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La Scrittura affronta fin dall’inizio il problema della morte. La morte degli esseri viventi è considerata come una tappa necessaria e perfino naturale, ma per l’uomo è un enigma. Piuttosto, l’esperienza della morte non era stata prevista da Dio, nel suo piano originario. Nel progetto di Dio non era prevista la morte così come non era previsto il peccato. Si vede chiaramente da Rm 5,12: “…la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato”. Anche Sap 2,24 sembra muoversi nella stessa linea: “La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo”. Non occorre fare altre citazioni per poter affermare che la morte dell’essere umano è un corpo estraneo nelle leggi del cosmo.Bisogna però precisare di quale “morte” si stia parlando. Dire che la morte è conseguenza del peccato originale non significa che la natura umana sarebbe stata immortale, se i progenitori non avessero peccato. Va notato che il Signore, mentre proibisce all’uomo di avvicinarsi all’albero della scienza, non dice “altrimenti diventerai mortale”, ma soltanto “certamente moriresti” (Gen 2,17). Non si tratta allora di diventare mortale dopo essere stato immortale, ma è piuttosto in ballo la possibilità di andare incontro a una “certa esperienza” della morte.Per capire questo concetto bisogna riprendere un paio di espressioni del libro dell’Apocalisse: “Beati coloro che muoiono nel Signore” (14,13), e ancora: chi muore così “non sarà colpito dalla seconda morte” (2,11). In sostanza, la conseguenza del peccato originale è l’incapacità, da parte dell’uomo, di morire nel Signore. Il primo frutto della Resurrezione di Cristo, e quindi del battesimo e della liberazione cristiana, è infatti proprio questo: la possibilità di ritornare nell’Amicizia di Dio, per essere in grado di sperimentare una morte personale che non è più un sentirsi derubati della vita, ma una libera donazione di se stessi, il cui valore è altissimo, dal momento che la morte dei suoi fedeli è preziosa agli occhi di Dio (cfr. Sal 116,15). Morire nel Signore è addirittura una beatitudine (cfr. Ap 14,13). Tutta la vita cristiana ci appare allora come una preparazione a morire nel Signore.

1.2  Il giudizio particolare

La morte del singolo uomo segna la fine dello stato di pellegrinaggio. Questo fatto implica anche la fine di ogni possibilità ulteriore di decisione. L’arco di tempo che sta tra la nascita e la morte è l’unico dato all’uomo per compiere le sue scelte. Ci sembra che l’insegnamento di Cristo sia stato chiaro su questo punto. Ad esempio, in Gv 12,25 leggiamo: “Chi ama la sua vita la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”. Ci sembra significativa la sottolineatura di Gesù “in questo mondo”. Questo mondo è infatti l’unica occasione per prendere delle decisioni definitive. L’Apostolo Paolo riprende questa tematica in 2 Cor 5,10: “Tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo… per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo”. Il vivere “nel corpo” è allora il tempo dell’attività decisionale. Uscire dal corpo significa allora essere fissati per sempre in quello stadio evolutivo che si è raggiunto in quell’istante, senza ulteriori possibilità di crescita. Semmai, è possibile una purificazione dai residui del peccato (il Purgatorio), ma una crescita nell’Amore è impossibile: si rimane in eterno ciò che si è divenuti. Anche su questo punto Gesù è stato chiaro; pensiamo alla parabola dei talenti (cfr. Mt 25,14ss): i servi decidono essi stessi quale sarà il loro destino al momento del ritorno del padrone, in base alla loro personale evoluzione nell’investimento dei talenti o nel loro sotterramento. Il ritorno del padrone segna anche la fine della possibilità di decidere diversamente: ciascuno rimane nel suo livello di evoluzione.Quanto abbiamo detto è già sufficiente per affermare che la teologia cristiana non può ammettere l’ipotesi della metempsicosi, o trasmigrazione delle anime. Questo rifiuto della metempsicosi sarà maggiormente giustificato, come vedremo, dai presupposti che fondano la dottrina della risurrezione della carne

Le tre dimensioni ultraterrene: Paradiso, Purgatorio, Inferno

Dicevamo che ciascuno, nel momento della morte, rimane fissato nel suo stadio evolutivo, perché non vi è più un tempo supplementare per decidersi. Chi muore “nel Signore”, avendo risposto positivamente agli stimoli della grazia battesimale (cioè non avendo sciupato e mandato a vuoto i doni di Dio), entra subito in una condizione che chiamiamo tradizionalmente “Paradiso”, un termine derivato dal persiano il cui significato originario è “giardino”.

La beatitudine dei santi: il Paradiso

Nella Scrittura Dio si presenta continuamente come il datore della vita e come Dio dei viventi. Il suo unico obiettivo è quello di dare all’uomo la vita piena (cfr. Gv 10,10). Il nome di questa vita piena, definitiva e traboccante è beatitudine. Qui ci riferiamo alla beatitudine come condizione intermedia.Nel NT l’espressione «vita eterna» ricorre molto spesso nei Vangeli. Possiamo dire più precisamente che Matteo, Marco e Luca ne parlano come di una realtà futura, da conseguirsi dopo la morte, mentre Giovanni lascia intendere che questa vita beata, qualitativamente superiore alla felicità biologica, fluisce dentro di noi già ora, nell’atto di accoglienza del Cristo come Maestro e Salvatore personale (cfr. Gv 3,36 e 6,47). Mettendo insieme tutti i testi del NT si può dire che la vita eterna si manifesta nell’ultimo giorno come compimento glorioso, ma inizia adesso, e fin da adesso ci permette di gustare, anche se in modo embrionale, le primizie dello Spirito. Questo pregustamento è sufficiente per farci percepire che la nostra vita sta andando verso un’esperienza sempre più piena. Insomma, fin da ora possiamo sentirci cittadini della Gerusalemme del cielo (cfr. Ef  3,19).Il NT ci dà altre indicazioni circa gli elementi di cui si compone la vita eterna. Intanto si parla più volte di un approfondimento della intimità con Dio (cfr. Fil 1,23; 1 Ts 4,17). La vita eterna, nella sua fase realizzata, consiste in un «ritorno a casa», cioè nella cessazione della condizione di esilio.Un secondo elemento è costituito dalla visione intuitiva di Dio. Consiste nella possibilità di vedere Dio «così come Egli è». Non in figure, non in simboli, non in immagini, ma in modo diretto. I testi a cui ci riferiamo sono principalmente due: 1 Gv 3,2: «Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma non si è ancora manifestato quel che saremo. Sappiamo che quando Egli si sarà manifestato, saremo simili a Lui, perché lo vedremo come Egli è. L’altro è 1 Cor 13,12: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia». L’Apostolo stabilisce un contrasto tra «ora» e «allora» sulla base di due modi di conoscere Dio: ora in maniera confusa (cioè mediante i «segni» della sua presenza e i simboli che usiamo per parlare di Lui), allora faccia a faccia (cioè senza veli che ci impediscano di conoscere la sua essenza divina).Un terzo elemento è costituito dall’immersione nell’Amore. Ci riferiamo qui a 1 Cor 13,8: «La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono della lingue cesserà e la scienza svanirà». Tutti i doni di Dio, ordinari e carismatici, che abbiamo ricevuto in questa vita, svaniranno, perché nell’altra vita non serviranno più. L’unico dono eterno è la virtù teologale della carità. La qualità della vita che si vive in Dio è Amore.Un quarto elemento è una durata senza limiti. Ci riferiamo qui a testi come 2 Cor 5,1: «Quando verrà disfatto questo corpo... riceveremo un’abitazione eterna nei cieli». Oppure 1 Cor 9,25: «Ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile». «E la morte non esisterà più» (Ap 21,4). Questa situazione di incorruttibilità e di beatitudine è già sperimentata da chi muore in grazia di Dio subito dopo la propria uscita dal mondo. Per il momento è solo lo spirito umano a conoscere questa nuova realtà. Dopo la risurrezione, anche i corpi umani trasformati saranno resi partecipi di questa nuova creazione.

La possibilità di una purificazione ultraterrena: il Purgatorio

L’approvazione divina sulla vita di una persona può non avere una immediata attuazione. Questo si verifica quando, nel momento della morte, lo stadio di evoluzione personale non ha ancora raggiunto la maturità dell’amore. In questo caso, l’io cosciente, che con la morte si è separato dalla materia, non può essere ammesso alla visione immediata di Dio. Deve prima liberarsi dalle scorie di attaccamenti terrestri che ancora lo appesantiscono. Lo stato di purificazione ultraterrena prende il nome tradizionale di «Purgatorio».I testi biblici sul Purgatorio non sono moltissimi. Possiamo perciò citarli tutti. Nell’AT, c’è un solo testo che ci dà notizia di una possibilità di purificazione dopo la morte: il secondo libro dei Maccabei. Giuda maccabeo, condottiero dell’esercito dei giudei, dopo una battaglia, mandò al Tempio una somma perché fosse offerto un sacrificio di espiazione per i soldati del suo esercito morti in battaglia: «Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio, perché venissero sciolti dai loro peccati» (2 Mac 12,38-46).Nel suo insegnamento, Gesù non parla mai esplicitamente del Purgatorio. Fa solo un accenno a proposito del peccato contro lo Spirito Santo che non sarà perdonato né in questa vita né nell’altra (cfr. Mt 12,31). Con questa espressione Cristo intende riferirsi alla possibilità della purificazione ultraterrena? La teologia non è troppo sicura di questo.Un secondo testo in cui il NT ci permette di intravedere la possibilità di una purificazione ultraterrena è rappresentato da un brano di Paolo: 1 Cor 3,12-15. Qui egli parla del giudizio successivo alla morte, e fa riferimento a un salvarsi «come attraverso il fuoco». Il testo paolino parla di persone che hanno edificato qualcosa sul fondamento che è Cristo (v. 12). Quindi non si tratta di coloro che hanno rigettato la Pietra Angolare. Però, su questo stesso fondamento, è possibile costruire con materiali di diversa qualità: oro, argento, fieno, paglia... Nel tempo della vita terrena non è mai troppo evidente la qualità di ciò che noi abbiamo edificato: occorre aspettare il giudizio di Dio, simboleggiato nel linguaggio biblico dal fuoco: «Il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno; se l’opera resisterà... ma se finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco» (vv. 13-15). L’Apostolo prevede una situazione in cui la persona, avendo accettato Cristo nella propria vita, ha costruito su di Lui, ma con materiali scadenti (cioè non ha sviluppato che in minima parte le potenzialità della grazia battesimale); non si può dire che una tale persona abbia rifiutato Cristo, e perciò si salverà, ma come attraverso il fuoco, cioè mediante un processo di purificazione dalle scorie della sua pigrizia.Il Magistero della Chiesa, fin dall’epoca patristica, ha costantemente insegnato l’esistenza e la necessità del Purgatorio per tutti coloro che muoiono in grazia di Dio, ma con uno scarso livello di maturazione nell’amore.

Il destino finale degli empi: l’Inferno

L’Inferno rappresenta la retribuzione dell’empio. Si tratta del destino di chi, per tutta la sua vita, e fino all’ultimo istante di lucidità, ha compiuto una opzione fondamentale contro Dio. Non si può obbligare nessuno ad accettare un dono. Se uno nella Gerusalemme celeste non vuole andarci, è libero di rimanere fuori. Fuori da quella Città, però, ci sono le Tenebre. E non è solo oscurità fisica. E’ orrore che si chiama tradizionalmente «Inferno».  Il NT ci ricorda quasi a ogni pagina la serietà del nostro essere cristiani e la ferocia del nemico satanico che vuole trascinarci nella rovina e nella disperazione. Il NT è pure molto chiaro nel dire che il destino finale dei giusti e quello degli empi si differenzia radicalmente. Si pensi a Mt 13,49: «Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti». E ancora Mt 24,40-41: «Due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l’altro lasciato. Due donne lavoreranno alla mola: una sarà presa e l’altra lasciata».La condizione dell’Inferno comporta l’esclusione definitiva dalle proprietà che abbiamo elencato circa la vita eterna; ne risulta una esistenza di odio allo stato puro e di definitiva non conoscenza di Dio. E tutto ciò per una durata illimitata, come ci dice il Signore stesso in Mt 25,41. Il NT assume l’immagine del fuoco per designare una sofferenza senza limite. Questa condizione per gli empi ha inizio subito dopo la morte; la risurrezione della carne getta infine corpo e anima in questa situazione. Analogamente alla vita eterna, anche la morte eterna comincia durante questa vita: tutti coloro che vivono senza Dio, e nell’odio abituale, fanno esperienza di cosa sia l’Inferno (cfr. 1 Gv 3,15).

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