"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
Avanti
Tu sei in: Home > Il Cammino di Perfezione > La seconda conversione > Il significato pratico dell'unificazione dei due amori

La seconda conversione si caratterizza per l'unificazione dell'amore di Dio e dell'amore del prossimo. Abbiamo visto che Cristo, se da un lato convalida anche per il cammino cristiano la legge di Mosè, considerandola come la tappa necessaria e preliminare per giungere al cuore del regno di Dio, dall'altro precisa che essa - per quanto sia necessaria - non conduce al regno, ma solo in prossimità di esso. E' senz'altro questo il significato delle parole di Gesù allo scriba: "Tu non sei lontano (ossia, "osservando la legge mosaica, sei in prossimità") dal regno di Dio" (Mc 12,34).Nell'ultima cena, parlando con i suoi discepoli, Cristo dirà: "Non c'è amore più grande di Colui che dà la vita per i propri amici" (Gv 15,13). Occorre comprendere il senso del "dare la vita per gli amici", perché è questa la spina dorsale della vita cristiana. La vita cristiana, infatti, si realizza nella perfezione della carità, e la perfezione della carità a sua volta scaturisce dalla unificazione dei due amori che l'AT presentava separatamente, in due libri distinti del Pentateuco (Dt 6,4-5 e Lv 19,18), quasi suggerendo tacitamente che vi è un'occasione per amare Dio e un'occasione per amare l'uomo. Nello stesso tempo, poiché Cristo dice "Non c'è amore più grande di questo" - cioè di quell'amore vissuto personalmente da Lui - ne consegue che qualunque precetto dell'AT è inferiore. L'inferiorità è facilmente individuabile nel fatto che i due precetti dell'amore vengono presentati dalla legge mosaica in due testi differenti (Dt 6 e Lv 19). Ciò dimostra come, dal punto di vista dell'AT, ci sono tempi e circostanze per amare Dio e tempi e circostanze per amare l'uomo. Questa prospettiva viene radicalmente superata dal discepolato cristiano, dove, con un solo atto, Dio e l'uomo vengono simultaneamente amati.La lavanda dei piedi, sul piano del simbolo, rappresenta la consegna personale di Cristo alla propria morte. Il gesto di deporre la veste e di rimetterla, nella lingua greca, utilizza le stesse parole pronunciate da Cristo quando dice: "Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo" (Gv 10,17-18). Questi verbi "offrire e riprendere", riferiti nella lavanda dei piedi alla sua veste, alludono in realtà alla consegna della sua vita nella morte di croce, per la quale Egli si pone come servitore dell'uomo. Cosa comporta questo per il discepolo, per la sua vita pratica? Al discepolo non è richiesto di dare la vita in questo senso, o più precisamente, al discepolo sarà richiesto, nel momento finale della sua vita, in prossimità della morte, di non pensare che la vita gli venga tolta; egli è infatti chiamato dal suo Maestro a offrirla liberamente, in quello stesso momento in cui Dio ha decretato la conclusione del suo pellegrinaggio terreno. Quando il discepolo è sul punto di morire, egli sa che nessuno gli toglie la vita, ma è lui che la offre. E' dunque l'ultimo atto della sua personale eucaristia. Ma ordinariamente non è possibile sperimentare la propria morte fisica come un'eucaristia, senza avere vissuto la propria esistenza tutta intera come un'eucaristia. In fondo, si muore nella stessa maniera in cui si vive. C'è un lungo cammino di preparazione che porta il discepolo a sperimentare la propria morte come una consegna di se stesso. Il vertice della santità, come il vertice del peccato, risulta da un cammino graduale di molti anni di evoluzione personale nella linea di Dio o nella linea di Satana. Così, sperimentare la propria morte come un'eucaristia, è il frutto maturo di una vita impostata nei termini di un culto spirituale (cfr. Rm 12,1).Durante la vita, al discepolo è quindi richiesto di vivere già nei termini eucaristici dell'offerta. In senso pratico, nel momento in cui si giunge a quella misura dell'amore di Cristo, e i due comandamenti dell'AT vanno a confluire nel comandamento nuovo che li unifica entrambi, per il discepolo diventa impossibile amare Dio senza amare il prossimo, come pure amare il prossimo senza amare Dio.Il primo e più evidente segno della separazione di questi due amori, e di conseguenza dell'immaturità del discepolo nella carità, è il modo approssimativo e svogliato con cui si affrontano i doveri quotidiani o i servizi che occasionalmente si prestano agli altri. Ciò dimostra che il discepolo non ha ancora chiaro che dietro i doveri quotidiani, e i servizi occasionali, non ci sono solamente le esigenze delle circostanze, ma c'è un'esplicita chiamata della volontà di Dio. Avviene allora che, quando questa verità diventa chiara, anche le cose più banali vengono fatte con la massima perfezione, perché non sono fatte a un uomo, ma a Dio. Nel libro di Genesi si vede come nella storia di Giuseppe, si sottolinei continuamente il fatto che egli, in tutto ciò che gli viene affidato, non faccia mai nulla di approssimativo. Nel momento in cui mette piede nella casa di Potifar, gli tiene l'amministrazione dei suoi beni in maniera perfetta, e quando per un cattivo scherzo del destino, viene accusato ingiustamente e finisce in carcere, anche lì il carceriere è costretto a costatare che tutto quello che Giuseppe fa, lo fa con la massima perfezione, tanto da affidargli anche degli incarichi interni del carcere. Il testo sacro vuole indicare nella figura di Giuseppe un anticipo profetico di quello che sarà svelato nel modello umano rappresentato da Cristo: Dio dispone nei minimi particolari la nostra giornata e ogni circostanza è una manifestazione della sua divina volontà. Tutto quello che entra nell'ambito dei doveri quotidiani, viene allora visto dal discepolo con uno sguardo che penetra al di là delle apparenze, vedendo in ogni cosa una chiamata di Dio. E come si può rispondere a Dio in modo approssimativo e svogliato?L'Apostolo Paolo nelle parti esortative delle sue lettere sottolinea che il cristiano, nei confronti della vita e dei propri doveri, sente questo essenziale collegamento con la volontà di Dio. Possiamo citare qualche brano saliente per comprendere la prospettiva paolina: "Qualunque cosa facciate, fatela di cuore come per il Signore e non per gli uomini" (Col 3,23). Al di là delle persone che mi stanno davanti, e alle quali io offro ordinariamente un servizio, anche laico, istituzionale, professionale o semplicemente occasionale, c'è Dio. In forza di questo principio è possibile superare la difficoltà derivante dal carattere negativo che talvolta si riscontra nelle persone che vivono accanto a me; se è facile vedere Dio nelle persone che vivono santamente, un po' meno facile è vederlo dietro coloro la cui vita manda un messaggio negativo o addirittura riprovevole alla mia coscienza. Altri testi paolini che si muovono nella stessa direzione: Ef 6,7: "Prestando servizio di buona voglia come al Signore e non come a uomini": Rm 12,11: "Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore". Paolo vuole dire in sostanza, "Non guardate a chi avete davanti, vogliate vedere Dio in tutto. Non abbiate un approccio svogliato e approssimativo con la vita, perché vi giocate il servizio di Dio".Questa sollecitudine e perfezione nel cercare il maggior bene degli altri, è la maniera in cui il discepolo dà la vita per gli altri, e in questo modo realizza il comandamento nuovo. Solo quando si rinnega il proprio io è possibile vedere Dio in tutte le cose e in tutte le persone che sono oggetto della propria sollecitudine e del proprio servizio. Ma rinnegare il proprio io non è come morire? Allora dobbiamo tradurre così l'insegnamento del Maestro in Gv 15,13: Non c'è amore più grande di chi uccide il proprio io rinnegandolo, vincendo quella tirannide con cui il mio io impone una serie di ostacoli tra me e la realizzazione dell'amore. Dalla morte dell'io scaturisce la perfezione dell'amore. Da questo presupposto si deve quindi partire per trasformare in amore ogni gesto quotidiano e persino i banali contrattempi, i disagi, gli inconvenienti della nostra vita quotidiana, il logoramento del lavoro, le malattie, l'invecchiamento e tutto ciò che si pone come atto contrario ai nostri desideri. Là dove l'io non è stato abbassato alla condizione di servo, neppure la semplice sofferenza fisica può rivestire un autentico significato eucaristico (cfr. Fil 2,7). La sofferenza non si qualifica mai per se stessa, ma acquista significato in forza della disposizione interiore di colui che soffre. La sofferenza fisica o morale acquista significato a partire dal fatto che la persona vive ogni momento, giorno dopo giorno, perché gli altri siano più felici, e con l'inclinazione di vedere una chiamata di Dio dietro ogni servizio richiesto, ogni dovere quotidiano, ogni necessità occasionale.

Tu sei in: Home > Il Cammino di Perfezione > La seconda conversione > Il significato pratico dell'unificazione dei due amori
Commenti; suggerimenti; Pregasi contattare il Webmaster
Copyright © 2001-2007 "CristoMaestro" Tutti i diritti  riservati.