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"C
r i s t o M a e s t r o"... i l S i t o |
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Questa
seconda età ha inizio quando, almeno nel suo nucleo portante, si verifichi
il fenomeno della condivisione
dei doni di Dio, superando paure, timidezze e ogni tendenza
al quieto vivere. L’apostolo Paolo parla ampiamente di questa seconda
fase della crescita della comunità cristiana, e al suo insegnamento
ci riferiremo tra poco. Intanto cerchiamo di capire in maniera descrittiva
di che si tratta. Possiamo dire che in questa seconda fase la comunità
cristiana somiglia a un adolescente, mentre nella prima somigliava a
un lattante. Il lattante è concentrato su se stesso e incapace di aprirsi
alla relazionalità, e in lui prevale di fatto l’atteggiamento passivo,
l’adolescente invece è proiettato verso il “tu” e verso il “noi”. L’adolescente
avverte come una necessità del suo spirito il confronto con gli altri,
la condivisione di idee, progetti e sogni che frullano nella sua mente;
in sostanza, l’adolescente sente che andrebbe incontro ad un grave impoverimento
se sottraesse il suo mondo interiore a uno scambio fecondo con quello
dei suoi coetanei. Uscendo dalla metafora: la comunità cristiana che
si trova nella seconda età è caratterizzata da una testimonianza ad
intra. Vale a dire: ciascuno
è testimone di Cristo dinanzi a tutti gli altri membri della comunità.
Nella prima età, quella dell’allattamento, era solo il pastore che si
assumeva il ministero di testimone di Cristo presso la comunità, ma
nella seconda, quando i singoli membri sono cresciuti nella dottrina
e nell’esperienza della fede, allora ciascuno sente di dovere mettere
a disposizione di tutti gli altri il proprio dono di grazia. E’ proprio
questo il senso più profondo della ministerialità della Chiesa. Svolgere
un ministero non significa soltanto organizzare la catechesi, leggere
le letture durante la Messa, fare del volontariato… e tutti quei battezzati
che non svolgono nessun ministero pratico sono tagliati fuori dalla
ministerialità? Ovviamente no! Allora è il concetto di ministerialità
che va corretto: svolgere un
ministero significa non negare agli altri membri della comunità le ricchezze
di sapienza e di esperienza che Dio ti ha generosamente riversato dentro.
La manifestazione di questa preziosa ministerialità si ha in
due contesti comunitari ben precisi:
la condivisione dopo l’annuncio nelle giornate di spiritualità
e la preghiera vocale
nell’adorazione e nella Lectio Divina.
La
condivisione nelle giornate di spiritualità Il momento della condivisione in un ritiro non è una semplice “informazione” che serve a far sapere agli altri su cosa ho meditato durante il giorno. La condivisione è un momento di crescita della comunità. Intendiamo dire che “né chi pianta né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere” (1 Cor 3,7). E’ dunque Dio che fa crescere la comunità. E la fa crescere mediante la convergenza di diversi canali: il primo canale è l’annuncio del pastore, gli altri canali sono i singoli membri della comunità. Essi ricevono da Dio, nella meditazione personale, il frammento di un grande mosaico, che diviene chiaro e completo solo se ciascuno di essi mette il suo frammento ben visibile accanto a quello degli altri. La condivisione, da questo punto di vista, è la scoperta del mosaico che Dio sta disegnando con noi; ma questo disegno non potrà divenire chiaro in tutte le sue parti se alcuni membri non svelano la loro parte di tessere, o per paura o per timidezza o chissà per che altro. In ogni caso bisogna sapere questo: la comunità non cresce solo per l’annuncio del pastore, ma cresce anche mediante la condivisione del dono di grazia che ciascuno riceve da Dio. Su questo punto l’Apostolo Paolo è chiaro: “A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune” (1 Cor 12,7). In questa breve frase sono contenute due grandi verità: nessuno è privo di un suo dono di grazia (almeno dopo un certo cammino); questo dono di grazia è di tutti, anche se è personalmente dato a uno solo. In sostanza, quello che Dio dona a un suo figlio, non è patrimonio esclusivo della sua persona, ma è ricchezza della Chiesa. Non è lecito tenere per sé quel dono che Dio ha fatto a tutti mediante uno.
Ulteriore
precisazione: se nella condivisione nessuno è forzato a parlare
e nessuno deve sentirsene obbligato, ciò va compreso nella giusta luce.
E’ naturale che uno non è obbligato a parlare se non ha potuto fare
silenzio, se non ha meditato, se Dio non gli ha dato in quel ritiro
un particolare insegnamento o se l’insegnamento di quel giorno è troppo
personale per essere detto a tutti. In questi casi uno non è obbligato
a parlare, appunto perché non
ha niente da dire. Ma se uno, durante la sua meditazione, ha ricevuto
dallo Spirito un insegnamento sapienziale e non lo mette in comune,
a disposizione dei suoi fratelli perché se ne nutrano, sappia che in
tal modo priva la comunità intera di una ricchezza che egli non può
e non deve considerare come un patrimonio esclusivo. Questo è esattamente
ciò che si intende quando si dice “comunione dei santi”. In Paradiso
la ricchezza spirituale di un santo è contemporaneamente ricchezza di
tutti. Anche nella Chiesa terrestre deve considerarsi vigente la stessa
legge: l’insegnamento sapienziale
e il carisma che Dio dona a uno, sono di tutti.
La preghiera comunitaria
La preghiera comune (lode, adorazione,
Lectio…) è il secondo ambito in cui Dio fa crescere la comunità cristiana.
Anche qui occorre fare alcune precisazioni. Intanto il concetto di “preghiera
comunitaria” differisce da quello di “preghiera privata”. La preghiera
privata è quella che si fa nel segreto della propria camera, mentre
la preghiera comunitaria è pubblica. In entrambi i casi la preghiera
parte dal cuore, ma ha manifestazioni diverse: la preghiera privata
è mentale, la preghiera comunitaria è vocale.Qual
è l’importanza della preghiera vocale? E’ maggiore di quanto non sembri
a prima vista. La preghiera vocale è tale che la singola voce fa pregare
tutta l’assemblea. Un esempio semplice è quello della Messa: se il celebrante
dice “Il Signore sia con voi” subito l’assemblea risponde “e con il
tuo spirito”. Se invece il celebrante pensasse quelle parole senza pronunciarle
ad alta voce, davanti a Dio pregherebbe, ma impedirebbe la preghiera
dell’assemblea, perché nessuno potrebbe rispondergli. Oppure, a un prete
si chiede di fare un esorcismo, e lui, dopo il segno della croce, si
siede e comincia a pregare per conto suo, mentalmente. Certo, per Dio
ha pregato, ma l’esorcismo non si fa così, perché non è una preghiera
privata, come non lo è la preghiera di guarigione e quella di liberazione
e quella di intercessione. Così nel raduno di preghiera se uno prega
a voce alta, provoca l’adesione dell’animo degli altri; quindi prega
uno, ma è l’assemblea che prega. Se nessuno prega
a voce alta, tutti pregano nel loro intimo, e in questo caso
non è la comunità che prega, sebbene tutti pregano. Nella preghiera
comunitaria di intercessione, in modo specifico, non si può applicare
il criterio della preghiera privata. Dio si attende che per un fratello
in difficoltà preghi la comunità,
non tante isole che pregano nel loro intimo.Inoltre,
Cristo si attende anche una confessione aperta della sua signoria e
non solo nel segreto del cuore (cfr. Mt 10,32). |
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