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Le principali figure bibliche della Chiesa

Il popolo del NT è legato spiritualmente alla stirpe di Abramo e sono destinatari delle promesse ricevute dal Patriarca, tutti coloro, di ogni popolo e nazione, che vivono di fede (cfr Gal 3,7). Allo stesso modo, la salvezza ottenuta dai credenti in Cristo è prefigurata dall’esodo dall’Egitto.La Chiesa viene presentata in figura molte volte e in molti modi prima della sua esistenza effettiva. La prima e più importante definizione è “popolo di Dio”. Si tratta di un grande raduno provocato da un appello di Dio. Nell’AT questa definizione include l’idea di una sorta di parentela di sangue con la divinità che chiama a sé il popolo. Un’altra immagine della Chiesa è contenuta nell’insieme delle “dodici tribù” di Israele. Il numero 12 ritorna infatti nel NT in riferimento alla apostolicità della Chiesa, avendo nei 12 Apostoli i suoi 12 capostipiti. Dai profeti ci viene poi un’altra immagine della Chiesa: “il resto santo”. Per i profeti, “Israele” non è la somma dei singoli cittadini, ma è la parte eletta del popolo, quella parte che sa rimanere fedele alle esigenze dell’alleanza. Grazie alla fedeltà di questo “piccolo resto”, Dio realizza le sue promesse in favore dell’intero popolo. Questo “piccolo resto”, insieme alla rimanenza del popolo ebraico, vive disperso tra le nazioni della terra in attesa di essere convocato e radunato da Dio. L’esperienza vertice di questo raduno è l’assemblea del culto presso il monte Sinai. Qui il popolo viene radunato per la prima volta al cospetto di Dio. La “comunità” deve dunque la sua esistenza alla chiamata di Dio. La ragione della sua esistenza è innanzitutto la lode. In seguito, la sede ufficiale del culto sarà il Tempio. Infine, anche Gerusalemme è tipo e figura della Chiesa, e non soltanto della Chiesa terrestre, ma anche di quella celeste, che raduna in sé tutti gli eletti. Vi sono però ancora molti altri simboli biblici per indicare la Chiesa: campo, regno di Dio, gregge, famiglia, edificio di Dio, sposa di Cristo. Sarebbe troppo lungo soffermarsi su ciascuno.

Le basi della sua struttura: gli Apostoli e i loro successori

“Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli Apostoli” (Ef 2,19-20).Il germe concreto della Chiesa nasce intorno al Gesù storico, dapprima in un insieme non precisato di discepoli e poi nella costituzione del collegio dei dodici. Il Vangelo di Luca sottolinea la solennità del momento in cui Gesù affida ai dodici un particolare ministero all’interno della più vasta comunità di discepoli e discepole (cfr 6,12-16). Prima di chiamarli passa tutta la notte in preghiera. Dopo l’Ascensione, avranno il compito di radunare le comunità cristiane e prolungheranno nel tempo la presenza del Cristo che insegna e che guarisce. Le comunità cristiane allora hanno i dodici come punto di riferimento, mentre i dodici, a loro volta, hanno un centro di unificazione nel ministero di Pietro. Di questo però discuteremo a parte. Quanto ai dodici, già durante il ministero pubblico di Gesù, essi ricevono da Lui dei particolari poteri carismatici: in Lc 9,1-2 vengono precisati i tre ambiti della loro azione: “Diede loro potere e autorità su tutti i demoni e di curare le malattie. E li mandò ad annunziare il Regno di Dio”. Per il momento, la loro opera è limitata entro i confini della Palestina.Successivamente, con l’effusione dello Spirito a Pentecoste, la loro missione acquista una portata che prima era impensabile: il loro annuncio deve percorrere tutta la terra e raggiungere tutti i popoli. Non solo, il loro ministero sarà necessario alla Chiesa fino alla fine del mondo (cfr Mt 28,10). Per questo, i dodici istituiscono a loro volta dei successori, ai quali comunicano il carisma apostolico con l’imposizione delle mani (cfr 1 Tm 4,14).

La successione apostolica

Da questa comunicazione nasce il ministero dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi (cfr At 6,3-6). Ma su questo torneremo più avanti a proposito del sacramento dell’ordine. Per il momento è sufficiente dire che la Chiesa è legittimata da un ministero carismatico che dal collegio dei Dodici si è perpetuato a ogni generazione, ininterrottamente, mediante l’imposizione delle mani. Da questa eredità apostolica nasce la gerarchia della Chiesa che, nella realtà attuale, è anche una istituzione giuridicamente configurata.

Analogamente al collegio dei Dodici, anche i vescovi formano tutti insieme un unico collegio che ha nel romano Pontefice, successore di Pietro, il suo centro di unità. In questa stessa maniera, i presbiteri e i diaconi formano un unico collegio intorno al vescovo diocesano. La gerarchia della Chiesa condivide tre compiti (tria munera): annunciare la Parola, amministrare i sacramenti, dirigere la comunità cristiana.

Il primato di Pietro e l’infallibilità

Su Pietro e sulla sua posizione all’interno del collegio apostolico occorre fare un discorso a parte. Il suo ministero infatti differisce da quello degli altri Apostoli, in quanto include la cura pastorale non solo della Chiesa nel suo insieme ma anche della stessa comunità dei Dodici.

La testimonianza del NT           

Nei giorni del suo ministero pubblico Gesù era “il Maestro” fra i Dodici e perciò anche il punto di riferimento di tutti gli Apostoli. Tuttavia, si vede dai Vangeli come gradualmente Egli andasse preparando “un altro” punto di riferimento, in previsione della sua partenza da questo mondo. Più precisamente bisognerebbe dire che Gesù preparava nella persona di Pietro un punto di riferimento visibile come “segno” del Cristo Risorto, il Quale sarebbe rimasto coi suoi discepoli fino alla fine del mondo, ma d’ora in poi invisibilmente (o meglio, visibile solo nei “suoi” segni). Pietro acquista così valore di “segno” per tutta la Chiesa, pastori e fedeli.

 Gli Apostoli ebbero una chiara cognizione della volontà di Cristo a riguardo di Pietro, tanto che le liste riportate dai tre Sinottici (Mt 10,2ss; Mc 3,14ss; Lc 6,12,ss) lo mettono sempre in cima alla serie. Matteo in modo particolare aggiunge un appellativo: “I nomi dei dodici Apostoli sono: primo, Simone…”. Questo primato di Pietro è frutto di una decisione libera e imperscrutabile del Signore, dal momento che non ci sono motivi umani apparenti: Pietro non è il più fedele né il meno peccatore tra i Dodici; anzi, se si toglie Giuda è quello che ha mancato di più verso il Maestro.

La testimonianza del NT  

"Ti chiamerai Cefa” (Gv 1,41).

Gesù cambia il nome a Simone, intendendo alludere al carattere apostolico della Chiesa, appunto fondata su un basamento visibile, “segno” di Quello invisibile. Nella Bibbia e nella mentalità ebraica il nome rappresenta il destino o la missione di una persona. Per questo l’evangelista sente il bisogno di rendere chiaro il senso di questo nome: “… che vuol dire pietra”. Nell’AT la stessa cosa era accaduta ad Abramo (Gen 17,5) e a Giacobbe (Gen 32,29). Se uno ritrova se stesso nel piano di Dio, scopre anche di avere una nuova identità (cfr Ap 2,17).I Vangeli ricordano in vari modi la particolare posizione di Pietro nel collegio dei Dodici. E’ un indizio, p. es., il fatto che Gesù paghi il tributo al Tempio per Pietro e per Sé, associandolo in qualche maniera alla propria posizione (cfr Mt 17,27). Soprattutto, però, è significativo il fatto che in Mt 16,13-20, ad una domanda che Gesù rivolge a tutti risponde il solo Pietro, come ne fosse il portavoce o il rappresentante accreditato presso il Maestro.

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