"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Aggiungiamo ancora qualcosa sulla "seconda conversione". Nella "seconda conversione" si entra avendo attraversato il tunnel della "notte oscura". Ma come abbiamo osservato, la "notte oscura" è un'esperienza di aridità e di vuoto che il discepolo sperimenta anche durante la prima conversione come un tocco della divina pedagogia e come una preparazione e una spinta dello Spirito di Dio verso ciò che è più perfetto ed elevato. Quello che stiamo per dire, vale dunque sia per la notte oscura che introduce nella seconda conversione, sia per quei momenti di oscurità e di vuoto che il discepolo attraversa anche all'inizio della sua prima conversione. Definiamo la "notte oscura" come una perdita delle consolazioni nelle cose che riguardano. San Giovanni della croce afferma che, accanto alla perdita della consolazione nelle cose spirituali, la "notte oscura" si caratterizza per l'oggettiva assenza del peccato grave. E' proprio questo che dà alla coscienza cristiana la sicurezza di essere sotto l'azione della divina pedagogia. Qui si coglie anche la necessità di una direzione spirituale illuminata. Infatti, la persona che non ha una direzione spirituale adeguata, non appena entra in questo stato di aridità, tende a pensare che Dio in qualche modo l'abbia abbandonata; questo pensiero può diventare il punto di forza di una tentazione tremenda. La direzione spirituale adeguata è invece il punto di appoggio che aiuta la persona a vedere il proprio cammino nella giusta luce, senza essere ingannata dalle suggestioni del maligno. Per questo la direzione spirituale rende più veloce il cammino dell'anima verso Dio ed è cosa così importante e delicata che è meglio non averne affatto piuttosto che avere una direzione spirituale imprecisa ed erronea. A questo proposito, San Giovanni della croce sostiene che l'immagine del Cantico dei Cantici delle piccole volpi che guastano le vigne, è il simbolo del danno grave che una direzione spirituale sbagliata può fare in un'anima; perciò occorre avere grande discernimento nella scelta del direttore spirituale.Giovanni della croce aggiunge che durante la "notte oscura" la meditazione suole diventare faticosa, priva di gusto e sembra che non produca un aumento di luce concettuale. Questo può portare la persona verso forme di inquietudine, come accade a coloro i quali, alla fine di una giornata di ritiro, avendo l'impressione che Dio non abbia dato loro alcun particolare insegnamento, si inquietano. E' questo un grave errore, perché non è detto che nei tempi di ritiro (o nella meditazione personale) il Signore debba parlare necessariamente per concetti; talvolta Dio si comunica per via non concettuale e alla fine della giornata di ritiro siamo cresciuti nello Spirito anche se non ne abbiamo coscienza. Il tema della fiducia ritorna come dato costante dell'esperienza di Dio, perché il Signore il più delle volte agisce sopra di noi senza darcene la sensazione cosciente, così come ha fatto, anche nella storia sacra, nella notte dell'alleanza con Abramo. In quella circostanza Abramo si addormenta e non è testimone dell'azione di Dio. Per questo occorre relativizzare parecchio quello che la nostra mente ci fa pensare circa la nostra esperienza di Dio. L'Apostolo Pietro, in Gv 21,17, ha finalmente smesso di giudicare se stesso e alla domanda: "Pietro mi ami tu?", risponde: "Signore tu lo sai". La maturità della vita cristiana conduce il discepolo a prendere le distanze da quello che la sua mente gli dice di se stesso. Quindi, dinanzi a un'esperienza spirituale arida e a una giornata di ritiro che sembra non aver aggiunto niente al proprio cammino, la persona deve rimanere assolutamente in pace e lasciare che lo Spirito Santo faccia la sua opera senza giudicarla coi nostri parametri, perché le nostre agitazioni scomposte gli impediscono di plasmarci, e le nostre inquietudini relative a noi stessi creano un ostacolo all'azione dello Spirito, che ha bisogno di trovare una piena docilità e una piena fiducia. Questo è uno dei motivi perché lo Spirito, tra tutti i simboli con cui si presenta nelle Scritture, è rappresentato anche come colomba, la quale non si può mai posare su una persona in stato di agitazione. Il discepolo, nel momento delicatissimo dell'esperienza dell'aridità, si gioca tutto il suo cammino di santità nella capacità di abbandonarsi fiduciosamente all'opera di Dio e di rimanere fermo, in modo che la colomba dello Spirito si possa posare si di lui. Citando le parole precise di Giovanni della croce diciamo così: "Le anime che si trovano in questo stato di aridità, non devono allarmarsi per quello che soffrono ma devono porre la loro fiducia in Dio". Lo scoraggiamento deve quindi scomparire dal dizionario dei discepoli. Dall'altro lato, non bisogna mai allontanarsi dalla preghiera, anche se nello stato di aridità sembra inutile; ma ciò è un inganno di Satana. Non è affatto vero che la preghiera non produce frutto quando non è accompagnata dalla consolazione interiore. Piuttosto, la privazione di dolcezze spirituali è segno di una spinta verso la perfezione, è segno di un'opera pedagogica che ci conduce verso la maturità. Giovanni della croce dice che "Quando la preghiera e la meditazione diventano aride, dobbiamo contentarci di uno sguardo affettuoso e tranquillo verso Dio". Quando l'aridità rende difficoltosa la preghiera discorsiva, la soluzione è cambiare il tipo di preghiera ossia passare alla preghiera del cuore. In questi momenti possiamo metterci davanti a un'icona o a un crocifisso e concentrare negli occhi l'attenzione del cuore, senza affaticare la mente nell'orazione discorsiva; è sufficiente la semplice ripetizione interiore di un versetto della Scrittura o di una breve invocazione. Giovanni della croce dice ancora che "Quando l'anima priva di consolazioni si trova nell'aridità e nell'abbandono, entra in vero e reale possesso di una virtù indispensabile che è la conoscenza di sé. L'anima comprende allora che da se stessa non può fare nulla". Questa osservazione è importantissima, perché, quando nella preghiera personale gustiamo la consolazione dello Spirito, in realtà non abbiamo una misura esatta della conoscenza di noi stessi. La verità di se stessi si coglie solamente nello stato di aridità; è questo il momento in cui comprendiamo, fino alle radici più profonde del nostro essere, che da noi stessi non possiamo fare nulla. Per far uscire la persona da quello stato infantile, rappresentato dalla preghiera piena di dolcezza e di consolazione, Dio deve farla passare attraverso l'esperienza dell'aridità, per poi sfociare, al di là del tunnel, in una condizione interiore più matura, più luminosa, molto più radicata nelle virtù teologali e meno nel sentimento. Naturalmente, questa sottrazione della consolazione interiore non ha regole né di durata, né di intensità, né di frequenza, perché Dio applica le regole generali a ciascuno in modo diverso. Analizzando la storia dei santi non ce ne sono due che abbiano attraversato le "notti oscure" negli stessi periodi, con la stessa durata e con la stessa intensità.

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