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"C
r i s t o M a e s t r o"... i l S i t o |
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Il
segno della Croce
apre la celebrazione; non
si può iniziare la Messa con una preghiera o un segno diverso. Anche
questo gesto ha tutta una serie di allusioni :
a
– Il sacrificio del Cristo; possiamo raccoglierci intorno all’altare
in virtù di questo sacrificio.
Il segno
della Croce ci riconduce al Golgota.
b –
E’ il ricordo del Battesimo che è la porta d’ingresso a qualunque altro
incontro con il Risorto;
c
– E’ anche un simbolo Trinitario, noi come assemblea siamo casa , Tempio
della Trinità.
Il
segno di Croce quindi contemporaneamente ci richiama il Golgota, il
Battesimo e la Trinità che vive in noi.
A
questo il popolo risponde con una parola ebraica “AMEN”,
con cui afferma la propria fedeltà e il proprio credere che le cose
stanno proprio così. E’
Vero !!
Dopo
il segno di Croce celebrante e fedeli si scambiano il saluto.
Il
celebrante annunzia la presenza del Signore “La grazia e la pace di
Dio nostro Padre e del Signore nostro Gesù Cristo sia con tutti voi”.
Afferma
la realtà della presenza di
Dio “Dove 2 o 3 sono riuniti nel mio nome Io sono in mezzo a loro” .
Ecco
il primo salto qualitativo che i cristiani sono chiamati a fare non
senza un certo impegno: bisogna prendere coscienza che l’assemblea liturgica
è convocata per accogliere Gesù Cristo che si fa realmente presente
con la sua Parola e con i suoi segni che danno salvezza.
Espressioni
come “Il Signore sia con voi”,
e la risposta dell’assemblea “E con il tuo spirito”, non sono
state inventate, ma sono state prese dalla Sacra Scrittura. “Il
Signore sia con voi” si trova nel libro di Rut 2,4.
“E con
il tuo spirito”, nella 2 Timoteo 4,22.
Così
anche tutte le altre forme
di saluto. Sono a scelta del celebrante tranne una che ricorda le parole
del Risorto al suo ingresso nel cenacolo: “La Pace sia con voi”, e
che è riservata al Vescovo.
L’atto penitenziale
Dopo lo scambio del saluto, vi è l’atto
penitenziale comunitario, dove ogni partecipante all’Eucaristia si riconosce
peccatore e confessa le proprie colpe a Dio e ai fratelli, secondo le
parole di Gesù, che ha detto di riconciliarci fra di noi prima di offrire
il nostro sacrificio all’altare (Matteo 5,24).
La
necessità di premettere l’atto penitenziale alla celebrazione eucaristica
è desunta dalla 1 lettera ai Corinzi 11,28: “Ciascuno esamini se stesso
e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia
e beve senza riconoscere il Corpo del Signore, mangia e beve la sua
condanna”. La Chiesa ha fatto sua questa prassi. L’atto penitenziale si compone così :
-
Un invito con cui il celebrante introduce l’esame di coscienza;
-
Un attimo di silenzio ;
-
Le diverse formule per la domanda di perdono : “Confesso a Dio
Onnipotente e a voi fratelli, che ho molto peccato in pensieri, parole,
opere e omissioni, per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.
E supplico la beata sempre Vergine Maria, gli angeli, i santi e voi,
fratelli, di pregare per me il Signore Dio nostro”.
Seguono
le altre con i propri Signore pietà, Cristo pietà, Signore pietà.
Il
celebrante conclude con queste parole: “Dio onnipotente abbia misericordia
di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna”. L’atto penitenziale non si fa in 2 casi :
1 – Nel caso in
cui alla Messa si aggiunge un’altra preghiera (lodi, vespri, etc. )
2 – L’atto penitenziale
si può sostituire con il rito dell’aspersione, che ha lo stesso
valore assolutorio.
Nelle
domeniche (eccetto in quelle di Avvento e Quaresima), nelle solennità
e nelle feste, si dice il Gloria. E’ un inno antichissimo, con il quale
la Chiesa glorifica e supplica Dio Padre, Cristo Agnello immolato per
noi e lo Spirito Santo. Si compone di un prologo, che riprende il canto
degli angeli nella notte di Natale:
“
Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona
volontà”.
Seguono
poi le strofe, di cui la prima è dedicata a Dio Padre:
“Noi
ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo, ti rendiamo
grazie per la tua gloria immensa, Signore Dio, Re del cielo, Dio Padre
onnipotente”.
La
seconda è dedicata a Cristo, con la menzione di diversi titoli cristologici: La colletta
I
riti introduttivi si concludono con la preghiera di colletta, dal verbo
“Colligere” che significa “Raccogliere”.
Si
chiama così perché rappresenta
l’apice delle preghiere precedenti, dal momento in cui il celebrante
è arrivato all’Altare, il saluto, l’atto penitenziale e l’aver attestato
la presenza di Dio.
La
colletta sintetizza tutti questi dialoghi, tutte le precedenti preghiere
e le presenta a Dio attraverso la mediazione del celebrante.
Questa
preghiera ha sempre la stessa struttura :
a
– Invito alla
preghiera del celebrante ( Preghiamo );
b
– La pausa di silenzio per indurre al raccoglimento l’assemblea ma anche
per suscitare nell’assemblea e in ciascuno una
preghiera personale.
c
– La preghiera è
sempre rivolta al Padre. Si prega il Padre attraverso Gesù Cristo nella
virtù dello Spirito santo.
La
preghiera è sempre Trinitaria, ma il Padre è considerato come il punto
di arrivo della preghiera, Gesù Cristo il tramite della mediazione e
lo Spirito Santo è la forza che rende possibile questa preghiera.
Durante
la colletta il celebrante sta con le mani alzate e stese nel gesto tipico
dell’orante ma anche nel gesto di Mosè e di Samuele che su un monte,
in due episodi distinti dell’AT, alzano le braccia per intercedere in
favore del popolo.
Le mani
alzate del celebrante contiene anche 2 allusioni :
1
– Allusione alla Croce il ministro offre un sacrificio come nel Golgota
;
2 –
Allusione alla consuetudine dei soldati che si arrendono, un atteggiamento
di resa nei confronti di Dio, e un segno della cessazione delle ostilità
con un atto di autoconsegna a Lui.
-
In relazione alle meraviglie compiute da Yahweh, l’amen
esprimeva la confidenza e la fiducia nella sua potenza e nella sua bontà,
in quanto proclamava nella lode che egli era il Dio liberatore e salvatore
del suo popolo. Per questo l’amen
diventò ben presto una formula di benedizione e di lode: “Esdra benedisse
il Signore Dio grande e tutto il popolo rispose: ”Amen, amen”! (Ne 8,6).
L’orante era quindi certo che, in nome dell’amore riconosciuto e proclamato,
la sua preghiera venisse ascoltata. L’amen
allora, al termine di ogni orazione, esprimeva una speranza gioiosa
e confidente.
-
come espressione di lode esultante l’amen veniva posto pure al
termine delle dossologie, quale conclusione solenne della liturgia di
ringraziamento. “Sia benedetto il Signore Dio d’Israele, di secolo in
secolo. E tutto il popolo disse: Amen, alleluja”. ( 1 Cr 16,36 ). L’unione
dell’amen con l’alleluja sottolineava la gioia della fede, lo stupore
e la meraviglia di fronte alla manifestazione del Dio onnipotente nell’amore;
così come il raddoppiamento dell’amen
voleva esaltare il Signore e proclamare che Lui è il Dio della
sicurezza: “Sia benedetto il Signore, Dio d’Israele, da sempre e per
sempre. Amen, amen”. ( Sal 72,19 ). |
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dei sacramenti (parte IV)
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