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Precisazione: La figura evangelica del bambino non deve essere inquadrata all’interno di un sentimentalismo di stampo ottocentesco. In realtà essa contiene interamente i principi basilari di una corretta teologia della salvezza.

La condanna della volontà di potenza

Il Maestro ha indicato (e soprattutto ha vissuto Lui stesso) uno stile di vita, che è anche un’interpretazione nuova della vita sociale. Cristo non nega mai il valore delle istituzioni, ma esprime gravi riserve sulla logica del loro funzionamento. La prima radicale condanna che Egli esprime sulla prassi dei ruoli sociali è la condanna della volontà di potenza, ossia il presupposto che il proprio ruolo sociale serva a se stessi. Questo rifiuto radicale Gesù lo mette in atto prima ancora dell’inizio del suo ministero pubblico: Mt 4,1-11. Nel deserto, l’essenza delle tentazioni del Maligno consiste nella stimolazione a mettere il proprio potere al servizio di se stesso. La medesima scelta ritorna, coerentemente, alla fine del suo ministero, nelle circostanze estreme della morte di croce: Mc 15,29-32. Anche qui Cristo rifiuta l’ipotesi di salvare se stesso in senso umano, facendo ricorso al suo potere carismatico.

La gratuità della salvezza

La teologia della salvezza connessa alla figura del bambino rivela la vera posizione dell’uomo davanti a Dio. La vita cristiana, sia pure portata al suo massimo eroismo, non può essere considerata il corrispettivo del Paradiso, come sulla terra una determinata somma di denaro è il corrispettivo di una merce. La figura del bambino è in questo senso un luogo teologico del vero meccanismo della salvezza: i bambini si attendono tutto dai genitori non  perché presentano ai genitori un loro merito, ma perché sono certi di essere amati. Sulla certezza di questo amore fanno leva per tutte le loro richieste.La traduzione adulta di questo atteggiamento si trova in Lc 23,39-43: il ladro crocifisso accanto a Gesù non ha opere da presentare per essere salvato, e non è oramai in grado neppure di compierle (cfr v. 41). Ma anche se non ha materialmente delle opere buone, il Signore lo introduce nella vita eterna in base: 1. alla sua apertura alla verità (v. 41); 2. per aver creduto all’Amore (v. 42).

Nota: I due atteggiamenti precedentemente esaminati, cioè il rifiuto della volontà di potenza e la comprensione della gratuità della salvezza, non esauriscono i significati evangelici della figura del bambino. Ve ne sono ancora altri due non meno importanti: la capacità di essere figli e l’accettazione incondizionata di se stessi. Corrispondono ai punti c) e d) dell’indice in corsivo, anche se formulati diversamente.

La conoscenza della paternità di Dio

Si dice sempre che col Battesimo siamo divenuti “figli di Dio”. Forse sarebbe più esatto dire che Dio è divenuto “nostro Padre”. Essere padre ed essere figlio non sono realtà statiche o immobili, ma sono due relazioni. Non si è padri quando si genera un figlio, ma si è padri quando si è capaci di esserlo, ossia capaci di fare spazio nella propria vita a un’altra persona che sta crescendo, capaci di farsi carico di una persona in evoluzione. Nel Battesimo Dio si presenta a noi come Padre in questo senso: mette a nostra disposizione le sue risorse e la sua potenza, facendosi carico della nostra vita in evoluzione. Questa offerta di amore paterno verso di noi è assolutamente certa e infallibile. Dall’altro lato, anche essere figli è una relazione e non un dato di fatto; perciò si è figli non quando si nasce da qualcuno, ma quando si è in grado di esserlo. Ne è un esempio emblematico il fratello maggiore della parabola di Lc 15,11ss: “Io ti servo da tanti anni e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa coi miei amici” (v. 29). E’ figlio, perché generato da lui, ma incapace di vivere da figlio. Vive infatti come un lavoratore dipendente. Vive una vita umiliata e sottomessa, mentre il Padre desidera per lui la pienezza della gioia e della dignità.

Cosa impedisce di vivere da figli?

La non conoscenza della grandezza del Padre (con la conseguente mancanza di aspettative e di fiducia): Mt 7,7-11. Chi comprende, nella fede, l’onnipotenza di Dio, vince in se stesso ogni atteggiamento fatto di ansia e di preoccupazione. Solo Dio sa ciò che veramente ci giova o ci danneggia; la divina paternità ci assicura ogni dono perfetto. Spesso però non ce ne accorgiamo, perché giudichiamo da noi stessi che alcune cose ci sono necessarie, le chiediamo nella preghiera, e non le otteniamo. Allora concludiamo che Dio non ci ha esauditi. Non pensiamo che Dio quella cosa non l’ha concessa perché in realtà ci avrebbe danneggiato. Non pensiamo che dobbiamo accogliere fiduciosamente dal Padre ciò che Lui dispone, perché solo Lui sa cosa è bene per noi.

La logica del merito, cioè, la tendenza a entrare in Paradiso senza dovere ringraziare nessuno, neppure Dio. La falsa convinzione che Dio ci benedice e ci comunica la sua grazia, perché abbiamo fatto delle opere buone. Pensare di “meritare” la grazia di Dio è il peccato più grave. Questo atteggiamento suppone la stessa mentalità del fariseo che va al Tempio a pregare col pubblicano (cfr. Lc 18,9-14). La non accettazione di se stessi: Mt 5,37, “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no”.Ciascuno si porta dentro delle scontentezze riguardo a se stesso. Perciò è portato a proiettare fuori di sé un’immagine abbellita, che gli altri possano vedere e apprezzare, creando così un secondo strato nella propria personalità. Questa disposizione d’animo i bambini non l’hanno, anzi, neppure la conoscono. Nell’adulto è un ostacolo allo sviluppo dei doni battesimali, perché è una condizione di abituale non-verità e perché è un meccanismo di difesa che impedisce agli uomini e a Dio di stabilire un rapporto autentico.

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