"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Per spiegare l’essenza del matrimonio, Gesù non si richiama alla legge di Mosè, ma “al principio” della creazione (cfr. Mt 19,4). Per questo anche noi abbiamo preso le mosse da Genesi. Un secondo elemento qualificante del matrimonio, dal punto di vista di Gesù, è il riferimento al “cuore”. Nel medesimo testo matteano, Gesù risponde a una domanda insidiosa dei farisei, che gli rimproverano velatamente la sua poca stima della legge mosaica (v. 7). Per Gesù, però, viene prima l’intenzione di Dio. E’ quella che va indagata prima di ogni legge umana, o legge divina promulgata dall’uomo, come nel caso del Decalogo. Mosé ha permesso il divorzio, ma l’intenzione di Dio non era questa. Il fallimento dell’amore umano non è dovuto a incompatibilità di vario genere, ma ha la sua radice in un cuore non risanato dalla grazia (cfr. v. 8). Un cuore non risanato, cioè malato di durezza, non è un cuore veramente umano e perciò non può vivere un amore di coppia sul modello dell’amore di Dio, perché sa donarsi solo fino a un certo punto. Solo finché c’è un ritorno, solo finché non c’è da fare troppi sacrifici. Qui Gesù, citando la Genesi, indica ai farisei una proprietà fondamentale del matrimonio pensato da Dio: l’indissolubilità. Questo elemento è assente nella legge di Mosè, ma è presente nella intenzione di Dio rivelata in Gen 2,24: “i due saranno una carne sola”. Gesù può allora concludere: “dunque non sono più due ma uno... quello che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi” (v. 6).

I Vangeli fanno intendere che la nascita umana di Dio, ossia l’Incarnazione, va interpretata come un matrimonio: il Signore ha sposato l’umanità. E’ significativo che Gesù stesso si presenti come uno Sposo nella parabola di Mt 22,1ss: “Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio...”. Questo matrimonio del Figlio ha qualcosa a che vedere col matrimonio della coppia cristiana. Certo, nel senso che l’amore di Lui è il modello dell’amore dei due, ma soprattutto nel senso che i due hanno bisogno di ricevere l’amore di Lui per potersi amare come coppia cristiana. Questa verità è chiaramente espressa, sebbene in figura, nell’episodio delle nozze di Cana (Gv 2,1ss). Dopo che Gesù ha cambiato l’acqua in vino, il maestro di tavola chiama lo sposo per complimentarsi con lui. Ha intuito giusto, ma ha sbagliato persona. Lo Sposo a cui fare i complimenti per la qualità ottima del vino era un altro. Il vero Sposo. Lo Sposo che rende possibile l’amore vero nella coppia. Infatti, per l’AT, il vino è simbolo della gioia dell’intimità sponsale che somiglia all’ubriacatura del vino (cfr. Ct 4,10; 7,10); la coppia cristiana si sposa, ma l’Amore glielo procura lo Sposo. In questa prospettiva, Cristo intende essere il terzo tra i due, per mettere i due in grado di amarsi come ama Lui. Ossia: per sollevare l’amore umano alla dignità di sacramento.Il modello dell’amore di Cristo e della Chiesa, che deve essere calato nell’amore umano, viene portato alla luce dall’Apostolo Paolo nella lettera agli Efesini, cap. 5:

Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo” (v. 21)

Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore” (v. 22)

E voi, mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei per renderla santa” (v. 25)

Innanzitutto, non deve essere fraintesa l’esortazione rivolta alle mogli di stare “sottomesse” ai propri mariti: il v. 21 non lascia dubbi sul fatto che si tratta di una sottomissione reciproca accettata per riguardo a Cristo e non per riguardo all’uomo. Ne deriva che questa “sottomissione” non ha nulla a che vedere con le diverse forme di sottomissione che nascono dai rapporti di forza. Al contrario, si tratta di una sottomissione non alla persona del marito o della moglie, ma a Cristo, che garantisce l’unità della coppia chiedendo l’ubbidienza a Sé. Inoltre, se l’amore di coppia è come quello di Cristo verso la Chiesa, ne deriva in esso l’accoglienza della logica della croce: come Cristo ha santificato la Chiesa offrendo Se Stesso, così ciascuno dei due coniugi sostiene il cammino dell’altro mediante l’offerta di se stesso nel logorio della vita quotidiana. Ciascuno dei due è allora eucaristia per l’altro, è pane spezzato per la vita dell’altro. La logica della croce, come potenza di guarigione, subentra soprattutto in occasione delle grandi crisi della vita di coppia: incomprensioni laceranti, infedeltà, gravi sbagli di uno dei due, rovesci di fortuna, infelicità familiari. Il coniuge cristiano sa offrire il proprio dolore per la guarigione del proprio partner in qualsiasi modo colpevole. Se la logica del mistero della croce è operante nelle grandi crisi della vita di coppia, crisi che possono essere superate attingendo al modello di Cristo che “ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei”, tale mistero non è meno operante nelle piccole incomprensioni della vita quotidiana. Il coniuge che sa accettare per amore di Cristo quei fastidi emozionali e quei piccoli inconvenienti che il cattivo carattere (o l’immaturità spirituale) del partner gli procura, entra nel mistero della croce e offre a Dio una valida eucaristia per la guarigione del partner. Se invece reagisce secondo l’impulso incontrollabile del momento, sciupa tutto.All’alba del NT, la coppia rappresentata da Giuseppe e dalla Vergine Madre di Cristo, ha inserito nella sua vita degli elementi di novità che meritano una certa attenzione. L’evangelista Matteo, nel raccontare gli eventi anteriori alla nascita di Cristo, si mette dal punto di vista di Giuseppe. Di lui ci fa conoscere perfino i pensieri che lo hanno assalito quando cominciò a manifestarsi la gravidanza di Maria: “Giuseppe suo sposo, che era un giusto, decise di licenziarla in segreto” (Mt 1,19). Queste poche parole dicono molto. Maria non ha svelato nulla a Giuseppe del suo dialogo con l’angelo e della sua elezione a essere Madre di Cristo. Non gli ha svelato nulla neppure quando al buon senso umano sarebbe sembrata opportuna una chiarificazione, ossia quando la mente di Giuseppe viene tempestata dal dubbio di essere stato tradito dalla sua promessa sposa. Il buon senso e la logica umana avrebbero suggerito: “Adesso basta con questo silenzio! Parla e chiarisci tutto a colui che fra non molto sarà tuo marito!”. Qualunque persona umanamente buona avrebbe pensato così.  Eppure Maria agisce diversamente, perché la sua bontà è innalzata al di sopra del livello umano, nel quale sembra che tutto debba risolversi con le parole. Nel livello soprannaturale, in cui si muove la Vergine Maria, la parola umana è resa relativa dalla Parola di Dio: Maria rimane in silenzio per lasciare a Dio tutto lo spazio libero di intervenire. Lo Spirito di Dio che l’ha riempita le ha fatto capire che ci sono delle situazioni di estrema delicatezza e difficoltà, in cui solo l’intervento di Dio può essere risolutivo davvero. Del resto, era Dio ad averla posta in quelle difficili circostanze, e doveva essere Lui a tirarla fuori.La grande statura di Maria si vede non solo nel fatto di aver capito che quella sua situazione così strana - ossia il dubbio di Giuseppe che non riesce a capacitarsi di questa gravidanza, e al tempo stesso il senso di umiliazione di Lei - non poteva risolversi con le parole umane; non è solo qui che emerge la statura di Maria. La sua forza morale, e al tempo stesso la sua fede duramente provata, vengono alla luce nel suo silenzio e nella sua attesa dell’intervento di Dio, che non si verificò in tempi brevi. Il ritardo di Dio nel risolvere la situazione gravemente incresciosa della sua serva, deve essere stato notevole. Giuseppe deve avere riflettuto e pregato a lungo prima di trovare la soluzione riportata dall’evangelista Matteo in 1,19, cioè di ripudiarla in segreto. Dio ha lasciato Giuseppe col suo tormento e Maria con la sua attesa umiliante per un tempo sufficiente a far emergere la statura di entrambi: Giuseppe, con la sua giustizia senza rigorismi e col suo tentativo di applicare la legge di Mosè senza schiacciare la persona di Maria; e Maria con la sua fede incrollabile e con la sua capacità di restare in silenzio e pagare di persona la sua accoglienza di un progetto di Dio che Lei stessa non sapeva ancora dove l’avrebbe condotto. La storia successiva ha dimostrato che l’ha condotta sul Golgota insieme al Figlio

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