"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Un discorso definitivo sulla paternità e maternità dei cristiani non può essere fatto se non alla luce del NT. Qui il senso della fecondità della coppia umana raggiunge la sua luce maggiore. Ci sembra di poter cogliere, nel mondo del vangelo, due grandi piste di comprensione dell'esperienza genitoriale e filiale: la generazione verginale e il ridimensionamento della paternità e della maternità in Cristo.
La generazione verginale in Cristo (ossia: l'amplificazione della fecondità)
Con la famiglia di Nazaret, si può dire che si apra per la coppia un nuovo tipo di cammino familiare. Maria e Giuseppe vivono entrambi, ciascuno per il suo verso, un'esperienza di maternità e di paternità molto originale, o quantomeno fuori dai canoni delle consuetudini comuni. In questa esperienza di maternità e di paternità c'è però qualcosa che riguarda tutti i cristiani e non soltanto la loro vocazione individuale. Si tratterà di scoprire cosa c'è nella famiglia di Nazaret che sia in grado di parlare a ogni famiglia cristiana. La paternità di Giuseppe, analogamente alla maternità di Maria (con le dovute differenze), è una paternità verginale. Egli accetta quel Bambino, e gli fa spazio nella sua vita, come se fosse suo figlio. Ciò che importa notare è che Giuseppe non è meno padre per il fatto che Cristo non è nato fisicamente da lui. Di Giuseppe si può dire che egli è veramente padre, nella misura in cui intendiamo per paternità la capacità di fare spazio nella propria vita a una personalità in evoluzione. Chi non è capace di questo non può mai essere padre, anche se ha generato fisicamente molti figli. L'esperienza di Giuseppe fonda così per i cristiani la possibilità della paternità verginale, che deve venire a completare la paternità fisica dell'uomo sposato. La paternità verginale si estende allo spirito del figlio, rivelandogli nei tratti umani del proprio padre, un segno visibile e un'idea approssimativa di ciò che Dio Padre è per ogni essere umano. Anche se il vangelo non è esplicito su questo punto, ci sembra tuttavia plausibile affermare che il Cristo Bambino abbia ritrovato nei tratti umani di Giuseppe un riflesso della divina paternità. Se in Lc 2,48-49 Cristo ridimensiona la paternità di Giuseppe, ciò non è per negarne il valore, bensì per affermare il primato della paternità di Dio. Di fatto il testo continua non a caso: "Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso" (Lc 2,51). Anche per Maria, cambiando alcuni particolari, bisogna dire lo stesso: la sua maternità va compresa più nella linea della fede che in quella della carne, sebbene Cristo sia fisicamente figlio di Lei. Tuttavia, ella dovrà imparare a gestire la sua maternità in un nuovo ordine di cose. E qui entriamo nel secondo nucleo che volevamo sottolineare.
Il ridimensionamento in Cristo della paternità e della maternità
Su questo punto bisogna dire che entrambi, sia Giuseppe che Maria, si scontrano con una realtà nuova. A differenza delle altre coppie, devono accettare l'idea che su questo Figlio essi non possono progettare nulla, non possono nutrire desideri, non possono sognare. Piuttosto, come risulta dal già citato passo di Luca, devono custodire Cristo FINO A quell'età decisa dal Padre, nella quale giungerà l'ora di ubbidire a un disegno prestabilito. Giuseppe vede in questo senso ridimensionata la sua paternità, quando Gesù, nel Tempio, fa riferimento al "Padre suo" (Lc 2,49). Non è invece affatto ridimensionata la sua figura di "custode". Cristo rimane sottomesso a lui, fino al tempo stabilito dall'altro Padre. In fondo, da questo momento in poi, la genitorialità non può che essere modellata sulla famiglia di Nazaret, che custodisce il Figlio, ma non ostacola il disegno di Dio, che Egli sarà chiamato a realizzare. Qui si inquadra il ruolo dei genitori nella ricerca vocazionale dei figli. Essi sono custodi delle vite che Dio ha loro affidato, ma sono anche accompagnatori e consiglieri sulla strada della scoperta della propria vocazione.
Anche Maria viene condotta lungo un processo di espropriazione della sua maternità: Gesù dunque allontana Maria dalla sua maternità fisica per aprirla però a una nuova esperienza di maternità che si estenderà a tutti coloro che nasceranno dalla morte del Figlio e dal consenso della Madre. Un episodio altamente significativo si ha a Cana, dove Maria agisce con autorità materna su Cristo: "Non hanno più vino". E' sicura che Egli le ubbidirà, come sempre. Ma qui c'è in gioco qualcosa di più: la manifestazione del segno messianico non può dipendere dalla Madre, ma solo dal Padre: "Che c'è tra Me e te, o donna?". Un altro momento di questo processo di ridimensionamento della maternità di Maria, finalizzato a una più alta maternità, è riportato da Mt 12,46-50:
"Mentre ancora parlava alle folle, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e chiedevano di parlargli.Qualcuno gli disse: Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e chiedono di parlarti. Ma egli rispose: Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Quindi stese la mano verso i suoi discepoli e disse: Ecco mia madre e i miei fratelli; chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi mi è fratello, sorella e madre".Maria è presente e ascolta questo insegnamento di Gesù sulla novità dei rapporti di parentela che si stabiliscono in virtù della fede e della sottomissione alla volontà di Dio. Nella risposta di Gesù a quel qualcuno che lo informa della presenza della Madre e dei fratelli, anche la figura della "Madre" è equiparata ad una relazione che può esistere solo in virtù dell'ubbidienza alla volontà di Dio, aldilà della discendenza secondo la carne. In questa relazione secondo lo Spirito, Maria viene riconosciuta "Madre" da Gesù non in quanto lo ha fisicamente generato, bensì in quanto ha basato la propria vita sulla sottomissione al Padre di Gesù. Così anche i fratelli di Gesù non possono essere i suoi cugini secondo la carne, ma tutti coloro - indipendentemente dal grado di parentela genealogica - che, una volta divenuti figli del Padre di Gesù mediante l'ubbidienza, sono necessariamente anche fratelli di Lui. Questa fratellanza implica anche una somiglianza; non somatica, ovviamente, ma spirituale. Si è fratelli di Gesù nella misura in cui si vive la propria vita nella sottomissione al volere del Padre e nella autoconsegna agli interessi del Regno. Quanto a Maria, perfino la sua maternità fisica è subordinata alla sua fede: non sarebbe infatti stata Madre di Gesù se non avesse detto "si faccia di me secondo la tua parola" (Lc 1,38). Il suo consenso creaturale al progetto di Dio scaturisce dalla sua fede, ed è in virtù di questo consenso che il Verbo ha potuto farsi carne nel grembo di Lei. In altre parole, Maria non avrebbe potuto concepire Cristo nel suo utero, se prima non lo avesse concepito nella sua fede. Per questa ragione, la divina pedagogia che Gesù le applica durante il ministero pubblico tende continuamente a distaccarla dalla relazione fisico-genitoriale con Lui, per aprirla alla relazione e all'amore nuovo della discepola Vergine e Madre. E non è soltanto verso di Lui che Maria deve operare questa trasformazione del concetto di parentela, bensì verso tutti i discepoli, fratelli di Gesù, e perciò figli autentici di Lei. Da un lato, i genitori cristiani sono custodi dei loro figli, fino al tempo stabilito da Dio per far valere i diritti assoluti della sua Paternità. Dall'altro, anche ai figli viene detto di non amare i genitori più di Dio, perché non sarebbe virtù ubbidire ai genitori, trasgredendo la volontà di Dio. Anche in questo senso va rivisto e ricompreso il quarto comandamento: non avrebbe senso onorare i genitori disprezzando la volontà di Dio. Per questo, nel discepolato il Maestro chiede una dedizione assoluta e un amore verso di Lui ancora più grande di quello che si ha verso i genitori, la moglie, le sorelle, i figli (cfr. Lc 14,26).

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