"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
Tu sei in: Home > Catechesi > La chiesa, sacramento universale di salvezza > Il settenario dei sacramenti (parte VIII)

Intermezzo: la dottrina della giustificazione e del merito (I)

Prima di entrare nel vivo di un importante sacramento, quale quello della riconciliazione, ci sembra opportuno completare gli elementi essenziali della dottrina circa la giustificazione del peccatore. Si tratta di vedere con precisione come avvenga il perdono dei peccati e, se avviene senza alcun merito da parte dell’uomo, come possa conciliarsi con il valore delle opere. In sostanza: se Dio ci perdona senza il nostro merito, a che servono le opere?

Sarà opportuno chiarire questi concetti, prima di parlare del sacramento del perdono. Cosa dare in cambio della propria anima?Il fatto che Dio ci perdoni senza il nostro merito si vede da molti brani del NT; ci limitiamo a riprendere i più importanti. La lettera ai Romani è certamente il testo più completo e più profondo della riflessione di Paolo sulla giustificazione. Il medesimo insegnamento, anche se in forma più stringata, si ritrova nella lettera ai Galati. Potremo darne un’esposizione dettagliata quando, concluso il ciclo di catechesi sulla dottrina cristiana, ci volgeremo allo studio delle Scritture. Per adesso ci accontentiamo di citare un paio di brani per il chiarimento dei termini della questione.Nella lettera ai Filippesi, Paolo parla di se stesso e ricorda la sua formazione farisaica (cfr. 3,1-6);  poi aggiunge: “Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita... Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo... e di essere trovato in Lui non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede”.

Nella lettera ai Romani, l’Apostolo dice inoltre che l’errore degli ebrei è tutto qui: hanno ignorato la giustizia offerta da Dio e hanno cercato di stabilire la propria (cfr. 10,2-3).Se il concetto non fosse ancora chiaro, l’insegnamento della 2 Timoteo è inequivocabile: “Dio ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito” (1,9).Questo insegnamento teologico dell’Apostolo Paolo è fondato sulle tradizioni derivanti dall’insegnamento del Gesù storico, come si può vedere da Mt 16,25-28.  Qui Gesù dice che a un uomo non giova a nulla conquistare il mondo, se poi perde la propria anima. Infatti, il merito personale più alto che si possa immaginare, non è sufficiente a garantire l’ingresso nel Regno di Dio. Nel Regno di Dio, quindi, non ci entrano coloro che durante la vita sono stati troppo bravi, ma coloro ai quali Dio stesso apre le porte dell’eternità.

E le opere buone, allora, non valgono niente?

Il NT dà un ruolo e una posizione ben precisa alle opere buone, e non è esatto dire che esse non servono a niente. Semmai è teologicamente errato sostenere che le opere buone “producano” la salvezza. Se le opere umane fossero capaci di produrre la salvezza, non si capirebbe più il significato della morte di Cristo. Inoltre, in Mt 16, 25-28 Egli avrebbe detto quali opere restituiscono all’uomo la vita dell’anima, mentre invece ha detto che neppure la conquista del mondo può essere offerta a Dio per avere in cambio la vita eterna.La posizione delle opere buone nella vita cristiana è chiaramente indicata dall’Apostolo Giacomo al cap. 2 della sua epistola: “Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede” (v. 18). In sostanza, Giacomo intende dire che la fede, quando è autentica, genera uno stile di vita riscontrabile nelle opere. La fede biblica quindi non può consistere nella accettazione puramente mentale dell’esistenza di Dio: “Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene; anche il demonio ci crede” (v. 19). La fede è una esperienza che coinvolge la persona umana nella totalità delle sue componenti. Non può non esprimersi anche nelle opere. Da questo punto di vista occorre dire che le opere buone valgono in quanto sono la testimonianza inoppugnabile che la persona cammina nella luce di Dio. Non introducono nella luce della gloria di Dio, ma dimostrano che in quella luce uno c’è entrato davvero. Chi non è in grazia di Dio non può mantenere lo stesso stile luminoso di vita di chi invece vive abitualmente da figlio.

E la fede senza le opere?

E’ certamente vero che quando uno ha la fede, ottiene la salvezza e vive da uomo salvato. Tuttavia, non sempre la mancanza di opere buone indica anche la mancanza della fede. Poniamo il caso di un battezzato che ha vissuto da delinquente tutta la sua vita. Poniamo che in tarda età venga colpito da una malattia che lo costringe a rimanere immobile a letto. Poniamo che in questa fase egli rifletta, rientri in se stesso e si converta realmente, pentendosi della sua vita sconclusionata. Poniamo che non abbia neppure beni personali da destinare alla beneficenza. Quest’uomo non sarà veramente impossibilitato a compiere opere buone? Se le opere buone fossero capaci di produrre la salvezza, quest’uomo, che non può più farle, sarebbe destinato alla perdizione, nonostante il suo perfetto pentimento. E questo sarebbe giudicato assurdo e ingiusto da qualunque uomo sano di mente. L’esempio che abbiamo inventato trova però anche un riscontro evangelico nella figura del ladro che muore accanto a Gesù, ed entra nel Regno dei Cieli senza avere opere apprezzabili da presentare a Dio, all’infuori delle sue malefatte, per le quali era stato condannato dalla giustizia umana. Avere incontrato Cristo e averlo accettato nella sua vita come suo salvatore personale, è ciò che veramente lo salva. Naturalmente dobbiamo supporre che se in quel momento egli fosse stato graziato dall’imperatore Tiberio, la sua vita avrebbe avuto una svolta nella luce delle opere buone, e ciò come una conseguenza dell’essere stato salvato da Cristo, non già come una espressione della pretesa di salvarsi per le opere.

Intermezzo: la dottrina della giustificazione e del merito (II)

Il giudizio finale terrà conto delle opere

Se le cose stanno così dobbiamo chiederci anche perché, nel racconto matteano del giudizio universale, Cristo è presentato nell’atto di giudicare le opere degli uomini radunati davanti al suo trono (cfr. Mt 25,31ss). Se la salvezza non è prodotta dalle opere, perché il giudizio di Cristo verte sulle opere?

La risposta a questa domanda è molto evidente se si tiene conto di quello che abbiamo detto fin qui. Le opere sono la dimostrazione esterna della salvezza accolta nella fede. Il giudizio di Cristo non è un giudizio privato, ma è universale, nel senso che è compiuto alla fine dei giorni dinanzi a tutto il creato. In questo giudizio esterno, visibile agli angeli e agli uomini, l’esito pratico della vita di ciascuno sarà la testimonianza più chiara della salvezza accettata mediante un’adesione personale. In sostanza, la fede interiore è nota solo a Dio, ma nel giudizio finale gli elementi esterni saranno la testimonianza di quelli interni. Infatti, l’esito delle opere è menzionato dalla Scrittura solo nel giudizio universale, che ha appunto un carattere pubblico e non privato. A Dio basta guardare il cuore, ma agli angeli e ai santi il giudizio finale mostrerà l’esito concreto della vita di ogni singolo uomo.

E’ esatto dire che le opere producano un “merito”?

Sì è esatto, ma occorre specificare in che cosa consista effettivamente il “merito” di cui si parla. Taluni pensano che una persona nel corso della sua vita compie delle opere buone e che queste opere sono accettate da Dio come un lasciapassare per la vita eterna. In sostanza, alcuni hanno in mente uno schematismo di questo genere: opere buone ® Vita eterna. Questa dottrina è erronea, ed è stata condannata come eretica fin dal IV secolo. Più precisamente, questa è l’eresia “pelagiana”, che sosteneva appunto la capacità umana di salvarsi mediante le opere. La dottrina corretta prevede invece uno schematismo a tre termini: infusione della Grazia ® opere buone ® Vita eterna. Secondo questa seconda prospettiva, le opere buone dell’uomo che vive in Grazia di Dio sono una lode alla Trinità, un culto spirituale (cfr. Rm 12,1) che conferma la persona nel suo statuto di figlio e lo mantiene nell’Alleanza. MA, il suo ingresso nella Vita eterna è in ogni caso determinato dal momento precedente a quello delle opere: l’infusione della Grazia. Dal momento dell’infusione della Grazia (il Battesimo) le opere buone acquistano un valore di culto alla Trinità perché colui che le compie non è più una semplice creatura umana, ma è un figlio di Dio. Ed è naturale che le opere acquistano significato solo in base a chi le compie: a nessuno sfugge il fatto che, se io vado a far visita a un amico e il suo cane mi corre incontro a farmi festa, la cosa può rallegrarmi; ma se invece del suo cane è il padrone di casa che mi viene incontro e si mostra lieto di vedermi, la cosa cambia totalmente aspetto! L’opera di accoglienza è la stessa, nella stessa casa e nelle stesse circostanze, ma essa cambia di valore per me in base all’identità di chi mi accoglie: può accogliermi infatti un parente del mio amico, può accogliermi la collaboratrice domestica, può accogliermi un ospite di passaggio in quella casa, può accogliermi il cane, e può accogliermi il padrone di casa in persona.Voglio dire che agli occhi di Dio l’opera buona acquista un profumo di incenso, ossia un valore di culto spirituale in senso paolino (cfr. Rm12,1), quando la persona vive il suo battesimo. La medesima opera buona, davanti a Dio ha un peso diverso se è compiuta da un uomo morto alla Grazia o se è compiuta da uno che vive in pieno la santità battesimale. In nessun caso però ha valore per ottenere in cambio il Paradiso. "Se diciamo che siamo senza peccato inganniamo noi stessi e la verità non è in noi.
Se riconosciamo i nostri peccati,Egli che èfedele e giusto ci perdonerà e ci purificherà". (1Gv 1,8-9)

Tu sei in: Home > Catechesi > La chiesa, sacramento universale di salvezza > Il settenario dei sacramenti (parte VIII)
Commenti; suggerimenti; Pregasi contattare il Webmaster
 
Copyright © 2001-2007 "CristoMaestro" Tutti i diritti  riservati