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Home > Catechesi > L'uomo secondo il progetto di Dio > La libertà creaturale della persona: la Legge e la Coscienza

Dall’insieme della Rivelazione risulta chiaramente che l’essere umano è stato pensato da Dio con la capacità di autodeterminarsi e con una certa quale autonomia rispetto ai vincoli della natura. Questo fatto risulta anche dall’esperienza e dall’osservazione della vita. I due campi su cui si gioca la partita della libertà umana si chiamano Legge e Coscienza. Dovremo per prima cosa intenderci su questi due concetti.

I diversi volti della Legge

La Legge è innanzitutto un’esigenza della nostra natura razionale. E ciò risulta dall’esperienza come una verità evidente. Anche la Bibbia è in questa linea: l’Apostolo Paolo, parlando ai Romani, dice chiaramente che i pagani “per natura agiscono secondo la Legge” (Rm 2,14). Questo significa che le esigenze della Legge sono scritte nel cuore prima che su un codice. Ossia: una legge può esistere solo in quanto traduce il bisogno di equità presente nel cuore umano. Paolo qui sta parlando in modo specifico della Legge di Mosè, ma occorre ricordare che per gli ebrei (come per gli arabi) non esiste reale distinzione tra la legge religiosa e quella civile.Nella vita quotidiana l’esperienza della “legge” si muove su differenti registri. Il denominatore comune è quello di essere “oggettiva”, esterna alla persona. Un primo registro è rappresentato dalla legge civile, poi vi è l’ambito del diritto canonico (che ha molti punti di contatto col codice civile), poi l’ambito della legge morale (la distinzione tra giustizia e peccato secondo la rivelazione), poi l’ambito delle consuetudini (comportamenti non scritti, ma compiuti da tutti da tempo immemorabile). Questi diversi ambiti vengono di solito ricondotti a tre principali categorie:

- La legge umana (che include i codici religiosi e civili, più le consuetudini)

- La legge naturale (che allude al bisogno interiore di giustizia da cui nascono tutti i codici, e che contiene una intuizione confusa della legge di Dio)

 - La legge di Dio (che insegna a distinguere le categorie di peccato e di giustizia, in senso    religioso)

Come debba porsi l’individuo dinanzi ai diversi volti della “legge”, mantenendo intatta la propria responsabilità personale (cioè senza essere un puro esecutore in termini di manovalanza), è una cosa che non si può dire se non si chiarisce anche il secondo grande concetto: la Coscienza.

La coscienza

Etimologia

La parola “coscienza” viene dal latino cum scentia, che allude a un sapere nato dal confronto che una persona deve compiere prima di prendere una decisione. Ogni decisione, per essere valida, ha bisogno prima di tutto di non essere frutto di improvvisazione. La decisione morale nasce sempre da una raccolta di dati, da una conoscenza profonda della situazione umana, dalla chiarezza sui principi e dal confronto attento di questi tre ordini di realtà.

Definizione del Vat II (alcune frasi)

Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi... L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato... La coscienza è il nucleo più segreto... dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nella proria intimità. Quanto più, dunque, prevale la coscienza retta, tanto più le persone e i gruppi sociali si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità.

(G.S. 16)                                                                                                                      

E’ possibile che la coscienza si sbagli?

La G.S. ci diceva, tra l’altro, che la coscienza è anche il luogo del giudizio di Dio, dal momento che lì Egli fa conoscere all’uomo la sua volontà. La possibilità di conoscere il vero da parte della coscienza è perciò un fatto cruciale. Quanto all’errore, sappiamo che esso è sempre possibile in tutti i campi dell’attività umana, e perciò anche il quello della coscienza. Dobbiamo ammettere che anche la coscienza può sbagliarsi. Come si viene a trovare a quel punto la persona davanti a Dio?La questione è molto complessa e la teologia morale ha studiato la cosa dal medioevo fino a oggi. In questa sede possiamo solo indicare schematicamente le linee di soluzione:

Esistono due modi di sbagliare: consapevolmente e inconsapevolmente. Il primo modo si ha quando la persona mente a se stessa, cioè quando uno falsifica intenzionalmente quello che la coscienza gli dice. Chi agisce così viene a trovarsi fuori dalla verità e nessuno può aiutarlo. E’ il caso di dire che non può aiutarlo neanche Dio. Questo è infatti il cosiddetto peccato contro lo Spirito.Lo sbaglio di coscienza, dovuto ai limiti della natura umana, non è imputabile come peccato. L’errore inconsapevole è solo uno sbaglio, ma non è un peccato. A questo proposito vi sono due riferimenti scritturistici molto chiari: Lc 23,34 e 1 Tm 1,13. Quando la coscienza si sbaglia in questo modo, la persona non esce mai dalla volontà di dio.

Gli stati di coscienza

Per precisare meglio i gradi di responsabilità, la teologia morale ha creato una sorta di specchietto orientativo, che comunque non va applicato agli altri ma solo a se stessi. La persona compie un’azione moralmente valida quando agisce con coscienza retta e certa

coscienza retta: si ha quando la persona ha una conoscenza esatta della legge morale e decide in modo conforme a essa (con discernimento e applicazione alla “sua” situazione).

coscienza certa: si ha quando la persona è sicura soggettivamente e non ha falsificato i dati.

coscienza assopita: si definisce così lo stato di coscienza di chi in generale è insensibile al problema morale; è anche la condizione di chi non ha alcuna passione per la verità, e preferisce lasciarsi guidare dall’utile più che dal vero.

coscienza delicata: si ha quando la maturità della coscienza cristiana porta la persona ad avere la giusta sensibilità nella ricerca del bene. Qui la persona è capace di esercitare creativamente il giudizio di coscienza.

coscienza lassa: si ha quando la persona distingue il dettame della legge morale, ma in maniera rigida e grossolana, senza elasticità e senza capacità di adattamento alle situazioni diverse della vita reale.

coscienza dubbia: è la condizione di penombra che si ha quando la persona manca di qualche informazione per decidere e si ritrova insomma con una base insufficiente. La teologia morale esorta a non agire senza prima avere risolto il dubbio o colmato la lacuna di informazioni.

coscienza scrupolosa: è quella che fa impazzire i confessori. Si tratta di una condizione interna di costante ansia, in cui ogni gesto banale o insignificante può apparire alla persona come un peccato grave. Questo genere di coscienza è dominata dall’immagine di Dio come giudice. Oltre un certo livello può essere uno stato patologico.

La coscienza propria e la coscienza altrui

1 Cor 8,7-13: l’Apostolo Paolo riprende qui un’idea da lui già esposta altrove, e cioè che il cristiano è un uomo libero in base alla legge dello Spirito, da cui è mosso. Tuttavia, questa libertà potenzialmente infinita - in quanto proveniente dalla libertà stessa dello Spirito Santo - ha un limite preciso da rispettare: questa libertà non  deve  mai  essere  esercitata  contro  l’amore.

La situazione descritta da Paolo è molto chiara: il cristiano maturo sa di non essere condizionato da alcun cibo, perché non sarà certo un alimento ad avvicinarci a Dio (v. 8) e perciò può nutrirsi anche della carne dei sacrifici pagani, sapendo che sono stati offerti al niente; tuttavia, il fatto di mangiare “quel tipo di carne”, può avere delle conseguenze negative nella coscienza di un cristiano che ha iniziato da poco il suo cammino di fede, e quindi non è ancora giunto alla libertà piena.In termini moderni, questo fatto avrebbe migliaia di applicazioni per un battezzato che va verso la maturità del proprio battesimo. Il criterio generale indicato dall’Apostolo si basa sul primato assoluto dell’amore: la conseguenza è che il cristiano rinuncerà all’esercizio del dono più grande che ha ricevuto da Dio, cioè la libertà del Figlio, qualora entrasse in conflitto con le esigenze dell’amore.

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