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Il
peccato originale ha prodotto nella vita di coppia dei guasti che hanno
deformato l’immagine divina. Cerchiamo di prenderne coscienza.
Primo guasto: l’incapacità
di presentarsi serenamente davanti a Dio, o come singoli o come
coppia: “Poi
udirono il Signore che passeggiava nel giardino e l’uomo con sua moglie
si nascosero dal Signore” (Gen 3,8). Talvolta la coppia sente
perfino il bisogno di lasciare fuori Dio dalla sua vita, per non avere
fastidi, obblighi, confini alle proprie scelte. Questo guasto produce
nella coppia l’impossibilità di pregare insieme, condividendo esperienze
e riflessioni sulla vita cristiana e sulla Parola di Dio. In certi casi,
nessuno dei due prega. In altri casi, taluni riescono a pregare da soli,
ponendosi davanti a Dio come singoli, ma trovano estremamente difficile
pregare col proprio marito o con la propria moglie. Accade, allora,
che Dio può farsi spazio nella vita di uno dei due, ma non può inserirsi
nella coppia, che perciò non si innalza dal livello dell’amore umano.
Secondo guasto: l’incapacità
di dialogo, che il testo biblico descrive con diversi fenomeni.
Si ha intanto il fenomeno dell’accusa. L’altro viene posto sul banco
degli imputati: “La
donna … mi ha dato dell’albero” (Gen 3,12). L’atteggiamento di
rimprovero, l’attribuzione all’altro di precise responsabilità che gli
si fanno pesare, crea un clima che uccide il dialogo, perché spegne
la fiducia reciproca, e con la fiducia si perde anche la serenità del
confronto. A ciò si aggiunge la fuga dalle proprie responsabilità: “Il
serpente mi ha ingannata” (Gen 3,13); questa cosa rende impossibile
l’esperienza del perdono e della riconciliazione di coppia. Se è grave
colpevolizzare l’altro, non è meno grave la tendenza a minimizzare i
propri errori.
Terzo guasto: la
paura di mostrare all’altro la propria intima verità: “Intrecciarono
foglie di fico e se ne fecero cinture” (Gen 3,7). Questo atteggiamento,
spesso dettato dalla paura delle reazioni dell’altro, blocca la disposizione
a divenire confidente l’uno dell’altro, chiudendo alla coppia la strada
verso la costruzione di una “fraternità” coniugale, di cui abbiamo già
parlato. Si finisce così per nascondersi reciprocamente, tacendo all’altro
la propria interiorità, fino ad annullare quella confidenza che si realizzerebbe
nel dialogo sereno. Il rischio è a questo punto quello di costruire
un rapporto superficiale.
Quarto guasto: la nascita dei
rapporti di forza che stabiliscono,
nell’esperienza di coppia, un clima di dipendenza che uno dei due è
costretto ad accettare, per evitare mali maggiori: “Verso
tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà” (Gen 3,16).
Una coppia ha già fallito nella sua esperienza d’amore, nel momento
in cui le decisioni più importanti non sono frutto di una riflessione
comune, ma di una imposizione da parte di uno dei due. A questo livello
si colloca anche una sessualità che strumentalizza l’altro. Anche nella
legittimità del matrimonio può avvenire che l’altro sia ridotto e abbassato
alla dimensione dell’uso, e perciò, nella sessualità, può accadere che
il partner non sia incontrato
o cercato come persona, bensì solo come corpo. Il v. 16 fa intendere
che tra i due è quasi sempre la donna a soffrirne di più. Gesù riprenderà
questo argomento a proposito dell’adulterio commesso nel cuore, quando
cioè si guarda una persona per desiderarla solo fisicamente, e non per
amarla integralmente nella sua totale personalità (cfr. Mt 5,27-28).
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