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"C
r i s t o M a e s t r o"... i l S i t o |
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Intermezzo:
la dottrina della giustificazione e del merito (I)
Prima
di entrare nel vivo di un importante sacramento, quale quello della
riconciliazione, ci sembra opportuno completare gli elementi essenziali
della dottrina circa la giustificazione
del peccatore. Si tratta di vedere con precisione come avvenga il
perdono dei peccati e, se avviene senza alcun merito da parte dell’uomo,
come possa conciliarsi con il valore delle opere. In sostanza: se Dio
ci perdona senza il nostro merito, a che servono le opere?
Sarà
opportuno chiarire questi concetti, prima di parlare del sacramento
del perdono.
Nella
lettera ai Romani, l’Apostolo dice inoltre che l’errore degli ebrei
è tutto qui: hanno ignorato la giustizia offerta da Dio e hanno cercato
di stabilire la propria (cfr. 10,2-3).
E
le opere buone, allora, non valgono niente?
Il
NT dà un ruolo e una posizione ben precisa alle opere buone, e non è
esatto dire che esse non servono a niente. Semmai è teologicamente errato
sostenere che le opere buone “producano” la salvezza. Se le opere umane
fossero capaci di produrre la salvezza, non si capirebbe più il significato
della morte di Cristo. Inoltre, in Mt 16, 25-28 Egli avrebbe detto quali
opere restituiscono all’uomo la vita dell’anima, mentre invece ha detto
che neppure la conquista del
mondo può essere offerta a Dio per avere in cambio la vita eterna.
E
la fede senza le opere?
E’
certamente vero che quando uno ha la fede, ottiene la salvezza e vive
da uomo salvato. Tuttavia, non sempre la mancanza di opere buone indica
anche la mancanza della fede. Poniamo il caso di un battezzato che ha
vissuto da delinquente tutta la sua vita. Poniamo che in tarda età venga
colpito da una malattia che lo costringe a rimanere immobile a letto.
Poniamo che in questa fase egli rifletta, rientri in se stesso e si
converta realmente, pentendosi della sua vita sconclusionata. Poniamo
che non abbia neppure beni personali da destinare alla beneficenza.
Quest’uomo non sarà veramente impossibilitato a
compiere opere buone? Se le opere buone fossero capaci di produrre
la salvezza, quest’uomo, che non può più farle, sarebbe destinato alla
perdizione, nonostante il suo perfetto pentimento. E questo sarebbe
giudicato assurdo e ingiusto da qualunque uomo sano di mente.
Intermezzo:
la dottrina della giustificazione e del merito (II)
Il giudizio finale terrà conto delle opere
Se
le cose stanno così dobbiamo chiederci anche perché, nel racconto matteano
del giudizio universale, Cristo è presentato nell’atto
di giudicare le opere degli uomini radunati davanti al suo trono
(cfr. Mt 25,31ss). Se la salvezza non è prodotta dalle opere, perché
il giudizio di Cristo verte sulle opere?
La risposta a questa domanda è molto evidente se si tiene conto
di quello che abbiamo detto fin qui.
Le opere sono la dimostrazione
esterna della salvezza accolta nella fede. Il giudizio di Cristo
non è un giudizio privato, ma è universale, nel senso che è compiuto
alla fine dei giorni dinanzi a tutto il creato. In questo giudizio esterno,
visibile agli angeli e agli uomini, l’esito pratico della vita di ciascuno
sarà la testimonianza più chiara della salvezza accettata mediante un’adesione
personale. In sostanza, la fede interiore è nota solo a Dio, ma nel
giudizio finale gli elementi esterni saranno la testimonianza di quelli
interni. Infatti, l’esito delle opere è menzionato dalla Scrittura solo
nel giudizio universale, che ha appunto un carattere pubblico e non
privato. A Dio basta guardare il cuore, ma agli
angeli e ai santi il giudizio finale mostrerà l’esito concreto della
vita di ogni singolo uomo.
E’
esatto dire che le opere producano un “merito”?
Sì
è esatto, ma occorre specificare in che cosa consista effettivamente
il “merito” di cui si parla. Taluni pensano che una persona nel corso
della sua vita compie delle opere buone e che queste opere sono accettate
da Dio come un lasciapassare per la vita eterna. In sostanza, alcuni
hanno in mente uno schematismo di questo genere:
opere buone
®
Vita eterna. Questa dottrina
è erronea, ed è stata condannata come eretica fin dal IV secolo. Più
precisamente, questa è l’eresia “pelagiana”, che sosteneva appunto la
capacità umana di salvarsi mediante le opere. La dottrina corretta prevede
invece uno schematismo a tre termini:
infusione della Grazia
®
opere buone
®
Vita eterna. Secondo
questa seconda prospettiva, le opere buone dell’uomo che vive in Grazia
di Dio sono una lode alla Trinità, un culto spirituale (cfr. Rm 12,1)
che conferma la persona nel suo statuto di figlio e lo mantiene nell’Alleanza.
MA, il suo ingresso nella
Vita eterna è in ogni caso determinato dal momento precedente a quello
delle opere: l’infusione
della Grazia. |
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dei sacramenti (parte VIII)
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