|
Quelli
che hanno moglie vivano come se non l’avessero… perché passa la scena
di questo mondo. In questa prospettiva deve essere compreso l’insegnamento
paolino sul matrimonio, il quale non intende stabilire una scala di
valori in cui il matrimonio debba essere giudicato in paragone con la
vita consacrata, come se quest’ultima fosse migliore. Paolo è lontano
dall’atteggiamento di coloro che dinanzi alle vocazioni cristiane si
chiedono qual è la migliore. Sarebbe persino meschino ragionare così
e si replicherebbe l’episodio degli Apostoli che discutevano tra loro
su chi fosse il più grande in seno al gruppo dei Dodici (cfr. Mc 9,33-37).
A nostro modo di vedere impostare il problema delle vocazioni nella
Chiesa in termini di maggiore/minore, non solo è fuorviante ma è anche
meschino. Le parole dell’Apostolo Paolo vanno intese in altro senso:
se egli preferisce la condizione verginale ciò è solo perché è convinto
che “il tempo si è fatto breve” e Cristo tornerà tra pochi anni; non
è il caso quindi di mettere su famiglia. La storia della Chiesa ha dimostrato
che la prima generazione si era sbagliata su questo punto, e Paolo di
Tarso con essa. Per questa ragione egli dice: “Vorrei
che tutti fossero come me” (v. 7). Non perché è migliore la verginità,
ma perché tra pochi anni Cristo tornerà e avremo cieli novi e terra
nuova. Quanto al valore soprannaturale delle due vocazioni, cioè matrimonio
e verginità, esso dipende da un dono di grazia: “ciascuno
ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro” (v.
7), e ciò significa che la santità non solo è possibile ma è anche comandata
in entrambi gli stati di vita.
In riferimento a coloro che, nonostante
l’imminenza della venuta di Cristo, decidono di sposarsi, Paolo dice
che fanno bene. Aggiunge però che avranno “tribolazioni
nella carne” (v. 28). Queste “tribolazioni nella carne” non riguardano
i dolori del parto, perché in tal caso l’avvertimento riguarderebbe
solo la donna, mentre egli parla anche all’uomo; e poi sarebbe un avvertimento
superfluo, perché lo sanno tutti che i figli nascono così. L’esortazione
ci sembra vada intesa in altra linea: in sostanza, Paolo vuole dire
ai fidanzati che non devono pensare che la vita di coppia sia sempre
un idillio; essi devono sapere che vi è un peso quotidiano da portare
e che talvolta la convivenza coniugale può diventare difficile e appesantita.
Le “tribolazioni nella carne” non sono altro che i pesi e le preoccupazioni
della vita quotidiana che non devono rappresentare, dopo il matrimonio,
una delusione per i fidanzati ingenui.All’inizio
di questo capitolo ritroviamo il tema della preghiera nella vita di
coppia, accanto a una certa disciplina ascetica: “Non
astenetevi tra voi se non di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi
alla preghiera” (v. 5). La preghiera è messa in relazione dall’Apostolo
con la vita sessuale della coppia cristiana; la preghiera della coppia
conferisce alla sessualità un carattere veramente umano e al tempo stesso
consacra l’atto sessuale come un’espressione dell’amore vissuto nel
sacramento. Questa prospettiva non può fare a meno di un certo esercizio
del dominio di sé, che può prevedere una temporanea astensione dai rapporti
coniugali, purché di comune accordo, infatti “la
moglie non è arbitra del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso
modo anche il marito non è arbitro del proprio corpo ma lo è la moglie”
(v. 4). La filosofia che c’è dietro questo consiglio di Paolo è che
la sessualità va vissuta nella luce di Dio, la sessualità non deve fare
da padrona nella vita della coppia cristiana, ma al contrario è la coppia
che deve padroneggiare e gestire con intelligenza la propria sessualità.
In termini moderni, è quello che il Magistero della Chiesa definisce
con l’espressione “paternità e maternità responsabile”, che chiariremo
più avanti.C’è poi una reciproca
comunicazione della grazia, determinata dall’intima convivenza, tanto
che il marito o la moglie non credente partecipano in qualche modo,
nella misura della loro apertura a Dio, alla santità del coniuge credente
(cfr. v. 14). Su questo punto, però, Paolo pone un interrogativo che
si fonda sull’imprevedibilità delle scelte umane: “Che
sai tu, donna, se salverai il marito? O che ne sai tu, uomo, se salverai
la moglie?” (v. 16). Riguardo quindi al coniuge non credente,
c’è la possibilità di una comunicazione della grazia della conversione,
ma c’è sempre anche un margine di incertezza, determinato dall’esercizio
del libero arbitrio. Una persona, pur amando il proprio marito o la
propria moglie, non per questo accetterà necessariamente il cristianesimo.
Non si diventa cristiani, finché
non si vuole. E si può tuttavia continuare ad amare il proprio partner
cristiano.La validità del sacramento
del matrimonio dura fino alla morte di uno dei due coniugi: “La
moglie è vincolata per tutto il tempo che vive il marito” (v.
39). Nella vita futura, infatti, non esiste la vita di coppia, come
la Scrittura insegna in più punti. I coniugi sono tali solo in questa
vita.Un’ultima questione va posta
sul senso di un altro enunciato a nostro avviso piuttosto enigmatico:
Io
vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa
delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato
invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie,
e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa
delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito;
la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa
piacere al marito. Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi
un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al
Signore senza distrazioni
(vv. 32-35).
La
domanda che noi ci poniamo è la seguente: di cosa sta parlando l’Apostolo,
del matrimonio come sacramento o della sua degenerazione? Se il matrimonio
dovesse produrre nell’uomo e nella donna un “cuore diviso”, potrebbe
ancora il matrimonio essere considerato un sacramento?Andiamo
con ordine. L’AT ci mostra un Dio geloso, che non è disposto a dividere
il cuore dell’uomo con altri amori: “Sono
ingelosito per Sion di gelosia grande” (Zc 1,14). E’ naturale
che la Scrittura con questa immagine della gelosia divina intende condannare
i culti idolatrici, ma è altrettanto chiaro che nel medesimo tempo si
condanna anche qualunque amore verso una creatura che possa soverchiare
l’amore dovuto a Dio, dividendo così il cuore del credente. Se la conseguenza
della vita di coppia dovesse essere la divisione del cuore dell’uomo,
allora non sarebbe eccessivamente diversa dall’idolatria. Per questo
poniamo la domanda: a queste condizioni potrebbe il sacramento esistere?
Non possiamo sfuggire a questo dilemma; delle due cose se ne può ammettere
solo una: o il matrimonio è un sacramento, e come tale esige che il
partner sia amato in Dio senza alcuna divisione del cuore, oppure
sposarsi è lo stesso che entrare in conflitto con Dio, perché si tende
a piacere al partner e ci si trova divisi. L’unica spiegazione plausibile
a nostro modo di vedere è che ai vv. 32-35 l’Apostolo Paolo non parla
affatto della realtà del matrimonio cristiano, ma della sua possibile
degenerazione. Egli parla infatti del matrimonio come sacramento
quando dice che “chi ama la
propria moglie ama se stesso” (Ef 5,28). Ma se uno che ama la
propria moglie, ama se stesso, come può essere diviso? Se il sacramento
del matrimonio implica un’esperienza di unità e di comunione interpersonale,
allora la divisione del cuore è una grave malattia e non la condizione
normale. Semmai Paolo sta mettendo in guardia le coppie cristiane a
non cadere in questa forma degenerativa per la quale, amando il proprio
partner più di Dio (ossia dividendo il cuore), si scivola nell’idolatria.
Nessun uomo sano di mente penserebbe che il matrimonio come sacramento
possa sussistere ancora in una tale interiore divisione. Né si può pensare
che il fatto di piacere a Dio possa essere un fatto che dispiaccia al
proprio partner. E’ ovvio che se qualcuno ponesse al proprio partner
una sorta di ultimatum come questo: “o me o Dio”, per ciò stesso tradirebbe
gravemente l’essenza stessa del matrimonio come sacramento, che presuppone
un amore verso il proprio partner che non sia in antagonismo con l’amore
che è dovuto a Dio. In sostanza, il sacramento del matrimonio presuppone
la capacità di un amore indiviso, così che i due amino Dio come un solo
essere, altrimenti si dovrà parlare di amore umano e non di sacramento.
|