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La
teologia di Marco presenta un Messia sofferente, ma nello stesso tempo
viene affermato il mistero della sua natura divina; il titolo cristologico
più usato da Marco è infatti “Figlio di Dio”. Questo termine è utilizzato
in tre punti nevralgici del vangelo: all’inizio (1,1), a metà (9,7)
- quando Gesù comincia a spostare l’attenzione dei discepoli sulla sua
identità di Messia crocifisso - e alla fine (15,39), quando il centurione
romano, vedendolo morire in quel modo, dice: “Veramente
quest’uomo era figlio di Dio!”.E’
molto chiaro anche quest’aspetto: da un lato vi è il Messia sofferente
che in un primo momento lascia nell’ombra la sua vera identità, e solo
gradualmente la svela, e non a tutti ma ai Dodici; dall’altro lato,
sta l’affermazione della sua divinità, significativamente all’inizio,
a metà e alla fine del vangelo. In 12,6 si aggiunge anche l’aggettivo
agapetos, “diletto”; il Figlio
diletto è anche l’ultimo messaggero, l’ultima possibilità per gli uomini
di entrare nel Regno ed è anche un termine di contraddizione poiché
la sua umanità crocifissa è un termine di confronto liberante ma anche
di inciampo. Il suo mistero di Figlio è incomprensibile senza la rivelazione
della parola della croce: il Messia-Figlio è anche il Messia sofferente.
Colui che è il Figlio di Dio è anche rivelatore della verità del Padre
e quindi la sua parola è infallibilmente vera, degna di essere ascoltata
senza riserve.Il
vangelo di Marco pur nella sua brevità possiede una cristologia abbastanza
approfondita; l’origine divina e il rapporto filiale di Cristo nei confronti
del Padre è molto chiaro per l’evangelista. L’unica cosa che manca è
l’aspetto della preesistenza; ossia, Marco non dà nessuna risposta al
possibile interrogativo su dove si trovava Cristo prima di nascere.
Questo interrogativo invece sarà posto da Giovanni che apre infatti
il suo vangelo con uno squarcio sull’eternità. Marco non è ancora arrivato
a questa profondità teologica, però, relativamente al Cristo storico,
egli afferma senza riserve la sua natura divina.L’essere Figlio infinitamente amato, per
Cristo si traduce in un rapporto con Dio che non ha nella tradizione
ebraica alcun precedente. Nella coscienza del Cristo storico c’è una
chiara percezione del suo rapporto unico con Dio. Il vangelo non riporta
le parole di Cristo come Lui le ha pronunciate: ovviamente le riporta
in greco, mentre Lui le ha pronunciate in aramaico; ma anche quelle
parole che il vangelo riporta, non le riporta come Cristo esattamente
le ha dette; di solito è riportato il concetto, il nucleo dell’insegnamento
che l’evangelista ha espresso così come ha potuto. Ci sono, però, pochissimi
casi in cui il vangelo riporta proprio le parole uscite direttamente
dalle labbra di Cristo e sono quelle parole che la tradizione cristiana
ha conservato in aramaico e non ha tradotto; una di queste è Abbà.
Nella parola Abbà, riportata
anche dalla tradizione paolina, (cfr. Rm 8,15) si concentra tutta la
coscienza del Cristo storico di essere in un rapporto di profondissima
intimità con Dio. Questa parola è presa dal linguaggio dell’infanzia,
e non è utilizzata dagli adulti ma dai bambini quando si rivolgono al
loro papà. La divina figliolanza di Cristo, inoltre, si manifesta in
altri aspetti molto concreti, come ad esempio nella potenza di guarigione
che esce da Lui; e se “esce” da Lui, non viene da fuori ma ha in Lui
la sua sorgente come testimonianza della sua natura divina (cfr. 5,30).
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