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Il
discepolato è per Marco un tema di notevole importanza, è l’ingresso
in una dimensione superiore che è quella del Regno, la cui porta è la
parola della croce. Questa è l’unica via per entrare nel Regno e rappresenta
una creazione nuova in cui si stabiliscono nuovi rapporti, nuove relazioni,
nuove speranze. E’ una creazione che Dio compie con l’intento di rinnovare
quella precedente; però, non nel senso di limitarsi a restaurare i tratti
della bellezza deturpata dal peccato, ma nel senso di condurre la creazione
al di là dei suoi vecchi confini, raggiungendo traguardi impensabili
prima. I discepoli hanno, nell’impianto narrativo di Marco, un ruolo
fondamentale: sono
i primi destinatari della parola di Gesù. A loro, Cristo, spiega
il significato intimo dei simboli utilizzati nelle parabole, come pure
certi concetti così nuovi che sarebbero difficoltosi a comprendersi
anche per un uomo istruito come poteva essere un rabbino. Proprio questa
categoria è quella che maggiormente offende Cristo, poiché non lo comprende
nel suo tentativo di recuperare il senso genuino delle Scritture; ciò
si vede facilmente nel dialogo notturno con Nicodemo, il quale, sul
mistero della nascita dall’alto, non riesce a comprendere ciò che Cristo
dice poiché è chiuso nelle sue prospettive teologiche, ed è incapace
di lasciare tutte le certezze precedenti per muoversi verso una verità
superiore. Gesù gli dice: ”Tu
sei maestro in Israele e non sai queste cose?” (Gv 3,10); il rimprovero
di Cristo si fonda sul fatto che Nicodemo è un Rabbì, e quindi un uomo
in possesso di una cultura biblica sufficiente per capire il mistero
del Regno, e tuttavia non è disposto a compiere quella conversione di
pensiero e quel superamento delle tradizioni umane che ciò richiederebbe.E’
chiaro che i discepoli sono i primi destinatari non solo della sua parola
ma anche dello svelamento dei significati nascosti di questa parola
(cfr. 4,10), la quale arriva a tutti senza però essere compresa fino
in fondo dalle folle; ma in privato Gesù spiegava tutto ai suoi discepoli.I
discepoli sono anche chiamati a vivere con
Lui. Marco sottolinea questo “vivere con Lui” come primo obiettivo
del discepolato. Infatti, quando narra l’elezione dei dodici, dice che
Gesù salì sul monte, “chiamo a
sé quelli che egli volle … ne costituì dodici perché stessero con Lui
e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare
i demoni” (3,14). Quindi, la missione non è il primo obiettivo del
discepolato, ma lo è una vita di intima comunione col Maestro. Ai discepoli,
inoltre, è affidato il mistero del Regno, sebbene essi avranno bisogno
del dono di Pentecoste per capirlo fino alle sue conseguenze estreme.Ciò
su cui Marco misura l’autenticità del discepolato, è la posizione
che si prende nei confronti del Crocifisso, e nella conseguente rinunzia
alla propria volontà di potenza. Questo è il termine discriminante tra
coloro che hanno la fede e quelli che fanno finta di averla, tra i lupi
che si rivestono da agnelli e dagli agnelli autentici, che sono tali
esteriormente ed interiormente; il Crocifisso è il banco di prova. Sotto
la croce la popolazione di Gerusalemme è divisa in due parti tra chi
arriva alla fede e chi non vi arriva, tra coloro che scherniscono e
attendono un miracolo strepitoso per credere e coloro che, sebbene pagani
come il centurione, fanno una professione di fede nella divinità di
Cristo “Costui veramente era Figlio
di Dio” (15,39). Va notato inoltre che questa professione di fede
conclusiva, la quale riprende quella dell’inizio del vangelo, è basata
non sui miracoli di Gesù, ma sul suo modo di morire.
E ciò rimane certamente il criterio di discernimento più importante
anche per l’autenticità della santità cristiana, che non va misurata
sui carismi o sulle grandi realizzazioni, ma “sul modo di morire”, cioè
sul mistero della croce personalmente accolto e vissuto.Il Crocifisso
è dunque il termine di discernimento tra i veri discepoli e tra coloro
che assumono sia il cristianesimo che il discepolato come un abito esteriore.Dal
punto di vista di Marco, cosa permette all’uomo di passare dal buio
dell’incredulità alla luce del discepolato? Marco dà una risposta molto
chiara: è la grazia di Dio che libera l’uomo dalla cecità, che permette
di vedere lo splendore del vangelo, ed è il collirio che ci guarisce
gli occhi. Il testo sottolinea più volte il primato di Cristo: è Lui
che prende l’iniziativa di chiamare i discepoli, nessuno di loro si
autocandida; è Lui che dopo la Risurrezione li perdona del loro fallimento,
li riunisce come Pastore dalla loro dispersione e li precede in Galilea
per inviarli ad annunciare la buona novella in tutto il mondo.
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