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L'affidamento del compito procreativo, ricevuto all'origine dalla prima coppia, non può esaurirsi, com'è ovvio, nel mettere al mondo i figli, ma deve prolungarsi in una paternità e maternità capaci di generare la personalità dei propri figli, dopo averli generati come individui. A proposito del dolore del parto, preannunciato alla donna in Gen 3, è usato un verbo ebraico altamente significativo (yalad) che non è usato soltanto con l'idea di "mettere fisicamente al mondo", ma indica anche la fatica di "far crescere". Alla donna non sono preannunciati solo i dolori del parto come fatto fisico, ma sono preannunciati anche quei dolori che accompagneranno il difficile compito di guidare i propri figli verso la maturità umana. Il verbo ebraico yalad allude in certo senso a una paternità e maternità che rispondono al disegno di Dio nella misura in cui generano "una seconda volta" i propri figli, formando in loro una personalità completa come uomini e come figli di Dio.
Gli errori dell'educazione:
Vediamo allora qual è il discorso biblico sull'educazione, che sarebbe appunto il secondo modo di generare i figli, anch'esso in qualche modo doloroso come il parto fisico.
Procreatori ma non educatori
Riprendendo il testo di Genesi, analizziamo l'atteggiamento della prima coppia nel rapporto coi propri figli. Gli indizi scritturistici talvolta sono molto esigui, ma non per questo meno significativi. Ad esempio, perché i progenitori sono presentati in Genesi 1-4 solo come coppia, e quando nascono Caino e Abele non sono presentati mai insieme ai loro figli come una famiglia unita? Nella lettura del racconto delle origini si ha l'impressione di vedere da un lato Adamo ed Eva, dall'altro i loro figli; mai tutti insieme. Sembra una famiglia internamente divisa, dove i genitori non sono mai descritti accanto ai figli, e i figli sono descritti da soli e in lotta tra loro. Si dice che Eva partorì un figlio e poi un altro (cfr. 4,1-2), ma nel racconto biblico Caino e Abele non si trovano mai insieme a lei e a lui. Come mai? Qual è la ragione di questa omissione? Forse il testo biblico vuole dire che il primo effetto del peccato, in relazione all'educazione dei figli, è l'assenza dei genitori? Anche in questo caso la conseguenza del peccato si presenta sotto l'aspetto di una scissione, ossia la separazione tra il ruolo di procreatori e quello di educatori. Adamo ed Eva sono presentati sì come procreatori, ma non come educatori di Caino e Abele. Essi sembrano infatti assenti nella vita dei loro figli. La loro paternità e maternità sembra estendersi interamente sulla dimensione umana e scarsamente su quella spirituale. Al contrario, ad Abramo sarà chiesta una duplice paternità: la procreazione e l'inserimento dei propri figli e discendenti nell'alleanza. La paternità fisica diventa paternità spirituale nella comunicazione delle fede: "Guardati dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno viste: le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli" (Dt 4,9); e altrove: "Ora, figli, vi comando: servite Dio nella verità e fate ciò che a Lui piace. Anche ai vostri figli insegnate a ricordarsi di Dio" (Tb 14,8).
La paternità debole
Un'altra disfunzione possibile, indicata dalla Scrittura, oltre all'assenza dell'educatore, è la sua presenza debole. Ne abbiamo un esempio istruttivo nel primo libro di Samuele a proposito del rapporto tra il sacerdote Eli e i suoi figli. L'insieme del racconto vuole suggerire che la paternità debole produce dei figli che si impongono ai genitori e talvolta anche a Dio. Il caso di Eli in questo senso è emblematico. Dopo lo svezzamento, Samuele è condotto al tempio da sua madre e viene accolto dal sacerdote Eli. Questi ha due figli che esercitano anch'essi il sacerdozio, ma in maniera del tutto scapigliata: spadroneggiano e sfruttano le persone che vanno al tempo a offrire sacrifici (cfr. 1 Sam 2,12-17). Eli comunque è già abbastanza vecchio e i suoi figli non ascoltano i suoi richiami e le sue correzioni (cfr. 1 Sam 2,22-26). Il problema però non è questo. Il Signore interviene successivamente pronunciando un giudizio sull'opera educativa di Eli, e ciò getta molta luce sulla vera causa della disubbidienza dei suoi figli, che non è il decadimento della vecchiaia. Un uomo di Dio va al tempio con un messaggio del Signore per Eli; in questo discorso profetico a Eli viene detto tra l'altro: "tu hai avuto maggior riguardo ai tuoi figli che a me, e vi siete pasciuti in tal modo con le primizie di Israele, mio popolo" (1 Sam 2,29). Con le parole "hai avuto maggior riguardo ai tuoi figli che a me", il Signore gli svela la vera causa della disubbidienza dei suoi figli: Eli, nella sua vita sacerdotale, non ha ubbidito a Dio e non ha avuto zelo per l'onore del suo nome, e perciò ha perduto l'ubbidienza dei suoi figli. Inoltre, li ha fatti crescere e li ha educati col timore di dire loro dei "no", che essi non avrebbero gradito. Dicendo sempre "si" ha quindi formato in loro una personalità indomabile, che con l'adolescenza e la maturità sfugge poi del tutto a qualunque controllo. A maggior ragione, nella debolezza della vecchiaia la sua parola per loro non conta più nulla. In questa stessa linea si muove anche il libro del Siracide: "Come un cavallo non domato diventa restio, così il figlio lasciato a se stesso diventa sconsiderato" (30,8); e ancora: "Educa tuo figlio e prenditi cura di lui, così non dovrai affrontare la sua insolenza" (Sir 30,13).
La paternità rigorista
Se la paternità debole produce delle persone tendenzialmente selvagge, la paternità rigorista produce delle persone tendenzialmente insicure. L'insicurezza è una malattia dello spirito, e non va confusa con l'umiltà che invece è una virtù di alto valore. La persona umile è capace di dominarsi e talvolta di tacere dinanzi a gravi affronti subiti personalmente; ma è una scelta libera, non un'incapacità. L'umile non è mai né pauroso né insicuro, e quando tace dinanzi a chi lo colpisce in volto, rimane perfettamente padrone di sé. La paternità rigorista non produce delle persone umili in senso cristiano, ma semplicemente delle persone spaventate, che troveranno nelle loro stesse paure un ostacolo notevole al cammino evangelico di santità. Qui è soprattutto l'apostolo Paolo che mette in guardia gli sposi cristiani dal cadere in questo genere di errore educativo che si paga poi a lungo raggio: "Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino" (Col 3,21); e nella lettera agli Efesini: "E voi, padri, non inasprite i vostri figli" (6,4). Dal punto di vista dell'Apostolo, una paternità rigorista conduce i figli allo "scoraggiamento", inteso ovviamente come sentimento permanente di sconfitta dinanzi alla vita, sentimento che accompagna inevitabilmente tutti coloro che sono stati rimpiccioliti da una paternità squilibratamente rigorosa. Se a questo si aggiunge, come talvolta può accadere, anche l'inasprimento, allora la relazione educativa che unisce genitori e figli giunge definitivamente a un punto morto. La fragilità di una personalità, e di un carattere in formazione, potrebbe venire irreversibilmente spezzata da un metodo educativo che non sa dosare la fermezza e la dolcezza. Anche il libro dei Proverbi si muove in questa direzione: "Correggi tuo figlio finché c'è speranza, ma non ti lasciare trasportare dall'ira" (Prv 19,18).
La preferenza di persone
La Bibbia disapprova altresì l'atteggiamento educativo che non sa essere imparziale e, per una ragione o un'altra, si schiera in favore di un figlio a scapito degli altri. La conseguenza è di solito quella di gravi lacerazioni tra fratelli e sorelle. Le figure bibliche che incarnano questa forma di preferenza di persone sono Rebecca e Giacobbe. Rebecca ha due figli, Esaù e Giacobbe. Il primo era un abile cacciatore, mentre Giacobbe era un uomo tranquillo che stava molto tempo a casa. Sua madre era più legata a lui che a Esaù (cfr. Gen 25,27-28). Con un inganno, narrato al cap. 27 della Genesi, Rebecca fa in modo che la benedizione della primogenitura - ossia il diritto a ereditare una doppia parte dei beni familiari - passasse a Giacobbe, escludendo Esaù. Quando Esaù prende coscienza di essere stato estromesso dai suoi diritti di primogenito, comincia a perseguitare suo fratello e minaccia perfino di ucciderlo. Rebecca comincia a temere il peggio e fa fuggire Giacobbe, perché conosce Esaù e sa che è un uomo violento (cfr. Gen 27,41-45). Si riserva, però, di richiamare indietro Giacobbe, quando l'ira del fratello fosse sbollita. Giacobbe, a sua volta, coi suoi figli rifarà lo stesso sbaglio che sua madre aveva fatto con lui: amerà di amore di predilezione Giuseppe, attirandogli addosso l'ostilità degli altri fratelli. Sappiamo, però, che, nell'uno e nell'altro caso, Dio si è servito di questi sbagli molto umani per realizzare senza difficoltà i suoi disegni. In sostanza, coloro che Dio chiama a entrare nella sua alleanza non sono santi al momento della chiamata, e la volontà di Dio si realizza comunque al di sopra dei loro limiti personali.
La paternità che strumentalizza
E' il caso di Ismaele, il figlio nato per risolvere il problema dell'eredità. In questo punto, la Bibbia intende biasimare un altro genere di errore di impostazione del rapporto coi figli, che è quello di desiderare un figlio in vista di un risultato che si vuole conseguire. L'antefatto è ben noto: la moglie di Abramo era sterile, e in un primo tempo egli pensava di dover lasciare l'eredità a Eliezer, un domestico di cui aveva fiducia. In Gen 15 si narra però di una promessa fattagli da Dio di dargli cioè una discendenza. In questo momento Dio non precisa da chi gli nascerà il figlio promessogli e lo stesso Abramo non pensa che gli possa nascere dalla moglie. Egli prende come un segnale divino la proposta di sua moglie di prendere la sua schiava come concubina e di adottare il figlio di Agar come fosse il proprio figlio. Solo nella visione del capitolo 17 e al capitolo 18, quando Dio gli comparirà alle querce di Mamrè, Abramo saprà che proprio Sara, nonostante la sua sterilità, dovrà essere la madre del figlio della promessa. Abramo, come sempre, ci crede sulla parola, mentre Sara ci ride su. Ad ogni modo, la nascita di Ismaele avviene prima di questi fatti ed è una nascita che non risolve ma complica la situazione di partenza. Ci sembra che qui la Bibbia ci voglia dire che i figli devono essere voluti per se stessi e non per un qualche obiettivo che tramite loro si pensa di poter raggiungere. Il rischio potrebbe essere quello che accompagna la nascita di Ismaele: egli è un figlio voluto per un determinato scopo, ma per se stesso non è veramente amato né veramente accolto in seno al clan di Abramo. La stessa Sara, che pure lo ha adottato, talvolta non lo sopporta e chiede ad Abramo di allontanarlo insieme a sua madre (cfr. Gen 21,8-21).Fin qui abbiamo parlato dei disguidi che la Bibbia ci indica nel processo educativo, mettendoci in guardia da questi possibili errori, il cui prezzo talvolta è alto. Vi sono delle indicazioni anche in senso positivo, ma le rimandiamo al discorso che faremo circa l'insegnamento del NT.

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