterizza la prima conversione. La prima conversione resiste all'opera del vasaio che plasma la sua materia per farne un capolavoro, come Marta resiste al discepolato, pensando di potere fare tante cose buone, facendo a meno di ascoltare Cristo che sta parlando.
Dall'altro lato, nell'icona di Betania, Maria seduta ai piedi del Maestro personifica senz'altro lo stato della seconda conversione, in cui si afferma con forza il primato della Parola. Maria non ritiene di poter fare contemporaneamente qualche altra cosa mentre Cristo sta parlando; quella Parola è ormai divenuta per lei cibo di vita. La docilità al lasciarsi amare si presenta qui come una docilità a lasciarsi plasmare dalla Parola.
Ma cogliamo in Maria anche l'elemento del riposo in Cristo e non in qualcosa di personale. Mentre Maria è seduta ai piedi di Cristo, è come se si fosse dimenticata del suo passato: essa non ricorda più se nel passato era stata innocente o peccatrice, perché la sua attenzione è interamente assorbita dalla meraviglia della Parola del Maestro. La guarigione della memoria in lei è totalmente compiuta: se Maria ricordasse il suo passato di peccatrice, si ripiegherebbe piangendo ai piedi di Cristo, come nella casa di Simone il fariseo, ma questo pianto e questo ripiegamento per il passato le farebbero perdere il frutto dell'insegnamento attuale. Cristo ha accettato una sola volta quel pianto, ma se si fosse ripetuto, non lo avrebbe certamente accettato. E' infatti un'offesa verso Dio continuare, al di là della giusta misura, il ricordo dei propri peccati e delle proprie ferite antiche. Sarebbe lo stesso che dubitare della potenza risanante di Dio. E chi si è concentrato in Dio non ha più occhi per guardare se stesso. Non è possibile guardare contemporaneamente due oggetti: o guardiamo Cristo, che col suo splendore sta dinanzi a noi, oppure siamo concentrati su noi stessi, cadendo a intervalli più o meno lunghi nella tristezza e nello scoraggiamento. La peccatrice nella casa di Simone, guardava se stessa, si ripiegava piangendo ma riceveva il perdono di Cristo; adesso, ai piedi di Cristo, Maria non ricorda più se nel suo passato le era successo qualcosa, se era stata innocente o peccatrice; la bellezza di Cristo l'ha rapita, il suo cuore ha raggiunto l'innamoramento del diletto. Adesso non le è più possibile guardare se stessa. Maria è l'icona di questo smemorarsi di se stessi che caratterizza la seconda conversione. Chi continua a guardare se stesso certamente vive nella tristezza. Perché, chi non vede in se stesso mille limiti? E non è neppure detto che questi limiti che vediamo in noi, siano visti nella loro giusta misura. Talvolta l'inganno satanico ingigantisce i nostri peccati, per spezzarci il cuore e impedirci di procedere oltre. L'unica libertà consiste nel concentrare il proprio sguardo nella santità e nella bellezza di Cristo, sul cui volto splende la gloria di Dio. Chi ha guardato questo volto, non ce la fa più a guardare le altre cose: si smemora di tutto e non gliene importa più di niente che si agiti in questo mondo; non gli importa di se stesso, di cosa pensare di sé o di quello che dicono gli altri di lui. Maria sperimenta anche sotto questo aspetto la libertà del discepolato maturo. Le parole taglienti della sorella non la colpiscono; così come si è smemorata del suo passato, è anche libera dal presente. La liberazione cristiana promessa dalla croce di Cristo è proprio questa: il riposo in Lui, senza che niente e nessuno possano più turbarci. Non c'è dubbio che la pericope conclusiva del capitolo 10 di Luca, dopo avere descritto l'icona dell'amore del prossimo, descrive, nella persona di Maria, l'icona della seconda conversione, di quell'amore verso l'unica cosa necessaria che una volta collocata al vertice della vita, fa di te una persona libera.

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