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 Il messaggio morale del vangelo di Marco, nella sua essenza, coincide con il messaggio degli altri vangeli sinottici. La sorgente dell’etica cristiana è nel primo annuncio che Gesù dà manifestandosi, dopo il battesimo, come Messia inviato ad Israele, ed è il messaggio della conversione. Nel vangelo di Marco questo annuncio si trova in 1,14-15: “Dopo che Giovanni fu arrestato Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino convertitevi e credete al vangelo”. La conversione è l’esigenza più radicale, perché dispone ad accogliere il vangelo come parola di verità; in assenza di questo atteggiamento interiore il vangelo diventa un libro come un altro e la predicazione della Parola è una informazione come un’altra. La disposizione che Gesù chiede all’inizio del suo ministero, immediatamente dopo il battesimo e prima ancora di dire quale sarà il contenuto tematico del vangelo, è la conversione. Il miracolo successivo, come segno della salvezza che si realizza, dipende unicamente da questo: solo se vi è questa disposizione interiore, si potrà avere la guarigione del cuore e l’apertura degli occhi sulla gloria di Dio. Il tema della conversione viene ripreso, infatti, poco dopo sotto un altro aspetto, ossia la possibilità di sperimentare la potenza del Messia come energia di salvezza. Nel vangelo di Marco è chiaro che Gesù non opera i miracoli per suscitare la fede; anzi, la fede è richiesta prima ancora di operare le guarigioni o le liberazioni; non c’è prima il miracolo e poi la richiesta della fede, ma la sequenza contraria.

Secondo Marco, Cristo non compie i miracoli per suscitare la fede: il miracolo non è uno strumento per meravigliare e piegare l’intelligenza umana dinanzi allo straordinario. Il Cristo del vangelo di Marco è assolutamente schivo da ogni posa istrionica, anzi nel momento in cui Egli opera una guarigione, o un esorcismo, specialmente nei primi otto capitoli, impone severamente il silenzio sulla sua identità.La fede, per Marco, è dunque la condizione basilare perché il Messia possa compiere la sua opera di salvezza. E’ emblematico sotto questo aspetto il capitolo sesto: “Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti… ma Gesù disse loro: un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua. E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità”. Questa incredulità di coloro che ritenevano di conoscerlo troppo bene, gli impedisce di compiere guarigioni e di manifestare la sua potenza di liberazione, se non in pochi casi. Il tema della fede in rapporto all’esperienza di salvezza è prioritario; vale a dire: prima c’è la fede e successivamente c’è l’esperienza della salvezza. Questa sequenza vale anche per Matteo e per Luca. Nel vangelo di Giovanni ci troveremo invece davanti a una prospettiva diversa, una diversa possibilità di rapporto tra la fede e la conoscenza della gloria di Dio: a Cana Cristo “Manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in Lui” (Gv2,11). Attraverso il segno, compiuto dinanzi agli occhi del discepolo, si manifesta la gloria di Dio; quindi per Giovanni prima c’è la manifestazione della gloria e poi l’atto di fede. Svilupperemo a suo luogo questa prospettiva. In Marco, e nei sinottici, comunque, prima c’è la fede e poi l’esperienza della salvezza, che si realizza termini di liberazione e di guarigione interiore e fisica.C’è ancora un’altra pista nel messaggio morale del vangelo di Marco ed è il primato dell’uomo sulla legge. E’ cruciale nel cristianesimo capire questo: il primato di Dio non è mai contro il primato dell’uomo e la legge di Dio, quando viene applicata ai casi concreti, non può mai distruggere gli equilibri della persona né calpestare la sua dignità. Dal punto di vista dell’insegnamento del Cristo storico, il primato di Dio non è mai separabile dal primato dell’uomo. Nel secondo capitolo c’è un disputa che colpisce al cuore questo problema: Cristo rifiuta l’idea di una applicazione meccanica della legge, e non soltanto della legge umana, ma perfino del Decalogo donato a Mosè sul Sinai. Il comandamento del riposo sabbatico era considerato intangibile da tutti i rabbini dell’epoca sua e nostra; ma Cristo afferma che l’applicazione meccanica del comandamento del riposo sabbatico in certi casi diventa un idolo che snatura lo spirito del Decaloco, anche se apparentemente lo osserva. Quello che Cristo rimprovera ai farisei e agli scribi, è di aver assolutizzato la legge di Mosè, avendola trasformata quasi in una divinità minore, con l’osservarla in maniera cieca, indipendentemente dal fatto che la sua applicazione in singoli casi giovi alla persona umana o la danneggi. Questo diventa ancora più chiaro nel vangelo di Matteo, dove al capitolo ventitreesimo Gesù rivolge un discorso durissimo nei confronti dei dottori della legge che  impongono sulle spalle della gente dei pesi insopportabili (v. 4). Il peso insopportabile è proprio le legge osservata in maniera tecnica e letterale senza tener conto delle situazioni diverse in cui va applicata adeguatamente e senza mai nuocere al maggior bene della persona. E’ chiaro che per il vangelo di Marco, come pure per Matteo e Luca, il sabato non è una divinità minore; l’applicazione adeguata della legge, e gli equilibri del primato dell’uomo, valgono sempre anche quando la legge è di istituzione divina. Ogni legge santissima, nel momento in cui viene applicata, deve rispettare la motivazione profonda per cui Dio l’ha data: ossia, il maggior bene della persona umana. Se invece la sua applicazione nuoce gravemente alla persona è segno che la legge non è stata compresa o che non deve essere applicata così. Il discernimento spirituale indicherà al cristiano le vie migliori; la sapienza cristiana consiste infatti nello stabilire il modo in cui un principio santissimo si deve applicare a questa particolare senza che la persona ne riceva nocumento. Gesù compie una polemica forte nei confronti delle tradizioni umane che si formano nel tempo, che si stratificano e soffocano la genuinità della volontà di Dio espressa nella legge morale, che così rischia di diventare una divinità minore. Tutto ciò è chiaro nel rimprovero che Gesù rivolge ai farisei a proposito dell’istituto del korban : “Voi invece dicendo: se uno dichiara al padre o alla madre è korban, cioè offerta sacra, quello che ti sarebbe dovuto da me, non gli permettete più di fare nulla per il padre e la madre, annullando così la Parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi, di cose simili ne fate molte” (Mc 7,11-13). La Parola di Dio, ossia l’intenzione di Dio, viene annullata con la tradizione umana che diviene una divinità minore, un imperativo assoluto posto sopra la persona e non al suo servizio; Cristo compie un’opera di depurazione di questi strati di umana tradizione, di questi detriti che si sono accavallati nel tempo, e che hanno fatto smarrire il senso genuino della volontà di Dio espresso nei comandamenti.Una terza pista che possiamo intravedere nel vangelo di Marco, è rappresentata dalla logica dell’incarnazione che permea l’intera vita di Gesù, costituendo una via opposta a quella separatista dei farisei (cfr. 2,15ss). Attraverso la condivisione della mensa, Cristo ammette alla comunione con sé i diseredati e gli esclusi; si tratta di una via certamente scandalosa, ma anche qui si nota la grande libertà interiore del Cristo storico, che è libero ma è anche fedele alla legge del Sinai, fedele cioè allo spirito della legge al di sopra della materialità della lettera, e quindi osservante e trasgressore nello stesso tempo, senza andare mai contro le esigenze più genuine della volontà di Dio. La logica dell’incarnazione sta quindi alla base non soltanto della sua nascita umana, ma è anche il denominatore di tutti i suoi rapporti interpersonali, specialmente con gli emarginati che vengono ammessi alla comunione con Lui.Un’altra pista è rappresentata dal richiamo al cuore dell’uomo. Cristo pone nel cuore umano la sorgente della moralità. Nessuna azione può essere valutata per se stessa ma deve essere esaminata alla luce dei contenuti del cuore, perché anche un cane S. Bernardo è capace di salvare la vita di uno sciatore in pericolo, senza che questo rappresenti per niente un gesto moralmente eroico. Ma perché questo atto eroico del cane S. Bernardo non attira l’attenzione della Chiesa? Cosa gli manca? Evidentemente gli mancano i contenuti del cuore, perché questa azione eroica del cane non è il risultato di una scelta libera, ma è un atto condizionato e meccanico; in sostanza, è un’azione che non ha un’anima e quindi non può neppure avere un valore agli occhi di Dio. Però, anche l’azione umana certe volte sembra un riflesso condizionato e non ha un’anima se i contenuti del cuore non ci sono; anche la liturgia, le preghiere prescritte, e perfino la celebrazione eucaristica, potrebbero essere compiute senza un’anima e quindi espressioni puramente meccaniche di qualcosa che “si deve fare”. Cristo, nel vangelo di Matteo, rimprovera i farisei di pregare stando ritti nelle piazze per essere visti dalla gente; ovviamente questo è un esempio chiaro di una preghiera senza anima (Mt 6,5). Il cuore umano è quindi la sorgente da cui possiamo valutare l’effettivo significato delle azioni umane. Avviene così che un’azione piccola, che sfugge agli occhi di tutti, ma che ha un contenuto del cuore come quello che poteva essere l’obolo della vedova è grande agli occhi di Dio (Mc 12,41-44). Come premessa a questo insegnamento nel capitolo sette si legge: “Chiamata di nuovo la folla diceva loro: ascoltate tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dall’uomo che, entrando in lui possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo” (Mt 7,14-16). Se sfugge questo il nostro cristianesimo è un apparato gigantesco e senza anima; i contenuti del cuore condannano un’azione santissima e santificano un’azione che apparentemente santa non è. Le forze che agiscono sull’uomo, e determinano il valore delle opere, provengono da dentro e non da fuori. L’ultimo tema morale da considerare, l’abbiamo già osservato a proposito del discepolato: la theologia crucis.Marco ha una conoscenza del mistero di Cristo incentrata fondamentalmente sul mistero della croce. Abbiamo già visto come Cristo nasconde la sua identità anche ai suoi discepoli nei primi otto capitoli, e attrae la loro attenzione sulla sua persona e sulla sua identità quando pone la domanda: “Chi dite voi che io sia?” (Mc 8,27). Per la prima volta l’attenzione si sposta dal Regno di Dio sul mistero della sua persona, e la sua identità diventa comprensibile solo alla luce dell’annuncio della propria morte: “E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, e essere riprovato dagli anziani dai sommi sacerdoti e dagli scribi poi venire ucciso e, dopo tre giorni risuscitare” (Mc 9,31ss). La base di questa theologia crucis non è da ricercare nella morte fisica o in qualche forma di mortificazione della natura umana; va invece intesa come una rinuncia alla propria volontà di potenza rappresentata anche dall’immagine del bambino a cui il Regno di Dio è promesso infallibilmente e senza alcuna riserva. Il bambino è il prototipo del cittadino del Regno ed è al tempo stesso il prototipo di colui che entra nella teologia della croce, perché non ha una volontà di potenza da esprimere in un’autonomia di comando o in una qualche forma di gloria personale. Gesù indirizza i suoi discepoli verso una logica contraria a quella del potere, anzi in 10,44, dopo aver parlato dei grandi di questo mondo che esercitano il potere sulle nazioni e si fanno chiamare benefattori, Gesù aggiunge: “Tra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore e chi vuole il primo tra voi sarà il servo di tutti”. Il che significa che il ripudio della volontà di potenza all’interno della comunità dei discepoli di Cristo non solo è una opzione radicale ma è anche la condizione necessaria per entrare nel Regno; diversamente si costruisce un regno personale, poiché se il trono non è edificato sulla mansuetudine, come dice Isaia (16,5), è edificato certamente sull’orgoglio.

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