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All’inizio
del vangelo c’è un prologo (1,1-18) che non ha niente a che vedere con quello di Luca,
perché Giovanni non è un ricercatore sulle fonti, ma è un testimone
oculare. Il suo prologo non intende esprimere le motivazioni per le
quali ha scritto il vangelo, e neanche il metodo che ha seguito per
scriverlo, ma prende le mosse dalla preesistenza di Cristo presso il
Padre. Giovanni è l’unico evangelista che si chiede chi fosse Gesù prima
di nascere, e la sua risposta è questa: Cristo prima di nascere è il
Verbo del Padre, è il Logos eterno, è la ragione immanente, è il mediatore
assoluto della creazione, è la Parola onnipotente che sostiene tutte
le cose nell’esistenza, ed è anche la Parola che esprime nel linguaggio
umano la verità di Dio e la verità dell’uomo. All’interno della trinità
c’è un movimento del Verbo verso Dio e verso il mondo; quando il testo
greco dice che il Verbo era presso Dio, la nostra traduzione italiana
ci porta a pensare che il Verbo sia collocato staticamente presso Dio,
mentre l’espressione greca invece è più pregnante e non è di facile
traduzione: o logos en pros ton
theon, significa che il Verbo si muove verso Dio. Cristo è dunque
perennemente rivolto verso il Padre in una consegna senza riserve di
Se Stesso al Padre, ma c’è anche un movimento del Logos verso la creazione.
Questa Parola che si muove contemporaneamente verso il Padre e verso
il mondo, crea e redime; in modo particolare si fa carne. La Parola
venuta nel mondo viene però rifiutata: la presenza personale di Dio
nel modo provoca quindi una concentrazione della potenza delle tenebre
che gli si oppone con tutti i mezzi e lo butta fuori dal mondo non appena
in Cristo gli viene a tiro. Dopo questo prologo, che presenta una teologia
profonda di stampo dualista, il IV vangelo si compone di due parti.
La prima parte (1,19-2,50),
include tutto il ministero pubblico di Gesù che va dalle nozze di Cana
fino al suo ingresso in Gerusalemme. Questa sezione del vangelo di Giovanni
si chiama comunemente “libro dei segni”, perché i miracoli che Cristo
va compiendo durante il suo ministero pubblico sono sempre definiti
“segni” e sempre attribuiti al Padre; naturalmente solo i discepoli
li conoscono come tali. Tutti possono vedere i segni compiuti da Cristo,
ma solo i discepoli li interpretano come manifestazioni terrestri della
gloria di Dio. Giovanni enumera sette segni che costellano il ministero
pubblico di Gesù: la guarigione del figlio del funzionario (4,43ss),
la guarigione del paralitico (5,1ss), la moltiplicazione dei pani (6,1ss),
Gesù che cammina sulle acque (6,16ss), la guarigione del cieco nato
(9,1ss), la risurrezione di Lazzaro (11,1ss), a cui si aggiunge il primo
di tutti: le nozze di Cana. Gesù compie attraverso i suoi segni (sette)
una pienezza di rivelazione della gloria; l’ultimo segno che tutti vedono,
la risurrezione di Lazzaro, scatena l’ultimo e definitivo attacco delle
potenze delle tenebre alleate con le istituzioni del potere umano: decidono
di uccidere anche Lazzaro perché è una prova vivente della divina autorità
di Cristo. Dalle nozze di Cana fino alla resurrezione di Lazzaro, Gesù
compie quindi una pienezza di segni messianici, ossia una manifestazione
del Padre destinata agli uomini a cui non manca nulla, e porta così
la verità di Dio a una totale rivelazione.
La seconda parte si
apre col capitolo 13: l’Ultima Cena, dove per Giovanni hanno grande
rilievo gli ultimi discorsi di Gesù, cui Giuda non assiste; dopo la
predizione del tradimento (13,21-30) egli esce dal cenacolo inoltrandosi
nel buio della notte. Giuda esce dalla luce del cenacolo ed entra nelle
tenebre della notte, che sono il simbolo cosmico dell’oscurità spirituale
in cui lui definitivamente entra da quel momento in poi. Gli ultimi
discorsi di Gesù sono anche delle profezie sul futuro della Chiesa,
e contengono la grande promessa del Paraclito che accompagnerà la comunità
cristiana per tutto il tempo del suo cammino storico, fino alla fine
dei secoli, illuminandola sulla verità di Cristo e sostenendola nelle
persecuzioni (14,15-16,15).Infine,
il capitolo 17 è dedicato all’ultima grande preghiera di Gesù al Padre,
una preghiera di intercessione nella quale Egli chiede che siano custoditi
i discepoli tra i pericoli del mondo, e sia conservata l’unità della
Chiesa. La Passione, la Morte e la Risurrezione sono poi raccontate
nei capitoli 18-20. Il capitolo 21 è un’appendice
che narra l’apparizione del Risorto sulle rive del lago di Tiberiade,
insieme alla predizione dei destini sia di Pietro sia del “discepolo
che Gesù amava”.
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