"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
Home > Catechesi > Genitori e figli nell'insegnamento biblico > La necessità dello stato di grazia al concepimento

Il ministero della vita, affidato ai coniugi, inizia prima della nascita dei figli. In Genesi ciò è molto chiaro. La benedizione divina che garantisce loro la fecondità, li rende custodi della persona umana che trae vita da loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra" (Gen 1,28). Questa benedizione originaria è molto più che un semplice comando di propagazione della specie umana, visto che a essa si connette un mandato di gestione della creazione e un dominio sugli esseri viventi. In sostanza, mentre tutti gli esseri semplicemente si riproducono, l'umanità si espande sul pianeta per dominarlo; questo fatto conferisce una nota particolare al loro ministero genitoriale, che non può fermarsi all'atto del generare, ma deve proseguire nell'opera educativa, che inserirà i loro figli in quel processo di apprendimento che è necessario per dominare il mondo. Il ministero della vita e l'opera educativa che vi è connessa, come la benedizione originaria, ha in certo senso inizio prima della nascita dei figli. Il primo sigillo che si imprime sul carattere dei figli è lo spirito nel quale vivono i genitori al momento del concepimento. Ci sembra importante notare come, in Genesi, i progenitori abbiano avuto i loro figli dopo la cacciata, e quindi fuori dall'Eden. Ora, l'Eden è la cifra dell'uomo che vive nel favore di Dio. Dei figli di Adamo ed Eva si parla solo a partire dal cap. 4, e ciò significa che essi non hanno generato nessuno, mentre si trovavano nella luce piena della grazia di Dio. I figli concepiti fuori dall'Eden, ossia in una condizione soggettiva di lontananza dal favore di Dio, sono rappresentati da due fratelli in stato di conflitto: vale a dire, l'umanità concepita fuori dallo stato di grazia è un'umanità divisa, che si porta dentro una ferita tale da rendere molto difficile la sua ricerca di Dio. Caino e Abele sono i due volti della discendenza squilibrata di una coppia che vive lontana dall'amore di Dio. Caino e Abele sono anche l'annuncio del dolore che i figli possono dare ai loro genitori, quando essi non siano stati introdotti fin dall'inizio della vita alla conoscenza e al timore di Dio.Nell'AT, ci sono degli esempi, che non si possono sottovalutare, circa la necessità che la grazia di Dio avvolga i bambini fin dal concepimento. Ovviamente, si tratta di testi che vanno letti tenendo conto dell'epoca e della mentalità soggiacente, ma il significato dei due brani cui ci riferiamo è molto chiaro secondo lo spirito del racconto. Il primo riferimento lo prendiamo dal libro dei Giudici, dove la nascita di Sansone viene preannunciata ai suoi genitori. Egli nasce da una donna sterile, che viene avvertita da un angelo con queste parole: "concepirai e partorirai un figlio. Ora guardati dal bere vino o bevanda inebriante e dal mangiare nulla di immondo… tuo figlio sarà consacrato a Dio fin dal seno materno" (Gdc 13,3-5). Queste esortazioni rivolte alla madre, circa la purezza religiosa da mantenere durante la sua gravidanza, ritornano con insistenza nel seguito del medesimo capitolo. Il figlio che ha una missione da parte di Dio in favore di Israele, ha bisogno di svilupparsi in grembo a una donna che viva in primo luogo lei nella luce della grazia divina. La stessa prospettiva, sebbene con piccole variazioni, si ripresenta a proposito della nascita del profeta Samuele: uno dei massimi profeti di Israele nasce da una coppia che vive nell'ubbidienza al volere di Dio, recandosi ogni anno in pellegrinaggio al tempio per compiere sacrifici al Signore. Anna, futura madre del profeta, prega con insistenza e con lacrime per ottenere un figlio, tanto che il sacerdote del tempio pensa che sia ubriaca; ma Anna gli risponde: "Non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogandomi davanti al Signore". Lui allora disse: "Va' in pace e il Dio di Israele ti ascolti" (1 Sam 1,15-18). Ma anche nel NT, che dire dei genitori del Precursore di Cristo, di cui Luca riferisce questa testimonianza: "Erano giusti davanti a Dio, osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore" (Lc 1,6). Il battista nasce insomma da una radice di santità che lo avvolge fin dalla nascita (cfr. Lc 1,39-45). Non citiamo il caso della nascita di Gesù, essendo del tutto fuori delle regole della natura, ma non possiamo tacere il fatto che il Verbo di Dio, per farsi uomo, ha voluto che sua Madre fosse "piena di grazia" (Lc 1,28). La solidarietà generazionale è ancora affermata in Genesi a proposito di Noè. Il Signore gli dice: "Con te io stabilisco la mia alleanza" (Gen 6,18); eppure questa alleanza, stabilita con il giusto Noè, ha un valore inclusivo per tutta la sua famiglia: "Entrerai nell'arca tu e con te i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli" (Gen 6,18). Solo di Noè si dice che "trovò grazia agli occhi del Signore" (Gen 6,8). Perché questa grazia si estende anche a tutti i membri della sua famiglia? Una generazione è sempre strettamente collegata all'altra in una sorta di solidarietà o di responsabilità collettiva, se si vuole, per cui il peccato di uno ha delle conseguenze inevitabili su chi gli vive accanto, come pure la santità di uno si irradia beneficamente in maniera analoga sui propri familiari. In questa prospettiva possiamo senz'altro comprendere molto meglio il senso di una grazia di salvezza che viene riservata da Dio a una comunità umana, della quale non si dice che è giusta nel suo insieme, ma si dice che il suo capostipite ha trovato grazia presso Dio. Del resto, aldilà del legame di consanguineità, non è lo stesso concetto soggiacente alla possibile salvezza della città di Sodomia, se in essa si fossero trovati dieci giusti? (cfr. Gen 18,32). Se una intera città avrebbe potuto essere salvata dalla distruzione, se in essa si fossero trovati dieci giusti, ci può meravigliare che una intera famiglia possa ricevere da Dio una benedizione, in forza della giustizia del suo capostipite? Siamo insomma tutti legati da una profonda solidarietà nel bene e nel male. Alla luce di questa considerazione, rileggiamo con maggiore intelligenza certi testi del Pentateuco che trattano il problema dell'antenatismo. Altri testi chiave sono 1 Pt 1,18-21 e 2 Tm 1,3.Il tema della solidarietà generazionale, o antenatismo, ritorna infatti esplicitamente in Esodo, Numeri e Deuteronomio. Riprendiamone brevemente i termini. La solidarietà nel peccato o nella santità è chiaramente affermata in uno dei testi più basilari della fede ebraico-cristiana, ossia il Decalogo: "Io sono il Signore, tuo Dio, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore per mille generazioni, per quelli che mi amano" (Es 20,5-6). Non è possibile dubitare del passaggio di una eredità spirituale che unisce una generazione a quella successiva. Infatti, nessun uomo ragionevole potrebbe pensare che i genitori comunicano ai loro figli solo il patrimonio somatico e non anche quello psichico. L'essere umano non è solo carne; la persona è anche un insieme di tendenze, inclinazioni temperamentali, di disposizioni mentali che in buona parte si ereditano dai propri antenati. E' sotto l'esperienza di tutti il fatto che in certe famiglie esistano dei fenomeni ricorrenti; e non si tratta solo di malattie ereditarie, che di tanto in tanto rispuntano nell'albero genealogico, bensì anche di elementi temperamentali o comportamentali che si ripresentano da una generazione a un'altra. Insomma, i genitori comunicano ai loro figli qualcosa di più che non la carnagione o il colore degli occhi; vi è un mondo psichico e spirituale che il bambino respira fin dal grembo della madre, e da cui viene in parte condizionato nella sua crescita. Il bambino non è un foglio bianco su cui si può scrivere di tutto; il bambino è una pagina già scritta, anche se in forma di bozza. L'intreccio tra l'esperienza della vita e la libertà personale trasformeranno poi la bozza in un testo definitivo. Il brano del Decalogo citato sopra, mentre afferma la realtà di una solidarietà nel peccato all'interno dell'albero genealogico, afferma anche la solidarietà nella grazia, la quale si presenta con una forza diffusiva molto maggiore di quella del peccato. Il concetto viene ripreso in termini identici in Nm 14,18 e Dt 5,9-10.Il dato dogmatico che ci sembra di potere ricavare da questi testi è che lo stato di grazia dei genitori ha un certo influsso sullo spirito dei loro figli, a partire dal concepimento. Ciò significa che non è lo stesso - relativamente al cammino di ricerca di Dio che i figli faranno - generare i propri figli in stato di grazia o in stato di peccato. La loro vita spirituale da adulti potrebbe risentirne. E dobbiamo usare il condizionale, perché l'influsso spirituale (positivo o negativo) che i figli ricevono dai genitori non è mai una forza dal carattere assoluto e deterministico. Infatti, se da un lato la Bibbia dice che, in linea di massima, da genitori santi nascono figli santi, dall'altro lato - affermando la libertà dell'arbitrio individuale - lascia aperta la possibilità che i figli possano spezzare l'eredità negativa proveniente dai genitori, o, al contrario, capovolgere in male ciò che essi hanno ricevuto in bene.
Ne è un chiaro esempio un testo di Ezechiele, che riportiamo in forma sintetica: "Se uno ha generato un figlio violento e sanguinario, che commette tali azioni, mentre il padre non le commette, il figlio morirà e dovrà a se stesso la propria morte; ma se un uomo peccatore ha generato un figlio che, vedendo tutti i peccati commessi dal padre tuttavia non li commette, costui non morirà per l'iniquità di suo padre" (18,10-18). Si vede bene come un figlio possa esercitare il suo libero arbitrio, distaccandosi dalle consuetudini familiari e spezzando l'eredità spirituale dei suoi antenati. Lo stesso concetto viene affermato dal libro del Deuteronomio: "Non si metteranno a morte i padri per una colpa dei figli, né si metteranno a morte i figli per una colpa dei padri" (24,16). Così anche in Ger 31,29-30. In conclusione, si vuole dire che ciascuno di noi è il risultato di una evoluzione generazionale, nella quale, in seno alle nostre famiglie, siamo tutti solidali nel bene e nel male; così tutti noi ci affacciamo alla vita portandoci dentro una eredità umana e spirituale in parte positiva e in parte negativa. Su questa eredità si esercita poi l'azione del nostro libero arbitrio, in forza del quale possiamo sviluppare o annullare l'eredità proveniente dagli antenati, qualunque essa sia.

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