"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Il Signore interviene qui su un triplice livello:

-      guarigione dei ricordi e della memoria: tutte le esperienze negative sono registrate dentro di noi come altrettante ferite che fanno male fino a quando non guariscono. La guarigione della memoria avviene lungo il perfezionamento del cammino di preghiera e dipende dalla capacità di consegnare a Cristo il proprio passato, ricordandolo insieme a Lui e accettandolo come un aspetto della nostra sottomissione incondizionata alla volontà del Padre.

-    guarigione della sfera emozionale e affettiva: molte ferite interiori dipendono da certi “vuoti” che le esperienze della vita ci hanno lasciato. In questo settore la casistica è molto vasta e può andare dai diversi gradi di carenza affettiva ai molteplici fallimenti umani che uno può avere sperimentato. La guarigione qui dipende in parte dalla preghiera e in parte dal sostegno solidale della propria comunità cristiana.

-      guarigione delle tendenze comportamentali (abitudini peccaminose): il peccato, specie quello compiuto per anni, a lungo andare diventa un’abitudine, e perciò lascia dietro di sé una inclinazione del comportamento. Dopo essersi liberata del suo peccato, la persona ha poi bisogno di un’altra liberazione, quella dalle sue inclinazioni negative. Anche questa guarigione non è istantanea e ha bisogno di un certo esercizio di autocontrollo, accanto alla preghiera e al sostegno della comunità.

Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca l’istruzione, perché egli è messaggero del Signore degli eserciti” (Ml 2,7)

Il prolungamento di Cristo nel tempo: il sacerdozio

La prima comunità cristiana viene descritta dagli Atti nel momento della sua nascita; i primi passi della Chiesa nascente sono sostenuti e diretti dal ministero degli Apostoli. I Dodici, man mano che le comunità si andavano moltiplicando, hanno associato molti uomini al loro ministero, in diversi gradi, mediante l’imposizione delle mani. Il sacerdozio come sacramento rappresenta perciò il prolungamento nella storia dell’Unico Sacerdozio di Cristo, da Lui comunicato ai Dodici, e dai Dodici alle generazioni successive, ininterrottamente, fino alla fine dei tempi. Esso è suddiviso in tre gradi: episcopato, presbiterato e diaconato, e sorge come specificazione di servizio dal comune sacerdozio battesimale.

Il sacerdozio di Israele

Tra le dodici tribù che compongono le stirpi dei discendenti di Giacobbe (cioè Israele), Dio ne ha scelto una per destinarla esclusivamente al servizio del Tempio: la tribù di Levi. I leviti sono perciò considerati nell’AT una stirpe sacerdotale, dal momento che solo loro in Israele potevano assumere le cariche sacerdotali fino alla massima, il sommo sacerdozio. Erano di questa tribù i genitori del Battista: Zaccaria infatti stava officiando nel Tempio quando ricevette l’annunzio (cfr. Lc 1,8). Questo comportava che i sacerdoti nell’AT non erano tali per vocazione ma per nascita. Essi erano suddivisi in classi, ciascuna delle quali aveva l’obbligo del servizio liturgico per una settimana a turno. La loro attività cultuale consisteva essenzialmente nella celebrazione dei sacrifici e nell’offerta dell’incenso davanti al Santo dei Santi. Nel Sinedrio, presieduto dal sommo sacerdote, i sacerdoti erano membri di diritto, insieme ai farisei e ai sadducei.

La testimonianza del NT

La lettera agli ebrei attribuisce a Cristo il titolo di “sacerdote”, anche se Gesù non era nato nella stirpe di Levi ma in quella di Giuda (cfr. Eb 7,11-14; 8,4-7). Questo per sottolineare che se il sacerdozio dell’AT fosse stato all’altezza delle esigenze della nuova alleanza, non ci sarebbe stato bisogno di stabilire un altro sacerdozio, basato stavolta non sulla nascita ma sulla divina vocazione (cfr. 5,4-5). I capostipiti di questo nuovo sacerdozio sono gli Apostoli, su cui si fonda la Chiesa come società visibile, come abbiamo già avuto occasione di notare. Anche S. Paolo si mostra pienamente consapevole di questa realtà, quando definisce “ministri idonei della Nuova Alleanza” (2 Cor 3,6), coloro che Cristo associa al ministero apostolico. Tale ministero si trasmette fin dall’epoca apostolica mediante l’imposizione delle mani (cfr. 1 Tm 4,14). Le funzioni connesse al sacerdozio sono tradizionalmente tre: l’insegnamento, l’amministrazione dei sacramenti e la conduzione della comunità cristiana.

Il sacerdozio comune dei battezzati

Il popolo di Dio è tutto sacerdotale. Sono troppi i riferimenti biblici a questo riguardo e ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta. Fin dall’AT Dio considera Israele come una nazione santa, un regno di sacerdoti (cfr. Es 19,6), ma è soprattutto nel NT che questo concetto si approfondisce (cfr. 1 Pt 2,9 e Ap 20,6). Tutti i battezzati devono essere consapevoli del loro sacerdozio comune che devono esercitare nel rendere la loro vita una trasparenza di Dio, un culto spirituale (cfr. Rm 12,1ss), e nella preghiera di intercessione: ogni battezzato rappresenta, davanti a Dio, l’umanità intera, e la sua preghiera può ottenere per gli altri e per sé benedizioni su benedizioni.

Il sacerdozio ministeriale

Con la definizione “sacerdozio ministeriale” ci si riferisce ai tre diversi gradi che compongono il sacramento dell’ordine. I tre gradi di cui parliamo corrispondono a tre funzioni gerarchiche: diaconato, presbiterato ed episcopato. Il diaconato è stato istituito dagli Apostoli, con l’obiettivo di affidare a questo ministero la gestione pratica dei beni e in generale tutto l’aspetto amministrativo e caritativo che gli Apostoli non potevano più seguire personalmente man mano che le comunità diventavano sempre più grandi e più numerose. Il libro degli Atti, al cap. 6, narra la scelta dei primi diaconi e la loro ordinazione con l’imposizione delle mani degli Apostoli. La motivazione principale dell’esistenza di questo ministero permette di focalizzare meglio l’essenza degli altri due gradi, ossia presbiterato ed episcopato. I Dodici si esprimono unanimemente in questi termini, quando si tratta di precisare in che consista il proprio ministero, rispetto a quello dei diaconi: “Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola” (v. 4). Mentre i diaconi assumono l’aspetto pratico e amministrativo, gli Apostoli individuano il loro ambito specifico: la preghiera (ossia la celebrazione dell’Eucaristia) e il ministero della parola (ossia annuncio e catechesi). In sostanza, quando le comunità diventano grandi e le attività si moltiplicano, il ministero degli Apostoli non può essere assorbito in preoccupazioni di ordine amministrativo, che rischiano di indebolire il ministero dell’annuncio e della catechesi.

Il senso cristiano della rinunzia al matrimonio

Occorre qui fare qualche precisazione, dal momento che ordinariamente sfugge il significato teologico del celibato e della verginità nella vita cristiana. Ci si ferma sovente alle realtà di superficie e si pensa perfino che la verginità e il celibato, concepiti in se stessi, siano per il cristiano un valore. Diciamo allora subito che la verginità considerata da sola, per la Bibbia, è sterilità, è mancanza di discendenza, è il fallimento della vocazione fondamentale della persona umana che consiste nella realizzazione della propria paternità o maternità. Quello che diremo in questa sede, in occasione del celibato sacerdotale, è valido anche per la vita consacrata sotto i tre consigli evangelici.

Per quanto riguarda in particolare il sacerdozio, non bisogna pensare che il sacramento dell’ordine sia in se stesso incompatibile col sacramento del matrimonio; piuttosto: lo è in base a una legge umana, sancita dal codice di diritto canonico. Questa legge del celibato per i sacerdoti vale solo all’interno della chiesa di rito latino, ma non in quella di rito greco. Nella chiesa greca sono celibi solo i vescovi. Nella nostra tradizione latina sono celibi i vescovi e i presbiteri, ma non i diaconi.In sostanza, la vocazione al sacerdozio e quella al celibato sono due vocazioni diverse che la chiesa latina vuole trovare nella stessa persona.

La teologia della verginità cristiana

E’ un dato di fatto che Gesù ha vissuto la sua vita umana senza sposarsi. Nella società ebraica del suo tempo questo modo di vivere era considerato come una deviazione dalla volontà di Dio che in principio aveva detto: “Siate fecondi e moltiplicatevi” (Gen 1,28). Gesù sente perciò il bisogno di motivare questo modo nuovo di vivere, spiegando ai suoi discepoli che vi sono alcuni che non si sposano per il regno dei cieli (cfr. Mt 19,12). Poi aggiunge che non tutti possono capire. Queste due specificazioni sono già sufficienti per entrare nello spessore teologico della verginità cristiana. La verginità cristiana non è un valore in se stessa; essa si qualifica solo in virtù della sua destinazione per il regno dei cieli. Anche una verginità consacrata nella chiesa, che però non sia capace di mantenere intatto il suo orientamento verso il regno di Dio, potrebbe decadere dal suo senso cristiano e assimilarsi alla verginità delle sacerdotesse di Vesta. Ossia: una verginità che si vive come un obbligo istituzionale.

Che cos’è allora la verginità cristiana? Andiamo alla seconda specificazione: non tutti possono capire. Si tratta di una chiamata personale, di una vocazione, di un carisma che Dio dona a chi vuole. Solo chi lo riceve capisce veramente cosa sia la verginità per il regno. Chi giunge alla consacrazione verginale senza una chiamata, vive male, e sovente dà una controtestimonianza della verginità cristiana, che dovrebbe personificare la paternità e la maternità di Dio. Infatti, la verginità per il regno non differisce dal matrimonio, nel suo servizio alla vita umana: come i genitori partecipano nella fecondità fisica alla paternità e maternità di Dio, così i consacrati vi partecipano quando, nello spazio vuoto della loro verginità, nasce la comunità cristiana. Dio infatti non vuole che i consacrati siano senza figli e senza discendenza. La verginità cristiana è infatti feconda, come ha dimostrato la Madre di Cristo, Madre pur rimanendo Vergine; lo Spirito Santo è infatti capace di dare una discendenza anche a chi non si sposa. Lo stile di vita verginale nella Chiesa ha poi un significato di “segno” del mondo che verrà. Gesù riprenderà infatti il tema della verginità in un altro momento, ossia durante la disputa con i sadducei circa la risurrezione (cfr. Mc 12,18ss). Qui Gesù fa due importanti affermazioni circa il matrimonio e la verginità: la prima: il matrimonio si scioglie con la morte e nell’aldilà non esiste più un legame di questo genere; la seconda: il fatto di non prendere “moglie né marito” è la caratteristica del mondo futuro e di conseguenza, chi è chiamato a vivere così fin da questa terra, diventa, nella chiesa, un segno permanente che rimanda al mondo che verrà. Come vedremo, anche il matrimonio però, nella chiesa, è un segno permanente: il segno dell’amore fedele di Cristo che ha sposato la Chiesa e ha dato Se Stesso per lei.

Il segno sacramentale dell’Alleanza: il matrimonio

Se il sacerdozio, in quanto sacramento, è “segno” della perenne presenza del Cristo, Pastore e Maestro, anche il matrimonio, in quanto sacramento, è “segno” di qualcosa. Questo “qualcosa” è l’amore fedele e fecondo che Cristo nutre per la Chiesa, sua Sposa. Il sacramento del matrimonio è il “primo in assoluto”, perché è venuto all’esistenza con l’uomo stesso nel contesto della creazione originaria. L’uomo è creato da Dio per amore, ma anche per l’amore. La chiamata all’amore è in sostanza la vocazione più originaria della persona umana e, in un certo senso, è la sua prima verità. Capire il sacramento del matrimonio è perciò qualcosa di più che non un semplice capire il pensiero di Dio sulla coppia, perché coincide col recupero della verità originaria dell’uomo come creatura.

Uno sguardo al passato

La riflessione della Chiesa sulla realtà dei sacramenti non può naturalmente rimanere ferma e si evolve continuamente nel tentativo di chiarire ulteriormente le cose che sappiamo. Nel caso del sacramento del matrimonio, la riflessione teologica si evolve di più che negli altri campi, perché tanto più si comprende il sacramento del matrimonio quanto più si comprende l’uomo. Così, col progredire delle scienze umane, progredisce anche la comprensione del matrimonio come sacramento. Un esempio: nel medioevo non si conosceva il processo di ovulazione della donna e si attribuiva totalmente all’uomo il principio attivo della generazione, come se la donna fosse solo un semplice contenitore del feto. Da questo fraintendimento conseguiva una ulteriore legittimazione della posizione subordinata dell’universo femminile. La cosa aveva le sue conseguenze anche nella riflessione teologica. Insomma, man mano che si conosce l’autentica realtà dell’uomo, si può capire meglio anche il sacramento che consacra la sua chiamata all’amore. Un punto nevralgico della riflessione sul matrimonio è costituito dallo spostamento dell’accento, in epoca contemporanea, su ciò che il matrimonio è. Fino all’inizio di questo secolo, infatti, la riflessione teologica tendeva piuttosto a rispondere alla domanda sulla funzione, cioè a cosa serve il matrimonio. A questa domanda si rispondeva con tre definizioni: bonum prolis, mutuum adiutorium, remedium concupiscentiae. Il matrimonio serve insomma a garantire tre benefici all’individuo: serve a dargli una discendenza, realizzando la chiamata fondamentale alla paternità e maternità (bonum prolis); inoltre, serve a garantire a ciascuno dei due coniugi un aiuto nell’affrontare le difficoltà della vita (mutuum adiutorium); infine serve a canalizzare positivamente l’istinto sessuale, orientandolo verso un partner legittimo (remedium concupiscentiae).

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