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"C
r i s t o M a e s t r o"... i l S i t o |
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L’evidenza della Presenza di Dio nel creato
A
proposito della fede, dicevamo che essa non è mai totalmente invisibile,
e che si può facilmente individuare attraverso i suoi effetti, di
solito inconfondibili. La persona che vive di fede è notevolmente
diversa da chi vive solo sulla logica naturale. Oltre ai due fenomeni
già detti (rapporto nutritivo con la Parola e vita poggiata sulla
roccia), se ne possono conoscere altri.
L’evidenza
dell’intervento di Dio nella propria vita
La
natura non è però l’unica realtà che comincia a parlare all’uomo capace
di conversione. Anche la personale esperienza umana diviene eloquente.
La propria vita, nel cammino di fede, non
è più una sequenza di fatti bruti, e di circostanze senza senso.
Improvvisamente si scorge una mano che dispone anche i più piccoli
eventi della giornata e una infinita paternità che guida i nostri
passi. E’ esattamente questa la scoperta di Giobbe, dopo il suo lungo
soffrire (cfr Gb 42,5). Analogamente anche la vita sociale e mondiale
diventa come un testo bisognoso di essere decifrato, mediante la lettura
dei segni dei tempi.
La
partecipazione viva alla vita e alla liturgia della Chiesa
La
conseguenza più evidente e più pratica di questo processo di illuminazione
interiore è un modo nuovo di
vivere nella comunità cristiana. La vita ecclesiale e il servizio
dei ministeri diventa una esigenza d’amore e non più un obbligo della
legge. Chi vive così è molto avanti nella vita cristiana.
La
fede come fondamento della speranza
Le
tre virtù teologali sono strettamente congiunte e inseparabili. Ciascuna
ha però una sua specificità. Il rapporto tra la fede e la speranza
va inteso nei termini della base rispetto a un edificio. Lo si vede
chiaramente in Eb 11,1: “La fede è fondamento delle cose che si sperano”.
Ne consegue che nessuno può sperare niente se sconosce i contenuti
veri della fede. Se la vita interiore del credente è vuota di contenuti,
la sua fede è molto fragile; e se la fede è fragile, la speranza manca
di una base sicura su cui edificarsi. In questa condizione è impossibile
qualunque cammino di fede. La speranza è infatti la virtù che muove
il battezzato verso il futuro; è insomma la virtù della speranza che
produce quel movimento che siamo soliti chiamare “cammino di fede”.
Gli
obiettivi della speranza secondo le Scritture
Abbiamo
detto che la speranza teologale è la virtù che mette
in moto la persona credente. Perciò va affermato che la presenza
e l’opera della speranza nella singola persona si distinguono dal
fatto che la persona è in continuo
movimento; ovviamente non ci riferiamo al moto locale o alle agitazioni
quotidiane. Ci riferiamo al fatto che la persona messa
in moto dalla virtù della speranza,
sente cambiare in sé qualcosa, ogni giorno.
In questi casi la confessione sacramentale diventa una tappa del cammino
e non l’occasione per confessare “i soliti” peccati.
La
speranza nell’AT La rivelazione biblica si arricchisce gradualmente di tutti gli elementi che costituiscono la speranza teologale. Il primo barlume della speranza biblica si ha in epoca patriarcale (secc. XIX-XV a. C.), quando le aspettative di Abramo e della sua stirpe si concentrano sulla Terra Promessa. Poi, al tempo della monarchia (secc. X-VI a. C.), si coagulano intorno all’attesa del Messia, percepito come un re saggio di stirpe davidica. Dopo l’esilio (secc. VI-I a. C.), la speranza biblica comincia a definire la destinazione dell’uomo nell’aldilà, mentre l’attesa del Messia viene interpretata dagli apocalittici nei termini di un personaggio celeste, mediatore della nuova creazione. La speranza nel NT Il NT opera sulla speranza dell’AT un trasferimento: la Terra Promessa diventa una meta esterna alla natura e al mondo; Eb 13,14: “Non abbiamo quaggiù una dimora definitiva, ma siamo in cerca di quella futura”. L’Apostolo Paolo è poi esplicito nel dire che se Cristo è un punto di riferimento solo per le cose di questa vita, allora siamo da compiangere (cfr 2 Cor 15,19). Piuttosto, oggetto della nostra speranza di cristiani è l’opera della nuova creazione che Dio ha iniziato in noi, nel momento in cui ci ha dato il suo Spirito. Lo Spirito Santo ci trasfigura lentamente, comunicandoci la gloria del Signore (cfr 2 Cor 3,18). La vita cristiana è infatti una vita trasfigurata, ossia una vita “nello Spirito”. E questo è solo l’inizio. Tutto il resto lo attendiamo con fiducia, perché “chi ha promesso è fedele” (Eb 10,23). In cosa poi esattamente consista “tutto il resto” sarà oggetto di un altro ciclo di catechesi dedicate all’escatologia biblica. Ci riserviamo di parlarne dettagliatamente in quella sede.
Il
fraintendimento della speranza Fin dal tempo di Paolo, la speranza cristiana è stata spesso soggetta a fraintendimenti. Si vede chiaramente da 2 Ts 3,11ss, dove l’Apostolo deve richiamare all’impegno quotidiano quei cristiani che pensavano all’attesa del ritorno del Signore come a un pretesto per scaricarsi di dosso la responsabilità dell’aldiqua. Al contrario, la speranza teologale rende più seria l’attività umana sulla terra. Infatti, la dignità umana diventa altissima solo se letta nella chiave della speranza teologale. Perciò non diminuisce l’importanza degli impegni terreni, ma li rafforza su nuove motivazioni.
L’amore
come virtù teologale
Anche
l’amore teologale (come tutte quelle idee sul cristianesimo prodotte
dai pregiudizi), nel pensiero del battezzato medio, è spesso frainteso.
Comunemente, la parola “carità” si associa
all’idea di assistenzialismo. In altre parole, si assimila
la carità cristiana all’impegno verso i bisognosi. Alla luce della
Parola di Dio, questa associazione si rivela errata. La carità teologale
non è un’opera in favore
dei poveri.
Alle
sorgenti dell’amore (1 Gv 4,7-21)
L’Apostolo
Giovanni ci dice con chiarezza in cosa consiste la carità: “In questo
sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato
noi” (1 Gv 4,10). Ciò significa che per intendere la carità teologale
non bisogna pensare tanto all’amore che dona, quanto all’amore che
riceve. La carità teologale consiste infatti non nell’amare, ma
nell’essere amati. Più precisamente, l’amore teologale comincia
quando abbiamo sperimentato
e sentito che Dio ci sta amando. In sostanza, la
carità teologale ha la sua sorgente nel percepire di essere amati
da Dio.
Solo
chi si sente amato può amare
Ancora
nel quarto capitolo della sua prima lettera, l’Apostolo trae una ulteriore
importante conseguenza: il fatto che taluni hanno l’impressione di
non essere capaci di amare, o pensano di avere una limitata capacità
di accettazione del prossimo, dipende semplicemente da questa causa:
sono deboli nell’amare perché non hanno ancora capito quanto sono
amati.
Si esprime così infatti al v. 19: “Noi amiamo, perché Egli ci ha amati
per primo”. Insomma, vuol dire che
solo se mi sento amato, posso
avere la sicurezza sufficiente per correre il rischio dell’amore.
Di fatti, proprio così si esprime il v. 18: “Nell’amore non c’è timore,
al contrario, l’amore perfetto scaccia il timore”.
Chi
ama Dio e odia suo fratello è un mentitore (1 Gv 4,20)
I
volti della carità teologale
Il
NT è abbastanza esplicito circa le manifestazioni della carità, come
lo è per quelle della fede. Nell’insegnamento di Gesù, come nel suo
modo di essere uomo, si possono facilmente delineare tutte le sfaccettature
di uno stile di vita che caratterizza il cittadino di un altro regno.
L’equilibrio
dell’amore
La
carità teologale produce un primo e basilare effetto nella vita del
battezzato che può chiamarsi riequilibramento
della capacità di amare. E’ quello che Gesù lascia intendere al
dottore della Legge che lo interrogava sul comandamento più importante
(cfr Mt 22, 34ss). Nel momento in cui Dio è amato più
di tutto, gli altri amori assumono la loro vera posizione. Il che
significa imparare ad amare ciascuna realtà nel suo ordine, senza
che il proprio cane sia amato più di una persona umana e senza che
una qualsiasi creatura sia amata più di Dio. Questo amore equilibrato
Gesù lo chiede esplicitamente a Pietro, quando gli affida la comunità
cristiana (cfr Gv 21,15).
Il
superamento dell’esclusivismo
L’esclusivismo
è una caratteristica normale dell’amore umano, ma esce fuori dal quadro
della nuova creazione. L’insegnamento di Cristo indica chiaramente
al discepolo la meta di un amore
capace di superare ogni genere di confine. Per questa ragione,
al dottore della Legge che lo interrogava sul senso della parola “prossimo”
(cfr Lc 10,25ss), Gesù presenta due figure che fanno saltare tutte
le categorie giudaiche:
un uomo,
di cui non si sa la provenienza né la nazionalità (v. 30) e
un samaritano
(v. 33), detestato dai Giudei. Il superamento dell’esclusivismo culmina
poi nella disposizione di benevolenza verso i propri nemici (cfr Lc
6,27ss), cosa che rappresenta il tratto peculiare e irripetibile dell’amore
teologale.
Il
superamento della strumentalizzazione
Un’altra
manifestazione dell’amore umano, bisognoso di essere illuminato dalla
Grazia, è la tendenza, non sempre consapevole, a strumentalizzare
il prossimo, ossia ad amare
gli altri a motivo di se stessi e non a motivo della loro autentica
felicità. Cristo ha corretto questa tendenza molto umana mediante
l’icona del Maestro che lava i piedi ai suoi discepoli: “Se io, Maestro
e Signore, ho lavato i vostri piedi…” (Gv 13,3ss). Il Maestro non
usa gli altri per ottenere benefici per sé, ma vive in funzione della
felicità degli altri. L’amore teologale è insomma un esodo da se stessi
senza ritorno. Chi vive perché gli altri siano felici non
ha più la voglia di interrogarsi circa i propri bisogni personali.
Questa maniera di amare riempie così tanto la propria interiorità
che a un certo momento sembra meschino fermarsi a pensare a se stessi
e ai propri eventuali bisogni. Il Cristo storico ha amato così e ha
esplicitamente chiesto ai suoi discepoli di fare altrettanto: “Vi
do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri
come Io vi ho amato”
(Gv 13,34).
La
cessazione delle aspettative
Gesù
disapprova i Farisei in molti aspetti del loro operato. Tra tutte
le altre cose, Egli li rimprovera di avere troppe aspettative: fanno
l’elemosina, e si aspettano la lode degli uomini (cfr Mt 6,2), pregano
in modo da essere visti (v. 5), digiunano facendo in modo che gli
altri se ne accorgano (v. 16), vanno in piazza e si aspettano di essere
salutati (Mt 23,7), vanno al Tempio e si aspettano la benedizione
di Dio sulle loro opere di giustizia (cfr Lc 18,9-14).
A questo stile di vita privo di vera libertà, perché condizionato
dalle risposte del prossimo, Cristo contrappone uno stile di vita
fondato sulla gratuità:
“Se amate quelli che vi amano, che merito ne avete?” (Mt 5,46). In
questo modo la persona si libera da ogni attesa di ritorno, e se ha
qualcosa da fare, la fa perché ci crede, o perché vale la pena di
farla, o perché dà gloria a Dio. Questo modo di amare è inoltre il
sigillo della figliolanza: “… perché siate figli del Padre celeste,
che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere
sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (v. 45).
La
carità teologale, sorgente dell’evangelizzazione
Il
frutto più bello dell’amore teologale, e del modo di amare secondo
la nuova creazione, è l’ansia
della evangelizzazione. Se lo sviluppo del dono battesimale
dell’amore pone il battezzato al
servizio della felicità degli altri, ciò avviene in modo equilibrato
e ordinato. Al paralitico calato dal tetto Gesù
prima
perdona i peccati e
poi
restituisce la salute fisica. Vi è dunque un ordine di procedimento
nel ricercare la felicità del prossimo. Il primo pensiero deve perciò
andare all’annuncio del Vangelo, primissima ed essenziale carità.
La responsabilità dei credenti nei confronti del mondo è infatti proprio
questa: fare uscire Cristo
dalla Chiesa verso il mondo. La massima felicità dell’uomo
è infatti quella di conoscere Dio.
Ritrovare se stessi nel quadro della
paternità di Dio è l’esperienza più radicale e più profonda di guarigione.
Per questo, Gesù collega all’annuncio del Vangelo anche il ministero
di guarigione. Naturalmente, l’evangelizzazione non si fa con le parole,
ma con la propria vita trasformata. Da qui la necessità che il cristianesimo
sia “un cammino” e non “un posteggio”. Solo chi cammina, cambia, si
trasforma, e diventa credibile davanti alla Chiesa e davanti al mondo. |
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