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I
segni premonitori della fine (nella natura, nelle nazioni, nella Chiesa)
Dobbiamo
precisare all’inizio del nostro discorso sulla fine del mondo che
gli ultimi tempi sono iniziati con l’Ascensione di Cristo. Infatti,
è iniziata dal quel momento, per la Chiesa, l’attesa del suo ritorno.
Dall’altro lato, però, bisogna tenere in seria considerazione il fatto
che vi è un tempo in cui l’umanità entra “nell’ultima fase” di questa
attesa.La
Bibbia non autorizza in nessun punto l’eventualità di un calcolo del
giorno della fine del mondo in termini di calendario. Per tutte le
generazioni rimarrà una data sconosciuta, come la venuta di un ladro
nella notte (cfr. 1 Ts 5,2). Neppure gli angeli ne sanno nulla (cfr.
Mc 13,32). Però, alla domanda dei discepoli: «Quale sarà il segno
che queste cose staranno per compiersi?» (Mc 13,4), Gesù risponde
con un lungo elenco di segni dei tempi e conclude: «Dal fico imparate
questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie,
voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando
vedrete accadere queste cose, sappiate che Egli è vicino, alle porte»
(vv. 28-29). Cristo allora non ci rivela la data del suo ritorno,
ma ci dice quali segni si verificheranno nel mondo poco prima del
suo ritorno. Naturalmente, «poco prima» può significare anche alcuni
secoli.Vediamo
comunque con ordine i segni dei tempi elencati da Gesù. Si potrebbero
raggruppare per categorie.Una
prima categoria riguarda la
politica internazionale. Gesù si esprime in questi termini: «Sentirete
parlare di guerre e di rumori di guerre. Si solleverà popolo contro
popolo e regno contro regno» (Mt 24,6-7).Una
seconda categoria riguarda gli
squilibri della natura: «Vi saranno carestie e terremoti in vari
luoghi» (Mt 24,7). «Le potenze dei cieli saranno sconvolte»
(Mc 13,25).Una
terza categoria, ed è quella su cui Gesù si sofferma, riguarda i
destini della Chiesa. La fase finale della storia della Chiesa
conoscerà alcuni fenomeni che si possono elencare così:
nuove ondate di persecuzioni
(«Vi consegneranno ai supplizi e vi uccideranno»: Mt 24,9); si avrà
uno
stato confusionale nella dottrina della fede («Sorgeranno
molti falsi profeti e inganneranno molti»: Mt 24,11);
l’annuncio del Vangelo che
raggiunge tutte le nazioni («Frattanto, questo Vangelo del
regno sarà annunziato in tutto il mondo»: Mt 24,14);
la perdita della fede
che renderà le assemblee liturgiche un abominio della desolazione
(«Quando vedrete l’abominio della desolazione stare nel
luogo santo...»: Mt 24,15). Questo tema dell’apostasia come segno
della fine è ripreso dall’Apostolo Paolo in 2 Ts 1-12. Questo brano
paolino lascia intravedere quale sarà l’ultima prova che la Chiesa
dovrà affrontare prima del ritorno di Cristo. Il ritorno di Cristo
sarà preceduto da uno scatenamento delle forze delle tenebre mai conosciuto
nella storia della Chiesa, uno scatenamento che sarà orchestrato dalla
figura dell’Anticristo, un agente umano che verrà nella potenza di
Satana. Il Catechismo della
Chiesa Cattolica (n. 675) parla dell’Anticristo come della massima
impostura religiosa: ossia la falsa promessa di una salvezza proveniente
dalle sole risorse umane, negando di conseguenza Dio e il suo Messia,
ritenuti non necessari all’umanità emancipata. Si tratterà in sostanza
di una assolutizzazione dei valori della terra. In questa ultima fase
del suo cammino storico, la Chiesa non farà una marcia trionfale,
ma rivivrà le ore della Passione del suo Signore. Vivrà in se stessa
il mistero pasquale. A questo riguardo il Catechismo
della Chiesa Cattolica (n. 677) si esprime in questi termini:
“La Chiesa non entrerà nella gloria del Regno se non attraverso quest’ultima
Pasqua, nella quale seguirà
il suo Signore nella sua morte e nella sua Resurrezione. Il Regno
non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa,
secondo un progresso ascendente, ma attraverso
una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male, che farà
discendere dal Cielo la sua Sposa”.A
questi segni dei tempi, l’Apostolo Paolo ne aggiunge un altro, che
è la
conversione degli ebrei al cristianesimo (cfr. Rm 11,11-15.25).
L’indurimento di Israele è infatti in atto fino a quando tutte le
nazioni saranno entrate nell’Alleanza nuova e definitiva. Rm 11,15:
“Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo,
quale potrà mai essere la loro
riammissione se non una risurrezione dai morti?”. Per la verità
non è solo l’Apostolo Paolo a pensarla in questo modo, ma anche Pietro.
Infatti, in uno dei suoi primi discorsi agli ebrei Pietro dice: “Pentitevi
dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati
e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore
ed Egli mandi quello che vi
aveva destinato come Messia, cioè Gesù. Egli deve essere accolto
in cielo fino alla restaurazione di tutte le cose” (At 3,19-21). Mentre
Pietro parla Cristo si trova nei cieli, alla destra del Padre; il
tempo del suo ritorno è dunque condizionato dalla conversione degli
ebrei. In realtà, Gesù stesso si mostra di questa opinione, quando
piange su Gerusalemme: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti…
Vi dico che non mi vedrete
più, finché non direte: Benedetto Colui che viene nel nome del
Signore” (Mt 23,37-39). Altrimenti detto: Mi vedrete quando sarete
capaci di fare una vera professione di fede.
La
risurrezione della carne e il giudizio universale
L’annuncio della risurrezione della
carne è presente in modo esplicito in due testi dell’AT: Dn 12,1ss
e 2 Mac 7,1-29. Il testo di Daniele è molto esplicito sul fatto che
la risurrezione riguarda tutti, anche coloro che fossero andati in
perdizione; il secondo libro dei Maccabei mostra come la fede nella
risurrezione è stata la forza che ha sorretto i giudei durante la
persecuzione cruenta di Antioco IV.Il
NT ci offre però una visione più ampia sulla dottrina della risurrezione
della carne. La risurrezione dei morti avverrà in concomitanza con
la seconda venuta di Cristo (cfr. Mt 25,31ss). La risurrezione universale
è dunque la condizione previa per il giudizio finale. Gesù collega
la risurrezione universale e il giudizio in Gv 5,28-29: «Verrà l’ora
in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la voce del Figlio
dell’uomo e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione
di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna».
In questa prospettiva si comprende come solo per gli eletti la risurrezione
sia un compimento definitivo della gloria della figliolanza.L’insegnamento
dell’Apostolo Paolo sulla risurrezione riguarda solo la risurrezione
dei figli di Dio. Possiamo desumere dall’epistolario alcune precisazioni
importanti sulla questione della risurrezione della carne.Il
punto di partenza della teologia paolina è l’evento della risurrezione
personale di Cristo, che è da lui definito «primizia» (cfr. 1 Cor
15,23-24). In sostanza, Cristo sperimenta in
anticipo la vittoria sulla morte, che è oggetto della speranza
cristiana. Egli è «il primogenito di coloro che risuscitano dai morti»
(Col 1,18). Sotto questo aspetto, la nostra risurrezione è il naturale
prolungamento di quella di Cristo. La forza vitale che rende possibile
un recupero della vita corporale piena è la stessa che presiede alla
rinascita battesimale: il dono dello Spirito (cfr. Rm 8,11). Paolo
si mostra consapevole a questo punto di un problema non piccolo: la
relazione tra il nostro corpo attuale e il nostro corpo risuscitato.
In 1 Cor 15,35 prende infatti le mosse dalla seguente domanda: «Come
risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?». In sostanza, il corpo
che assumeremo nel giorno della risurrezione sarà lo stesso di quello
che avevamo durante la nostra vita mortale, oppure no? E se sarà un
corpo diverso, come faremo a dire che siamo veramente noi?
La
risposta dell’Apostolo Paolo contiene due nuclei inseparabili:
1. il
corpo risuscitato
non è
lo stesso
corpo;
2. colui
che risorge
sono veramente
io.
Con
la risurrezione si entra in una dimensione di vita che non è la stessa
della vita terrestre. La risurrezione finale non è uguale a quella
sperimentata da Lazzaro (cfr. Gv 11). Piuttosto è uguale a quella
sperimentata da Cristo. Il corpo che Cristo assume nella sua risurrezione
personale solo materialmente è
lo stesso corpo che Egli aveva prima; ma ciò che cambia sostanzialmente,
rendendo il corpo del Risorto qualcosa di radicalmente
diverso dal corpo storico, è la
qualità della vita: adesso è incorruttibile, immortale, non soggetto
alle leggi fisiche di questa creazione (cfr. Gv 20,19), un corpo che
può nutrirsi anche se non
ne ha bisogno (cfr. At 10,39-41). Anche per noi risorgere vorrà dire
entrare in un nuovo ordine di creazione: «Come abbiamo portato l’immagine
dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste» (1
Cor 15,49).Dall’altro
lato, il soggetto di questa opera di rinnovamento è il medesimo: «E’
necessario infatti che questo
corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo
corpo mortale si vesta di immortalità» (1 Cor 15,53). Di conseguenza,
è l’identità del soggetto,
«questo corpo», che garantisce la continuità tra “la persona storica”
e “la persona risorta”; insomma, sono
proprio io, con la mia identità irripetibile, che risorgo. L’identità
di una persona risorta non si dovrà cercare nei suoi tratti somatici,
ma nel suo io personale,
che nel momento della morte aveva raggiunto lo stadio finale della
sua evoluzione. Con questa medesima perfezione egli risorge nella
carne trasformata. Anzi, la sua stessa carne rinnovata esprime la
luminosità d’amore del suo spirito.
Cieli
nuovi e terra nuova: la Nuova Gerusalemme
La
meraviglia della creazione nuova non riguarda solamente gli esseri
umani, ma in un certo qual modo l’intero creato, che Dio vuole restituire
alla sua primigenia integrità. Dopo il giudizio universale, avrà luogo
anche la trasformazione del cosmo. L’Apostolo Paolo dice che la creazione
sta aspettando con impazienza questo momento, perché desidera «essere
liberata dalla schiavitù della corruzione» (Rm 8,21). Anche Pietro
accenna alla nuova creazione che Dio prepara per i risorti (cioè per
quelli che non hanno distrutto questa creazione): «Secondo la sua
promessa noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà
stabile dimora la giustizia» (2 Pt 3,13). In questo nuovo universo,
la dimora dei risorti è rappresentata dalla città di Dio, la Gerusalemme
che scende dal cielo, bella come una sposa (cfr. Ap 21,1ss): «Non
ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le
cose di prima sono passate; e Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi»
(21,4)
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