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"C
r i s t o M a e s t r o"... i l S i t o |
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Ci
dobbiamo qui riagganciare al discorso già fatto sulla grazia originale.
Abbiamo visto che Dio, secondo il racconto di Gen 2, ha
posto l’uomo nel giardino piantato a oriente (v. 8), e abbiamo
citato anche l’interpretazione profonda di Agostino di Ippona, per
il quale questa immagine vuole riferirsi al fatto che l’uomo non può
vivere se non nell’amore di Dio, simboleggiato appunto dal giardino
di Eden. Ci siamo poi interrogati sul battesimo, chiedendoci che cosa
effettivamente ci restituisce
della grazia perduta col peccato originale. Abbiamo risposto dicendo
che il battesimo ci riconduce innanzitutto nello spazio della paternità
di Dio (cioè il giardino di Eden), permettendoci di vivere e di morire
nella luce. Questa definizione che include già tutto, ha però bisogno
di parecchie precisazioni che saranno oggetto di questa quinta tappa. La natura della grazia
La
riflessione teologica sulla grazia è un tema praticamente sconfinato
che, nel corso dei secoli, è stato affrontato da molteplici punti
di vista e filosofici e antropologici. In questa sede, come siamo
soliti fare, andremo alle soluzioni certe ed essenziali sull’argomento.
Per quel che ci riguarda, è sufficiente affermare che la natura
della grazia consiste nella accoglienza consapevole della Paternità
di Dio e nella decisione di vivere da figli.
L'insegnamento dell’Apostolo Paolo
sul
Anche
in questo argomento, come in tutti gli altri che riguardano la salvezza,
la prima fonte della verità dottrinale è la Scrittura. Nel NT dobbiamo
rivolgerci in particolare a Paolo di Tarso. In lui troviamo non solo
una profonda riflessione teologica, ma anche un’esperienza forte delle
operazioni dello Spirito di Dio. Anche le comunità nate dal suo annunzio
del Vangelo si muovono all’interno di una forte esperienza pneumatica.
Solo quelli che hanno ricevuto lo Spirito
di Dio sono figli di Dio
Rm
8,14-17:
l’offerta della Paternità di Dio nel battesimo è un dono di grazia.
Ma anche la possibilità soggettiva
di vivere da figli è un dono di grazia. Sarebbe infatti un’impresa
impossibile per le nostre risorse spirituali e psicologiche, il
vivere da figli di Dio. E’ il dono dello Spirito che ci permette:
- di vivere non più da schiavi, ma da figli adottivi (v. 15)
- di prendere decisioni basate non sul buon senso, ma sulla
conoscenza interiore della volontà di Dio (v. 14)
- di essere assimilati alla vita e alla morte del Figlio di
Dio (v. 17)
- di risorgere dai morti (v. 11)
L’esperienza
carismatica delle comunità paoline
L’opera
più grande e più essenziale dello Spirito Santo è quella di portarci
nello spazio vitale della paternità di Dio, mettendoci in grado di
vivere da figli. Il testo di Rm 8 è molto esplicito a riguardo, come
si è visto. Questa opera è la più importante, ma non l’unica. Vi sono
ancora altre manifestazioni dello Spirito, che comunemente si chiamano
“carismatiche”, ma sono secondarie e trascurabili, anche se attirano
l’attenzione e la curiosità. Perciò ci limitiamo ad alcuni cenni che
ci diano il quadro chiaro della questione.
Che cosa sono i carismi?
La
migliore definizione è data dall’Apostolo Paolo: un carisma è una
manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune
(1 Cor 12,7). Studiando il pensiero di Paolo, ci si accorge che lui
identifica queste manifestazioni dello Spirito per l’utilità comune,
con i molteplici servizi necessari a una comunità, sia quelli ordinari
che quelli straordinari. Per avere un’idea più precisa, occorre leggere
attentamente tre elenchi di carismi che lo stesso Paolo ci fornisce:
1
Cor 12,4-11. 28 e Ef 4,11ss.
1
Cor 12,4-5: Rapporto tra carismi e ministeri. Il ministero è il servizio
che materialmente si svolge. Il carisma è il dono di Dio che è necessario
perché il servizio sia efficace
tanto da edificare la chiesa, e non sia un servizio e basta.Negli
elenchi suddetti, i carismi necessari alla vita ordinaria della comunità
cristiana, tengono sempre il
primo posto. Così in prima posizione troviamo:
La
terza lista si ferma al carisma dei “maestri”, cosa molto significativa,
perché nelle due liste precedenti l’Apostolo aggiunge anche i carismi
dei miracoli, guarigioni e lingue. Li aggiunge però alla
fine; specialmente nella seconda lista c’è un
poi che dice già da
solo il pensiero dell’Apostolo a riguardo: ci sono nella Chiesa Apostoli,
Profeti e Maestri. Questi carismi determinano l’esistenza della Chiesa.
Poi ci sono i carismi dei miracoli, guarigioni e lingue. Nella terza
lista, queste manifestazioni straordinarie non sono menzionate, il
che significa che qualora mancassero
in una comunità, non sarebbe per nulla diminuita la forza evangelica
del suo cammino. Semmai, l’unico carisma straordinario menzionato
dall’Apostolo sia nella seconda che nella terza lista è il carisma
della profezia. Nella comunità di Gerusalemme, descritta dagli Atti,
si fa spesso menzione dei profeti. |
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e carismi (parte I)
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