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L’evidenza della Presenza di Dio nel creato

A proposito della fede, dicevamo che essa non è mai totalmente invisibile, e che si può facilmente individuare attraverso i suoi effetti, di solito inconfondibili. La persona che vive di fede è notevolmente diversa da chi vive solo sulla logica naturale. Oltre ai due fenomeni già detti (rapporto nutritivo con la Parola e vita poggiata sulla roccia), se ne possono conoscere altri.Il creato, osservato con gli occhi della fede, è una di quelle cose che escono dal loro mutismo. All’uomo naturale non dice nulla. Al massimo dice i processi fisico-chimici che sottende. Chi fa un’autentica esperienza di fede vede invece nella natura “le perfezioni invisibili di Dio” (cfr Rm 1,20).

L’evidenza dell’intervento di Dio nella propria vita

La natura non è però l’unica realtà che comincia a parlare all’uomo capace di conversione. Anche la personale esperienza umana diviene eloquente. La propria vita, nel cammino di fede, non è più una sequenza di fatti bruti, e di circostanze senza senso. Improvvisamente si scorge una mano che dispone anche i più piccoli eventi della giornata e una infinita paternità che guida i nostri passi. E’ esattamente questa la scoperta di Giobbe, dopo il suo lungo soffrire (cfr Gb 42,5). Analogamente anche la vita sociale e mondiale diventa come un testo bisognoso di essere decifrato, mediante la lettura dei segni dei tempi.

La partecipazione viva alla vita e alla liturgia della Chiesa

La conseguenza più evidente e più pratica di questo processo di illuminazione interiore è un modo nuovo di vivere nella comunità cristiana. La vita ecclesiale e il servizio dei ministeri diventa una esigenza d’amore e non più un obbligo della legge. Chi vive così è molto avanti nella vita cristiana.

La fede come fondamento della speranza

Le tre virtù teologali sono strettamente congiunte e inseparabili. Ciascuna ha però una sua specificità. Il rapporto tra la fede e la speranza va inteso nei termini della base rispetto a un edificio. Lo si vede chiaramente in Eb 11,1: “La fede è fondamento delle cose che si sperano”. Ne consegue che nessuno può sperare niente se sconosce i contenuti veri della fede. Se la vita interiore del credente è vuota di contenuti, la sua fede è molto fragile; e se la fede è fragile, la speranza manca di una base sicura su cui edificarsi. In questa condizione è impossibile qualunque cammino di fede. La speranza è infatti la virtù che muove il battezzato verso il futuro; è insomma la virtù della speranza che produce quel movimento che siamo soliti chiamare “cammino di fede”.

Gli obiettivi della speranza secondo le Scritture

Abbiamo detto che la speranza teologale è la virtù che mette in moto la persona credente. Perciò va affermato che la presenza e l’opera della speranza nella singola persona si distinguono dal fatto che la persona è in continuo movimento; ovviamente non ci riferiamo al moto locale o alle agitazioni quotidiane. Ci riferiamo al fatto che la persona messa in moto dalla virtù della speranza, sente cambiare in sé qualcosa, ogni giorno. In questi casi la confessione sacramentale diventa una tappa del cammino e non l’occasione per confessare “i soliti” peccati.

La speranza nell’AT

La rivelazione biblica si arricchisce gradualmente di tutti gli elementi che costituiscono la speranza teologale. Il primo barlume della speranza biblica si ha in epoca patriarcale (secc. XIX-XV a. C.), quando le aspettative di Abramo e della sua stirpe si concentrano sulla Terra Promessa. Poi, al tempo della monarchia (secc. X-VI a. C.), si coagulano intorno all’attesa del Messia, percepito come un re saggio di stirpe davidica. Dopo l’esilio (secc. VI-I a. C.), la speranza biblica comincia a definire la destinazione dell’uomo nell’aldilà, mentre l’attesa del Messia viene interpretata dagli apocalittici nei termini di un personaggio celeste, mediatore della nuova creazione.

La speranza nel NT

Il NT opera sulla speranza dell’AT un trasferimento: la Terra Promessa diventa una meta esterna alla natura e al mondo; Eb 13,14: “Non abbiamo quaggiù una dimora definitiva, ma siamo in cerca di quella futura”. L’Apostolo Paolo è poi esplicito nel dire che se Cristo è un punto di riferimento solo per le cose di questa vita, allora siamo da compiangere (cfr 2 Cor 15,19). Piuttosto, oggetto della nostra speranza di cristiani è l’opera della nuova creazione che Dio ha iniziato in noi, nel momento in cui ci ha dato il suo Spirito. Lo Spirito Santo ci trasfigura lentamente, comunicandoci la gloria del Signore (cfr 2 Cor 3,18). La vita cristiana è infatti una vita trasfigurata, ossia una vita “nello Spirito”. E questo è solo l’inizio. Tutto il resto lo attendiamo con fiducia, perché “chi ha promesso è fedele” (Eb 10,23). In cosa poi esattamente consista “tutto il resto” sarà oggetto di un altro ciclo di catechesi dedicate all’escatologia biblica. Ci riserviamo di parlarne dettagliatamente in quella sede.

Il fraintendimento della speranza

Fin dal tempo di Paolo, la speranza cristiana è stata spesso soggetta a fraintendimenti. Si vede chiaramente da 2 Ts 3,11ss, dove l’Apostolo deve richiamare all’impegno quotidiano quei cristiani che pensavano all’attesa del ritorno del Signore come a un pretesto per scaricarsi di dosso la responsabilità dell’aldiqua. Al contrario, la speranza teologale rende più seria l’attività umana sulla terra. Infatti, la dignità umana diventa altissima solo se letta nella chiave della speranza teologale. Perciò non diminuisce l’importanza degli impegni terreni, ma li rafforza su nuove motivazioni.

L’amore come virtù teologale

Anche l’amore teologale (come tutte quelle idee sul cristianesimo prodotte dai pregiudizi), nel pensiero del battezzato medio, è spesso frainteso. Comunemente, la parola “carità” si associa  all’idea di assistenzialismo. In altre parole, si assimila la carità cristiana all’impegno verso i bisognosi. Alla luce della Parola di Dio, questa associazione si rivela errata. La carità teologale non è un’opera in favore dei poveri.

Alle sorgenti dell’amore (1 Gv 4,7-21)

L’Apostolo Giovanni ci dice con chiarezza in cosa consiste la carità: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi” (1 Gv 4,10). Ciò significa che per intendere la carità teologale non bisogna pensare tanto all’amore che dona, quanto all’amore che riceve. La carità teologale consiste infatti non nell’amare, ma nell’essere amati. Più precisamente, l’amore teologale comincia quando abbiamo sperimentato e sentito che Dio ci sta amando. In sostanza, la carità teologale ha la sua sorgente nel percepire di essere amati da Dio.Di conseguenza, la nostra capacità di amare non deriva dalla decisione di amare gli altri, ma dalla gioia di sentirsi amati da Dio. Questa è la condizione basilare perché l’amore non si arrenda dinanzi all’ingratitudine o dinanzi a qualunque mancanza di amabilità. Chi percepisce di essere amato da Dio, si sente già pieno di questo amore, e non ha bisogno di raccogliere consensi intorno a sé per sentirsi bene con se stesso.Da queste premesse, dobbiamo concludere: l’amore teologale è innanzitutto un amore che riguarda Dio; vale a dire: la carita’à teologale è l’amore col quale Dio ama la singola persona.

 Solo chi si sente amato può amare

Ancora nel quarto capitolo della sua prima lettera, l’Apostolo trae una ulteriore importante conseguenza: il fatto che taluni hanno l’impressione di non essere capaci di amare, o pensano di avere una limitata capacità di accettazione del prossimo, dipende semplicemente da questa causa: sono deboli nell’amare perché non hanno ancora capito quanto sono amati. Si esprime così infatti al v. 19: “Noi amiamo, perché Egli ci ha amati per primo”. Insomma, vuol dire che solo se mi sento amato, posso avere la sicurezza sufficiente per correre il rischio dell’amore. Di fatti, proprio così si esprime il v. 18: “Nell’amore non c’è timore, al contrario, l’amore perfetto scaccia il timore”.

Chi ama Dio e odia suo fratello è un mentitore (1 Gv 4,20)Alla fine del capitolo, l’Apostolo Giovanni approda all’unificazione dei due amori: da un lato ci si sente amati da Dio e si diventa così capaci di amare il prossimo; dall’altro l’amore del prossimo è inseparabile dall’amare Dio. Anzi, è la prova dell’avere conosciuto Dio la capacità di parlare cinque minuti con una persona senza ferirla. Quale poi sia l’equilibrio tra questi due amori, Giovanni non ne parla. Ne parla il Vangelo, come vedremo.

I volti della carità teologale

Il NT è abbastanza esplicito circa le manifestazioni della carità, come lo è per quelle della fede. Nell’insegnamento di Gesù, come nel suo modo di essere uomo, si possono facilmente delineare tutte le sfaccettature di uno stile di vita che caratterizza il cittadino di un altro regno.

L’equilibrio dell’amore

La carità teologale produce un primo e basilare effetto nella vita del battezzato che può chiamarsi riequilibramento della capacità di amare. E’ quello che Gesù lascia intendere al dottore della Legge che lo interrogava sul comandamento più importante (cfr Mt 22, 34ss). Nel momento in cui Dio è amato più di tutto, gli altri amori assumono la loro vera posizione. Il che significa imparare ad amare ciascuna realtà nel suo ordine, senza che il proprio cane sia amato più di una persona umana e senza che una qualsiasi creatura sia amata più di Dio. Questo amore equilibrato Gesù lo chiede esplicitamente a Pietro, quando gli affida la comunità cristiana (cfr Gv 21,15).

Il superamento dell’esclusivismo

L’esclusivismo è una caratteristica normale dell’amore umano, ma esce fuori dal quadro della nuova creazione. L’insegnamento di Cristo indica chiaramente al discepolo la meta di un amore capace di superare ogni genere di confine. Per questa ragione, al dottore della Legge che lo interrogava sul senso della parola “prossimo” (cfr Lc 10,25ss), Gesù presenta due figure che fanno saltare tutte le categorie giudaiche: un uomo, di cui non si sa la provenienza né la nazionalità (v. 30) e un samaritano (v. 33), detestato dai Giudei. Il superamento dell’esclusivismo culmina poi nella disposizione di benevolenza verso i propri nemici (cfr Lc 6,27ss), cosa che rappresenta il tratto peculiare e irripetibile dell’amore teologale.

Il superamento della strumentalizzazione

Un’altra manifestazione dell’amore umano, bisognoso di essere illuminato dalla Grazia, è la tendenza, non sempre consapevole, a strumentalizzare il prossimo, ossia ad amare gli altri a motivo di se stessi e non a motivo della loro autentica felicità. Cristo ha corretto questa tendenza molto umana mediante l’icona del Maestro che lava i piedi ai suoi discepoli: “Se io, Maestro e Signore, ho lavato i vostri piedi…” (Gv 13,3ss). Il Maestro non usa gli altri per ottenere benefici per sé, ma vive in funzione della felicità degli altri. L’amore teologale è insomma un esodo da se stessi senza ritorno. Chi vive perché gli altri siano felici non ha più la voglia di interrogarsi circa i propri bisogni personali. Questa maniera di amare riempie così tanto la propria interiorità che a un certo momento sembra meschino fermarsi a pensare a se stessi e ai propri eventuali bisogni. Il Cristo storico ha amato così e ha esplicitamente chiesto ai suoi discepoli di fare altrettanto: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri come Io vi ho amato” (Gv 13,34).

La cessazione delle aspettative

Gesù disapprova i Farisei in molti aspetti del loro operato. Tra tutte le altre cose, Egli li rimprovera di avere troppe aspettative: fanno l’elemosina, e si aspettano la lode degli uomini (cfr Mt 6,2), pregano in modo da essere visti (v. 5), digiunano facendo in modo che gli altri se ne accorgano (v. 16), vanno in piazza e si aspettano di essere salutati (Mt 23,7), vanno al Tempio e si aspettano la benedizione di Dio sulle loro opere di giustizia (cfr Lc 18,9-14).

A questo stile di vita privo di vera libertà, perché condizionato dalle risposte del prossimo, Cristo contrappone uno stile di vita fondato sulla gratuità: “Se amate quelli che vi amano, che merito ne avete?” (Mt 5,46). In questo modo la persona si libera da ogni attesa di ritorno, e se ha qualcosa da fare, la fa perché ci crede, o perché vale la pena di farla, o perché dà gloria a Dio. Questo modo di amare è inoltre il sigillo della figliolanza: “… perché siate figli del Padre celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (v. 45).

La carità teologale, sorgente dell’evangelizzazione

Il frutto più bello dell’amore teologale, e del modo di amare secondo la nuova creazione, è l’ansia della evangelizzazione. Se lo sviluppo del dono battesimale dell’amore pone il battezzato al servizio della felicità degli altri, ciò avviene in modo equilibrato e ordinato. Al paralitico calato dal tetto Gesù prima perdona i peccati e poi restituisce la salute fisica. Vi è dunque un ordine di procedimento nel ricercare la felicità del prossimo. Il primo pensiero deve perciò andare all’annuncio del Vangelo, primissima ed essenziale carità. La responsabilità dei credenti nei confronti del mondo è infatti proprio questa: fare uscire Cristo dalla Chiesa verso il mondo. La massima felicità dell’uomo è infatti quella di conoscere Dio. Ritrovare se stessi nel quadro della paternità di Dio è l’esperienza più radicale e più profonda di guarigione. Per questo, Gesù collega all’annuncio del Vangelo anche il ministero di guarigione. Naturalmente, l’evangelizzazione non si fa con le parole, ma con la propria vita trasformata. Da qui la necessità che il cristianesimo sia “un cammino” e non “un posteggio”. Solo chi cammina, cambia, si trasforma, e diventa credibile davanti alla Chiesa e davanti al mondo.

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