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I profeti della comunità cristiana

E’ abbastanza chiaro quello che si intende con i termini in prima posizione dell’elenco paolino. Rimane da dire qualche parola sull’esperienza della profezia nelle prime comunità cristiane. Sembra che Paolo lo ritenga un carisma necessario alla vita della comunità, o comunque importante, tanto da metterlo in cima a due elenchi, in seconda posizione dopo il carisma apostolico.

Negli Atti se ne fa menzione esplicita quattro volte:

11,27: L’intervento del profeta Agabo.

13,1: Si dà un elenco dei profeti della comunità cristiana di Antiochia.

15,32: Giuda e Silvano nell’esercizio del loro carisma profetico

21,10: Agabo preannuncia il destino finale di Paolo.

Negli altri casi (di cui ne prendiamo solo alcuni) si parla di un intervento dello Spirito Santo (che ovviamente si esprime per bocca di qualcuno che resta anonimo):

13,2: Barnaba e Saulo scelti per una missione.

16,6: Lo Spirito impedisce a Paolo di predicare in Asia.

20,23: Lo Spirito fa capire a Paolo che in ogni città lo attendono dei guai.

Infine, il libro dell’Apocalisse dice per ben sette volte che lo Spirito parla alle chiese, ma occorre avere la capacità di ascoltarlo.

Le virtù cristiane

La vita cristiana si costruisce sulla base di un organismo di virtù, che la riflessione teologica, in questi due millenni ha cercato di precisare. Si è soliti fare distinzione tra virtù teologali e virtù morali. Una definizione che può accomunare le une e le altre (che tratteremo distintamente) è questa: la virtù è un principio interiore che sostiene in modo stabile e permanente le relazioni con Dio e con il prossimo. Questi principi si radicano nella vita soprannaturale della persona che vive in grazia di Dio.

Le virtù teologali

Le virtù teologali sono innanzitutto un dono. Non si tratta di qualità o facoltà presenti nella natura umana, ma di disposizioni che non si hanno, né si possono avere, se non si vive nella grazia. Il loro obiettivo è quello di rendere possibile in noi la vita di Cristo. La vita cristiana altro non è che la vita di Cristo che fluisce in noi come una seconda natura. L’Apostolo Paolo descrive questa realtà come un vivere in Cristo, che equivale al fatto che Cristo vive in noi. Insomma, la vita del singolo battezzato è una vita cristificata, come la vita della comunità cristiana è una vita trinitaria.

L’insegnamento biblico sulle virtù teologali

La Bibbia parla delle virtù teologali non in maniera teorica ma in maniera applicata. Vale a dire che noi veniamo a sapere qualcosa della fede, della speranza e dell’amore, a partire da qualcuno che ne ha dato prova in quel particolare ruolo che si è trovato a vivere dentro la storia della salvezza. Sarebbe troppo lunga una carrellata di queste figure teologicamente significative; può bastare un solo esempio per tutti: di Abramo si dice che ebbe fede, quando non rifiutò a Dio il proprio figlio unico (cfr Eb 11,17). Ma ebbe anche speranza, quando partì senza sapere dove andava. Infatti, la speranza è possibile solo per chi crede. L’amore teologale, che differisce dall’amore umano, consiste nell’ubbidire a Dio senza riserve mentali, e anche questo in Abramo è abbastanza evidente (cfr Gn 22,18).Nel NT, e in particolare nelle lettere di Paolo, le tre virtù teologali sono considerate come il fulcro dell’organismo soprannaturale. Vivere la propria vita in Cristo equivale a vivere secondo l’ispirazione delle virtù teologali. Ossia: le virtù teologali sono possibili, perché Cristo vive in noi. Ciò risulta chiaramente da 1 Ts 1,3 e 5,8; 1 Cor 13,13.

La virtù della fede

Dobbiamo precisare che con la parola “fede” nella teologia si intendono due cose diverse. Fede è l’insieme delle verità rivelate. fede è pure l’atteggiamento individuale del credente (fides qua creditur). La fede come “virtù teologale” è questa seconda cosa.

La fede esplicita e la fede implicita

Esistono due modi di essere credenti: la fede esplicita, che è propria dei cristiani, e la fede implicita, che accomuna tutti gli uomini non cristiani o non religiosi che impegnano la loro vita per la verità e per la giustizia. Durante la Messa preghiamo ogni giorno per questa seconda categoria di persone, che presentiamo a Dio con la definizione “coloro di cui Tu solo hai conosciuto la fede”.E’ abbastanza chiaro che la fede non è l’adesione della mente a un certo numero di verità. La fede si trova infatti alla base di quella che altrove abbiamo definito “opzione fondamentale”. E’ perciò un impegno che coinvolge interamente la persona. Questo impegno integrale della persona è richiesto dal fatto che la fede è l’adesione a una alleanza. L’alleanza non è mai una semplice accettazione di clausole, ma è il coinvolgimento personale dei contraenti.

La fede autentica genera l’amore che comprende

Quando la fede è autentica porta la persona ad amare la Parola di Dio. La persona di fede si distingue dai cristiani abitudinari per il fatto che tenta in tutti i modi di capire il suo Dio. In questo punto comprendiamo come la fede e la carità sono inseparabili. Il vero credente è teso nella comprensione del mistero di Dio con un’intelligenza che è amore. Quando manca l’amore che comprende è segno che manca anche la fede. Di conseguenza non ci può essere neppure la speranza teologale, giacché le tre virtù infuse sono inseparabili.

I peccati contro la fede

Le virtù teologali possono subire delle deformazioni o delle paralisi: cfr 1 Tm 1,18-19 e 3,9. Come si vede, il ruolo della coscienza è essenziale perché la sostanza della fede cristiana non degeneri nel cuore del credente. Conservare la fede “in una coscienza pura” significa “non peccare mai contro la propria coscienza”. E’ infatti un peccato contro la propria coscienza continuare a compiere tutti “i doveri del cristiano” se con il cuore non si crede affatto che Gesù Cristo è il Figlio di Dio. E’ chiaro allora che l’autenticità della fede e la limpidezza della coscienza sono inseparabili. Quando l’oggetto della fede si deforma in una coscienza, nascono i cosiddetti “peccati contro la fede”. Le forme più gravi sono essenziamente tre: apostasia, eresia e idolatria.

L’apostasia

Si tratta di una totale negazione della fede: è il caso di chi nega Cristo dopo averlo conosciuto. Ma è anche il caso di chi, cresciuto all’interno della Chiesa, non ha mai accettato Cristo nella propria vita: pur avendo compreso il Vangelo come parola di Dio, è rimasto il maestro di se stesso, facendo però esternamente tutto ciò che fanno i cristiani.

L’eresia

A differenza dell’apostasia, l’eresia è una negazione parziale della fede. E’ il caso di chi accoglie la rivelazione biblica solo in quelle parti che gli garbizzano, riservandosi di escludere quelle spiacevoli o non conformi alle sue aspettative.

L’idolatria

Questa terza disfunzione della coscienza consiste in una deviazione dell’atto di fede che, anziché rivolgersi a Dio, si rivolge a qualcos’altro. In sostanza, nel cuore umano c’è un altare e c’è un trono che spettano solo a Dio, ma può succedere che la persona li offra a qualcosa o a qualcuno. In questo scambio dell’oggetto di culto si ha l’idolatria.

La fede della Chiesa e la fede del singolo

Nel processo di trasmissione della fede, la Chiesa, cioè la comunità cristiana, ha un ruolo insostituibile. Infatti, la fede della Chiesa è sempre anteriore alla fede  del singolo. In altre parole, nessuno arriva alla fede procedendo come un ricercatore solitario. Dio ha affidato alla comunità degli Apostoli il depositum della fede, e sono gli Apostoli che lo trasmettono mediante la predicazione, dalla quale nasce la fede. La fede del singolo sboccia nella comunità, e ciò avviene innanzitutto “per contagio”. Una comunità che vive bene la propria vocazione evanglica è contagiosa. In essa, il singolo battezzato si sente sollevato verso Dio, senza sapere come. Solo successivamente, egli sente il bisogno di chiarire, anche sul piano dottrinale, la fede ottenuta “per contagio”. Una comunità incapace di “contagiare” non trasmette la fede, ma solo opere e comportamenti.

La fede può crescere?

La fede deve crescere. Cristo ha detto chiaramente che i doni di Dio non sono distribuiti per essere sciupati ma perché vengano sviluppati (cfr Mt 25,14ss). Anzi, è un peccato di omissione l’avere sciupato la grazia di Dio e i suoi doni. La fede, che ci è data in embrione nel battesimo, ha bisogno di venire irrobustita. Qui subentra la responsabilità diretta del battezzato: è lui che deve decidere di mettere a frutto i doni di Dio. Nessuno può infatti deciderlo al posto suo. La Chiesa, la comunità, i sacerdoti ci aiutano a portare avanti con successo questa decisione, ma la decisione è unicamente di ciascuno.

La fede cresce quando viene nutrita: Gesù spiega in privato le sue parabole ai dodici (cfr Mc 4,10-11). Questo significa che non si può rispondere in pieno alla grazia di Dio se si sconosce il pensiero di Cristo. La prima decisione di una coscienza retta è sempre quella di vedere chiaro. L’approfondimento delle Scritture è quindi essenziale perché la fede si irrobustisca.

La fede cresce quando si prega: la preghiera produce sempre una crescita della virtù teologali; il contatto con Dio spiritualizza sempre la persona. Quando Mosè scendeva dal monte, dopo essere stato a contatto con Dio, il suo volto era luminoso (cfr Es 35,29). Inoltre, poiché la fede è un dono, si può chiedere a Dio (cfr Lc 17,5-6).

La fede cresce quando è sostenuta dalla testimonianza della comunità: si tratta del contagio di cui abbiamo già parlato. Vedere che la vita degli altri è ricca di valori evangelici è un forte motivo di crescita, se non si cade nella trappola dell’invidia.

Gli effetti della fede

La fede teologale produce delle variazioni notevoli nello stile di vita, che si distingue nettamente dal coloro che la fede non l’hanno. Può essere utile elencare le caratteristiche più importanti:

La Parola di Dio sentita come nutrimento

Ne abbiamo un chiaro esempio in Geremia 15,16 e in Lc 24,32. La Parola di Dio scende nel cuore come un fuoco che riscalda, come una sostanza che sazia. Un altro riferimento significativo è Ap 10,10: il veggente mangia il libro della Parola di Dio e sente che è dolce al palato. Nelle viscere diventa invece amaro, cioè quando la Parola viene digerita e diventa l’orientamento della vita, allora si sente pure che è amara, per via della fedeltà a volte difficile, per via dei superamenti che chiede e per la statura morale che esige.

La serenità nelle circostanze difficili

Altro frutto inconfondibile della fede: la certezza che Dio controlla ogni circostanza, anche gli eventi che sembrano impazziti. L’insegnamento di Cristo su questo punto è molto chiaro: in Mt 14,31, Pietro sprofonda nell’acqua agitata nell’attimo stesso in cui viene afferrato dal dubbio. Così in Mc 4,40, Gesù spiega che la paura e la fede non possono stare insieme, o c’è l’una o c’è l’altra. Questo però non equivale a dire che il cristiano è un essere indifferente al dolore; nemmeno Cristo lo è stato. Si vuole dire solo che la fede impedisce alle difficoltà della vita di farci naufragare.

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