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Nei
due racconti della creazione abbiamo visto che la coppia nasce secondo
un progetto divino, presentato in due versioni. Entrambe contribuiscono
a completare il quadro dell’umanità maschile e femminile secondo il
suo più genuino significato.Nel
primo di questi due racconti la coppia emerge dal creato originario
simultaneamente. Nessuno dei due è creato prima dell’altro. Nascono
insieme come figli della stessa matrice, e perciò come fratello e sorella,
prima ancora che come marito e moglie. In questo racconto si dice innanzitutto
che Dio ha creato l’uomo a sua
immagine (v. 27). Cosa significhi questa “immagine” è già chiaro
all’interno del medesimo versetto:
“a
immagine di Dio
li creò
maschio e femmina
li creò
Si vede subito come l’espressione “maschio e femmina”
sia in perfetto parallelismo con “immagine di Dio”. Ciò significa che
l’uomo è immagine di Dio in virtù della sua natura sessuata, ossia nella
duplicità complementare della mascolinità e della femminilità. Volendo
seguire l’intenzione di Dio, l’immagine di Dio sulla terra va dunque
cercata in primo luogo nella coppia.
Il matrimonio come sacramento nascerà infatti sulla base di questo principio.
La corporeità sessuata è “sacramento” dello spirito umano e dice la
sua destinazione a integrarsi con un “tu” personale mediante il dono
di sé.Non si può sfuggire a questa domanda.
Il corpo sessuato indica innanzitutto un “essere per”. La sessualità
umana esiste infatti come “un dono per l’altro”. Nella creazione del
corpo sessuato Dio ha in sostanza rivelato visibilmente il fatto che
se una persona non è capace di donarsi rimane sola e sterile. La persona
umana trova la sua più alta realizzazione nella propria autoconsegna
per amore, e questo vale in tutti gli ambiti della vita. Il corpo umano
è insomma un segno di una verità che riguarda l’interiorità personale:
l’io della persona ha un bisogno
costitutivo di realizzarsi nel dono di sé. La persona stessa si
umanizza solo quando entra in relazione di dialogo con l’altro. Il corpo
è insomma il sacramento dello spirito.Dio
si manifesta pienamente allora nell’esperienza della donazione personale
che avviene nella coppia, una donazione che è insieme sorgente di unità
e di fecondità. Sappiamo dal NT che Dio vive una beatitudine increata
proprio nell’esistere come Amore,
cioè in uno slancio di eterna autodonazione. Questa sua immagine Dio
ha voluto replicare nella realtà umana.Nel
medesimo racconto, Dio affida poi alla coppia il compito di porsi al
servizio della vita e quello di amministrare il creato, personificando
in un certo senso la signoria di Dio sulle creature (v. 2Il
secondo racconto della creazione (2,7-8.15-25) aggiunge nuovi particolari.
Qui la prospettiva è un po’ diversa: l’uomo viene creato per primo e
la donna in un secondo momento (vv. 7 e 18). A questo duplice atto creativo
si collegano nuove verità della coppia.Dio
plasma l’uomo dalla polvere (v. 7), e ciò intende evidenziare la nostra
natura terrestre e il nostro essenziale legame fisico e psicologico
con questo pianeta. Anche in questo racconto l’uomo esercita una signoria
sul creato, sia custodendo il giardino (v. 15), sia imponendo il nome
alle cose create (= la nascita del linguaggio; cfr. v. 20). La signoria
dell’uomo sul creato era tendenzialmente illimitata nel primo racconto,
ma nel secondo è menzionato un limite preciso. Si tratta dell’albero
della conoscenza. Chiamarlo “limite” non è del tutto esatto, dal momento
che è invece l’ambito di un altro
aspetto della sua signoria. Il primo racconto ci diceva che l’uomo
ha avuto fin dall’inizio la vocazione a signoreggiare il creato, il
secondo racconto aggiunge che egli è chiamato anche a
signoreggiare se stesso. Infatti, l’uomo non è impedito dall’esterno
nel suo movimento verso l’albero, ma
deve comandare a se stesso di non avvicinarsi. La signoria su se
stesso coincide col riconoscimento della signoria di Dio. Quando l’uomo
perde la sua signoria su se stesso, la perde anche sul creato: dopo
il peccato originale la natura gli si ribella, la terra lo fa sudare
prima di produrre qualcosa di utile, il parto per la donna diventa difficile
e carico di ansie.A differenza
del primo racconto, qui la coppia nasce in un secondo momento, in concomitanza
con la creazione della donna. Qui troviamo anche gli spunti di una teologia
“al femminile”. La decisione di creare la donna è sottolineata da un
pensiero di Dio, pieno di sollecitudine per Adam: “Non è bene che l’uomo
sia solo, voglio fargli un aiuto che
gli sia simile” (v. 18). La donna viene all’esistenza sulla scia
di un pensiero di amore che Dio rivolge all’uomo. Più precisamente è
la personificazione di questo pensiero di Dio, preoccupato per la
solitudine di Adam. D’ora in poi, se Adam vorrà avere un’idea di come
lo ama Dio, dovrà guardare come lo ama lei. Qui entriamo in uno degli
aspetti più profondi del sacramento del matrimonio: la “personificazione”
dell’amore di Dio per l’altro; ciascuno dei due è
una rivelazione di questo amore, e insieme lo sono per i figli.
In questo secondo racconto la donna viene
tratta dal corpo dell’uomo. Ciò significa intanto una identità di natura
e uguaglianza di dignità. La coppia umana si differenzia dalla rimanenza
degli esseri viventi: la coppia riflette l’immagine di Dio (1,27), la
donna riflette l’immagine dell’uomo da cui è tratta (2,18), mentre Adam
sente un distanza incolmabile tra sé e gli animali (v. 20). Rispetto
agli animali, l’uomo è “un’altra cosa”. In nessuno di essi Adam riscontra
alcuna similitudine con se stesso (v. 20), e in questo consiste la sua
effettiva solitudine: il suo interiore bisogno di donarsi esige un “tu”
personale, che ancora non c’è; e proprio qui Adam comprende di essere
diverso dal resto del creato. Solo lui ha bisogno di un “tu” personale
di fronte a sé, per sentirsi pienamente se stesso.La
donna tratta dal corpo dell’uomo ha anche altri significati. E’ forse
la spiegazione più profonda del fatto che i due sessi sono perfettamente
ordinati l’uno all’altro. Adam non è testimone della creazione della
donna: cade in un sonno profondo, e quando si sveglia scopre di essersi
sdoppiato (v. 21-23). I due esseri che risultano da questo sdoppiamento
tendono continuamente a ritrovare l’unità originaria. Alla donna impone
un nome che in lingua ebraica indica in fondo un altro se stesso: ‘ishah,
perché tratta da ‘ish (v.
23). In italiano potremmo tradurre: si chiamerà uoma,
perché tratta da uomo. Questa
imposizione del nome è parte integrante del primo canto d’amore registrato
dalla Bibbia, un canto di stupore e di ammirazione: tu sì che sei una parte di me! (cfr. v. 23). Notiamo ancora che in
questo primo incontro tra l’uomo e la donna è Dio che la conduce ad
Adam (v. 22), e non è Adam che se la prende come un bene di sua proprietà.
La accoglie cioè con la delicatezza e l’umiltà con cui si accoglie un
dono.Il narratore fa poi due rilievi conclusivi
ai vv. 24-25: il primo sottolinea che la realtà della coppia nasce da
una scelta libera e personale: “L’uomo abbandonerà
suo padre e sua madre e si unirà
a sua moglie”. I verbi “abbandonerà”, “si unirà”, fanno riferimento
alla libera decisione che
porta la persona ad aprire un capitolo nuovo nella propria vita, fondando
una famiglia diversa da quella di origine. Inoltre quest’unità è anche
feconda: “i due saranno una sola carne”, cioè i loro corpi distinti
si trovano riunificati nell’unità corporea del figlio che nasce. Ma
soprattutto, questa unità è segno di una unione indissolubile, come
è indissolubile un corpo dalle sue membra.Il
secondo rilievo mette in evidenza il rapporto perfettamente armonico,
tanto che la loro reciproca nudità non produce alcuna forma di turbamento.
Il tema della nudità ritornerà al cap. 3, a proposito delle conseguenze
del peccato originale.Un elemento
di estrema importanza nell’accompagnamento vocazionale dei giovani verso
il matrimonio è costituito dallo spazio che la volontà di Dio e il suo
primato devono occupare nella scelta del partner.
Infatti, se ogni partner è
potenzialmente idoneo a costruire un rapporto di amore umano, non
ogni partner è idoneo a costituire una coppia che realizza in se stessa
il disegno di Dio. Da qui derivano tante brutte sorprese che
vengono fuori solo dopo il matrimonio: colui o colei che al tempo del
fidanzamento era, come tutti i giovani, allegro e simpatico, buono e
pieno di attenzioni, al confronto con le difficoltà della vita si inaridisce
e si rivela incapace di altruismo e di immedesimazione nel punto di
vista del partner. Qui viene a galla una essenziale immaturità spirituale, che
nel fidanzamento si era manifestata in elementi che la giovane età di
solito sottovaluta. Ad esempio, vi sono talvolta tra i fidanzati delle
divergenze notevoli di idee, anche su grosse questioni esistenziali;
i giovani fidanzati però le sottovalutano e tra una battuta e l’altra
le sdrammatizzano. Ciascuno dei due pensa in cuor suo: “Non importa
se abbiamo idee diverse sulla vita, quello che conta è che ci vogliamo
bene; e poi, col tempo ci conosceremo di più e sicuramente ci capiremo”.
Col tempo avviene infatti un processo di evoluzione, ma non nel modo
in cui i ragazzi se lo aspettano. L’evoluzione della persona - e questo
si comprende solo in età matura – con gli anni non fa che confermare
e approfondire le posizioni prese intorno ai vent’anni e le idee che
da ragazzi si andavano delineando. Così, se a vent’anni si è atei, a
quarant’anni si è ateissimi, se a vent’anni si concepisce la vita in
un determinato modo, a quarant’anni si trovano delle giustificazioni
teoriche e pratiche per confermare quella visione. Vale a dire: con
gli anni si cambia, sì, ma solitamente approfondendo le linee di pensiero
decise intorno ai vent’anni. L’unica eccezione è il miracolo, cioè la
conversione per intervento straordinario di Dio, che non può essere
atteso come se fosse una cosa normale, né si può dare per scontato,
perché trattandosi di un miracolo di ordine spirituale, l’uomo potrebbe
sempre resistervi e rifiutarlo nella sua libertà. Ciò significa che
quei giovani credenti che vanno al matrimonio con un partner
non credente o indifferente al problema religioso, devono sapere fin
dall’inizio che vanno incontro a grandi sofferenze: o perderanno quota
e dovranno mettere il Signore in secondo piano per andare d’accordo
col partner non credente, oppure dovranno affrontare una lotta spirituale
di vaste proporzioni. La terza possibilità, ossia la conversione del
partner, è un miracolo, e
come tale si colloca nell’azione straordinaria di Dio, che potrebbe
anche non esserci. Comprendiamo bene allora le preoccupazioni di Abramo
in Gen 24,3: “io
ti farò giurare per il Signore, Dio del cielo e della terra, che tu
non prenderai per mio figlio una moglie tra le figlie dei Cananei, in
mezzo ai quali io abito”, come pure l’esortazione di Mosè agli
israeliti che stanno per entrare nella terra di Canaan: “Non prendere per mogli dei tuoi
figli le loro figlie, altrimenti, quando esse renderanno culto ai loro
dèi, indurrebbero anche i tuoi figli a fare altrettanto” (Es
34,16). Ci colpisce il fatto che qui si parla del pericolo di essere
trascinati nell’idolatria dal proprio partner,
ma non si fa l’ipotesi che il partner
ateo possa essere portato alla conoscenza del vero Dio. Infatti, l’esperienza
dimostra ampiamente che ciò avviene solo di rado.Da
queste osservazioni risulta un fatto: da ragazzi noi sappiamo distinguere
le persone che ci sono simpatiche da quelle che ci fanno soffrire, ma
non sappiamo distinguere chi è il partner
col quale, oltre all’amore umano (che come dicevamo si può costruire
con tutti) si possa costruire l’amore come sacramento e come risposta
al disegno di Dio. Qual è allora la soluzione? Rispondiamo così: la
soluzione è nel discernimento vocazionale e nell’accompagnamento dei
giovani verso il matrimonio. Ciò che si fa col sacerdozio e con
la vita consacrata, deve essere fatto anche per il matrimonio. Occorre
un’equipe di coppie per ogni comunità cristiana che guidi i giovani,
li consigli, li aiuti a discernere nel tempo del fidanzamento, li introduca
a capire la differenza tra l’amore umano-naturale e il disegno di Dio
per la coppia.
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