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La
prima linea teologica da mettere in evidenza è la realtà della Chiesa.
Anche se nel quarto vangelo la parola greca ecclesia
(Chiesa) è assente, come pure la definizione Regno
di Dio (ad eccezione di 3,3.5), il concetto di Chiesa è molto presente
allo sguardo dell’evangelista. Giovanni vive in una fase in cui la prima
generazione cristiana ha già maturato il suo cammino ecclesiale, e per
questo, probabilmente, l’evangelista non ha sentito il bisogno di darne
una definizione, così come del resto non ha sentito il bisogno di narrare
l’istituzione dell’Eucaristia, perché ciò era già un dato scontato alla
fine del primo secolo. A proposito della Chiesa, Giovanni presenta una
teologia che non possiamo passare sotto silenzio: la vita cristiana
è un cammino comunitario ma, contemporaneamente e inscindibilmente,
è un legame personale con il Maestro,
è un legame d’amore. Per questo Giovanni, in 21,15, sottolinea che Pietro
è stato scelto per divenire Pastore universale non in virtù di qualche
sua particolare grandezza o virtù personale, ma in virtù di un amore
più grande verso il Maestro; colui che è chiamato a diventare Pastore
universale come requisito fondamentale ha, o deve avere, un amore senza
limiti verso il proprio Maestro: “Simone di
Giovanni mi ami tu più di costoro?”.
Quindi, per l’apostolo Giovanni, la Chiesa si costruisce soprattutto
su questa relazione personale d’amore, come pure l’autorità pastorale
ha da poggiare sullo stesso presupposto; a Pietro non viene richiesto
altro che questo, e così il suo carisma di confermare la fede dei fratelli,
e di guidare la Chiesa sparsa nel mondo, pastori e gregge, deve poggiare
su un amore che unisce Pietro al suo Maestro più profondamente di tutti
gli altri. Quando l’autorità è maggiore, deve essere maggiore in proporzione
anche l’amore. In questa stessa linea ci spieghiamo anche l’immagine
riportata dalla pericope 15,1-9 della vite e dei tralci. Non possiamo
far nulla senza di Lui: nella vita cristiana e nella vita della Chiesa,
per Giovanni, è l’unione personale con Cristo, mistica, se così vogliamo
dire, ciò che garantisce l’autenticità cristiana e la fecondità apostolica.
In virtù di che cosa un apostolo può far nascere la Chiesa? In virtù
della sua unione personale con Cristo, che dà autenticità e fecondità
all’apostolato.Un
secondo elemento da sottolineare a proposito del concetto giovanneo
di Chiesa, è il rapporto difficile con il mondo. Fin dal prologo, Giovanni
tratteggia un quadro di conflitto tra la luce del Logos che discende
nel mondo, e si fa uomo, e le tenebre che sono nel mondo; il mondo giovanneo
non ha amore per Lui, non ha spazio, non ha apertura, non ha ascolto
e lo perseguita fino alla morte. Anche il futuro della Chiesa, negli
ultimi discorsi di Gesù durante l’ultima cena, è un futuro contrassegnato
dalla persecuzione del potere di questo mondo; l’ultima frase che Gesù
pronuncia nell’ultimo discorso, prima di uscire dal cenacolo per recarsi
alla preghiera notturna prima dell’arresto, è questa: “Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia Io ho
vinto il mondo!” (Gv 16,33).
Dopo aver detto ciò, Gesù si inoltra nella solitudine del Getsemani
e innalza al Padre la sua ultima preghiera - che Giovanni riporta per
intero al capitolo 17 - dove intercede per la Chiesa.Per
Giovanni la comunità cristiana è la replica visibile del mistero trinitario,
Dio non è visibile, ma il mistero dell’unità e della trinità divina
si rende presente, e in qualche modo visibile, nel mistero della Chiesa.
La comunità cristiana, nella sua unità di amore fraterno, replica questa
unità divina indivisibile e sostanziale della Trinità: “Come tu, Padre, sei in me e io
in te, siano anch’essi in noi una cosa sola”
(Gv 17,21). In altre parole, per Giovanni la grande rivelazione di Dio
nel mondo è proprio la comunità cristiana che vive l’unità della comunione
d’amore nella diversità dei doni dello Spirito, dei caratteri e delle
vocazioni. Quindi il concetto di Chiesa in Giovanni non coglie soltanto
l’aspetto storico e terreno della Chiesa, ma si tratta di una teologia
che risale fino alle profondità della Trinità. Così come la cristologia,
nella visione di Giovanni parte dalla Trinità, anche la conoscenza della
Chiesa parte dalla Trinità; e come Cristo visibilmente replica il Padre:
“Chi
vede me vede il Padre”, anche
la Chiesa replica la Trinità; parafrasando la frase di Gesù si potrebbe
dire: “Chi vede la Chiesa vede la Trinità, vede Dio”.Un
brano particolarmente importante della narrazione giovannea è la pericope
20,21-23; Giovanni in questo capitolo racconta un’esperienza di Pentecoste;
possiamo dire che il NT presenti due racconti di Pentecoste, quello
di Luca, quando la Chiesa radunata nel Cenacolo di Gerusalemme sperimenta
anche sensibilmente un vento che si abbatte gagliardo, un fuoco che
si divide e si distribuisce con la sua potenza carismatica su ciascuno
dei Dodici; e quello di Giovanni strettamente legato al Crocifisso.
Nel momento in cui Gesù, innalzato sulla croce, effonde lo Spirito,
(cfr 19,30) allora nasce la Chiesa; l’ultimo respiro di Cristo è la
Pentecoste della Chiesa: l’effusione dello Spirito coincide con la distruzione
del suo corpo umano. Il Cristo risorto che si presenta nel Cenacolo
a porte chiuse, il primo giorno dopo il sabato, effonde poi lo Spirito
sui Dodici, alita su di loro per indicare sensibilmente la Pentecoste,
ma comunica loro lo Spirito ad un particolare titolo, ossia il potere
sacramentale di rimettere i peccati. Il respiro di Cristo fa respirare
la Chiesa, lo Spirito Santo che procede da Lui costituisce l’anima della
Chiesa.
Il capitolo
21 completa il quadro ecclesiologico della Chiesa giovannea, che giunta
alla sua fase di maturazione, riceve il mandato missionario in concomitanza
col primato di Pietro, che deve essere un primato d’amore e non di autorità
in senso umano: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?”
(Gv 21,15). Giovanni presenta l’evangelizzazione come un’opera umana
e divina; durante la notte i dodici non hanno pescato niente e quell’uomo,
all’inizio sconosciuto, che compare in piedi sulla riva del lago di
Tiberiade indica dove pescare. Dopo che hanno pescato, al loro ritorno
verso la riva, scoprono che quell’uomo, che riconoscono come il loro
Maestro, ha preparato già del pesce sulla brace e chiede loro di aggiungervi
anche del pesce pescato da loro. L’evangelizzazione, e quindi la nascita
della Chiesa, si presenta così come un’opera umana e divina: Cristo
chiede esplicitamente anche il contributo della fatica umana, rappresentato
qui dal pesce pescato dai suoi discepoli, a cui Egli aggiunge il proprio.
Così si completa l’ecclesiologia giovannea.Un
altro tema che dobbiamo aggiungere è
l’esodo. Tale tema teologico attraversa il vangelo di Giovanni in
diversi punti: all’inizio si dice che il Logos, la Parola preesistente
ha posto la sua tenda in mezzo a noi, la tradizione italiana della CEI
dice: “Il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi”
ma il termine greco “eskenosen”
dice qualcosa di diverso: non si tratta di un “abitare” ma più precisamente
di un “piantare la tenda”. Questo ci ricorda in modo diretto e inequivocabile
il cammino del popolo d’Israele nel deserto, in cui Dio dopo la rivelazione
sinaitica, accompagna il suo popolo dalle falde del Sinai fino all’ingresso
nella Terra Promessa, sotto una tenda che Mosè costruisce appositamente
e che si chiama la tenda del convegno, dove lui si raccoglie in preghiera
tutte le volte che la comunità d’Israele attraversa momenti difficili,
e tutte le volte esce da quella tenda con una soluzione, con una pista
di soluzione da indicare ad Israele. Quindi Dio, in qualche modo, condivide
l’esperienza nomadica del suo popolo per tutto il cammino nel deserto,
dimorando anche Lui sotto una tenda; così anche il prologo di Giovanni
riprende questo tema della tenda, del camminare di Dio col suo popolo
sotto una tenda, e applica al Logos preesistente quello che il racconto
del cammino nel deserto applica al Dio del Sinai. La differenza è che
gloria di Dio adesso abita corporalmente nella persona di Cristo. Giovanni,
accanto al tema della tenda mette anche il tema del tempio, e quindi
sintetizza nella persona di Gesù tutta la storia d’Israele dalla sua
fase nomadica, prevista nel versetto 14 del prologo: “Piantò la sua tenda in mezzo a noi”,
alla fase sedentaria prefigurata nell’episodio dei venditori scacciati
dal tempio, dove il tempio è oramai Lui stesso. Il Logos preesistente
viene ad abitare e a costituire Egli stesso un tempio; le due grandi
fasi della storia d’Israele, quella nomadica e quella sedentaria, vengono
sintetizzate nell’Incarnazione. Ma il tema dell’esodo ritorna a più
riprese soprattutto nella seconda parte del vangelo di Giovanni, in
cui Cristo è l’agnello a cui non viene spezzato alcun osso; Egli è Colui
che vive personalmente in stato di perenne esodo: uscito dal Padre è
venuto nel mondo, poi lascia il mondo per ritornare al Padre.
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