"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Prima di compiere il matrimonio spirituale, e di unirsi in modo definitivo alla persona, Dio la fa passare attraverso una seconda "notte oscura". La prima "notte oscura", quella che introduce nella seconda conversione, è chiamata da Giovanni della croce "notte oscura del senso", perché è caratterizzata dall'oscuramento dei sensi interni, e la sensibilità perde la capacità di percepire la presenza di Dio; ma prima di entrare nell'ultima tappa del cammino di santità, c'è ancora un altro tunnel che Giovanni della croce chiama "Notte oscura dello spirito". Il riferimento biblico è Sap 3,6: "Gli uomini giusti vengono saggiati come oro nel crogiolo e li ha graditi come un sacrificio perfetto". Ciò significa che questa seconda notte oscura, crea nella persona una purificazione totale di tutte le radici del peccato originale e così l'anima viene disposta all'unione piena con Dio.S. Giovanni della croce precisa che, mentre la "notte oscura del senso" è determinata dalla sottrazione di qualcosa (precisamente la consolazione interiore), la "notte oscura dello spirito" è determinata da una luce troppo forte, a cui la vita interiore del discepolo non è ancora abituata; se si vuole fare un paragone, si potrebbe dire che avviene come quando si fissa il sole, per qualche istante si ha poi l'impressione di non vedere più nulla. La causa di questa momentanea cecità, ovviamente, non è la mancanza di luce ma, al contrario, una luce troppo forte. In questa ultima fase cambia sostanzialmente la profondità dell'orazione. Teresa d'Avila presenta l'orazione, più che come un metodo, come una diversa profondità di dialogo con Dio, proporzionata alla maturazione del cammino personale. Nell'unione mistica si vive un'esperienza dello Spirito Santo mai conosciuta prima; fino a questo momento, infatti, la preghiera del discepolo era stata una preghiera attiva, cioè fondata principalmente sul proprio impegno di concentrazione, e aveva assunto quattro possibili forme: vocale, mentale, affettiva e contemplativa. Adesso il discepolo viene introdotto nel dialogo con Dio in maniera passiva, ossia, in una fase ormai molto vicina all'unione mistica, la persona sperimenta un raccoglimento che le si produce dentro, senza che essa lo abbia voluto, e senza aver fatto nulla per concentrarsi in Dio. Dio, infatti, Lui stesso, per propria libera iniziativa, attira a Sé le potenze dell'anima e la preghiera assume perciò il nome di "Raccoglimento infuso". Teresa d'Avila, in questa fase del suo cammino, si accorgeva che anche durante il suo lavoro quotidiano c'erano dei momenti in cui Dio si imponeva alla sua attenzione interiore, attirando la sua anima a diversi livelli. Certe volte Dio procurava un raccoglimento interiore solo nell'intelletto lasciando libera la volontà, altre volte invece Dio attirava a sé sia l'intelletto che la volontà. Altre volte ancora le sospendeva perfino i sensi esterni, e lei perdeva il contatto e la sensibilità per ciò che le accadeva intorno.

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