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Il
discepolato missionario nell’AT
La
prima e più fondamentale caratteristica del discepolato che nella sua
maturità si muta in slancio missionario, è che l’uomo
non inventa nulla. L’autore principale rimane Dio, così come è Dio
che decide chi mandare per dare un messaggio, chi devono essere i destinatari,
quando, per quanto tempo, in quale territorio. Tutto ciò rimane valido,
come vedremo, anche per i discepoli di Cristo, inviati nel mondo a rendergli
testimonianza.Riprendiamo
a grandi linee alcune idee già sviluppate in alcuni ritiri passati:
Mosè non ha inventato la propria missione in favore di Israele, anzi
ha fallito gravemente quando si è atteggiato a liberatore seguendo l’impulso
della sua buona volontà (cfr. Es 2,11-15). Ciò significa che non possiamo
pretendere di avere Dio dalla nostra parte, quando ci lanciamo in iniziative
buone e difficili, ma che Dio non ci ha chiesto; solo in questo senso
possiamo comprendere il detto di Isaia: “Guai
a voi, figli ribelli – oracolo del Signore – che fate progetti da me
non suggeriti, vi legate con alleanze che io non ho ispirate”
(Is 30,1). Lanciandosi in aiuto degli israeliti oppressi, Mosè ha fatto
senz’altro qualcosa non solo buona, ma anche corrispondente a quello
che sarebbe stato il progetto di Dio; il suo errore è stato però quello
di pensare che se una cosa è buona, allora deve essere fatta, dimenticando
che solo Dio può stabilire i tempi e i momenti giusti per ogni opera
sotto il sole (cfr. Qo 3,1). In sostanza, il bene che compiamo può essere
efficace e valido agli occhi di Dio solo se è Lui che ci chiede di compierlo,
nel giorno e nell’ora da Lui giudicati opportuni. Qualunque autonomia
umana è destinata al fallimento, come il Maestro ci ha insegnato durante
i discorsi dell’ultima Cena: “Come
il tralcio non può far frutto da se stesso, se non rimane nella vite,
così anche voi se non rimanete in Me… perché senza di Me non potete
far nulla”
(Gv 15,4-5). E’ dunque nulla tutto ciò che è fatto senza di Lui, ossia
per iniziativa autonoma e personale dell’uomo che non si è confrontato,
prima di agire, con gli impulsi della Grazia, e ha fatto tante cose
buone, ma di testa sua. Anche l’Apostolo Paolo ritiene che le nostre
opere buone non sono il risultato di decisioni autonome della persona,
quanto piuttosto risposte esplicite a singole chiamate di Dio: “Creati
in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi
le praticassimo”
(Ef 2,10). Vale a dire: le opere buone compiute in Cristo, ossia quell
valide agli occhi del Padre, non sono altro che le opere da
Lui stesso predisposte in modo tale che noi possiamo compierle.
Tutto il resto è fumo negli occhi. Le nostre opere sono allora un risultato
vocazionale. Se questo è vero per le opere quotidiane, che impegnano
le energie del cristiano, a maggior ragione è vero per l’opera più difficile
e più impegnativa di tutte che è l’evangelizzazione.Tornando
all’AT, l’iniziativa divina risulta ancora più marcata dal fatto che
i personaggi cardine della storia sacra, si dimostrano spesso refrattari
al progetto divino, a volte paurosi e a volte frenati da un senso di
indegnità personale. Essi si trovano, in sostanza, dinanzi a delle prospettive
che non sarebbero mai spontaneamente sorte nella loro mente. Mosè si
ritiene inadatto a portare Israele fuori dall’Egitto (cfr. Es 4,10-17);
Gedeone si sente il più piccolo in Israele (cfr. Gdc 6,14-16); Isaia
si sente impuro (cfr. Is 6,5); Geremia si sente ancora un ragazzo (cfr.
Ger 1,6); Ezechiele rimane a Tel Aviv come stordito per una settimana,
dopo avere contemplato la gloria di Dio (cfr. Ez 3,15). A tutti costoro,
Dio non promette di rimuovere gli ostacoli dal loro cammino, ma promette
di essere infallibilmente accanto a loro nel momento in cui si troveranno
ad affrontarli. Ai profeti in modo particolare, uomini consacrati alla
Parola di Dio, fin dal primo momento della loro vocazione, vengono esortati
a non illudersi: il messaggio
divino, di cui sono portatori, non sarà accolto dai destinatari.
A Isaia Dio dice: “Va’
e riferisci a questo popolo: ascoltate pure, ma senza comprendere, osservate
pure, ma senza conoscere”
(Is 6,9). A Geremia: “Ti
muoveranno guerra, ma non ti vinceranno, perché Io sono con te”
(Ger 2,19). A Ezechiele: “Figlio
dell’uomo, va’, recati dagli Israeliti… Io non ti mando a un popolo
dalla lingua barbara… se a loro ti avessi inviato, ti avrebbero ascoltato;
ma gli Israeliti non vogliono ascoltare te, perché non vogliono ascoltare
Me”
(Ez 3,4-7). Insomma, dinanzi all’annuncio autentico della Parola di
Dio nessuno può più fingere; aldilà degli atti quotidiani di culto -
coi quali esternamente si possono convincere gli altri della nostra
religiosità -, la disposizione di indifferenza e di trascuratezza nei
confronti di Dio che parla nella Chiesa mediante la sua Parola, è il
segno sicuro di un cristianesimo soltanto formale, tanto più inquietante
quanto più è appagato di se stesso. Dinanzi all’Eucaristia solennemente
esposta tutti possono inginocchiarsi, anche coloro che non hanno la
fede; ma davanti alla Parola di Dio, annunciata ogni Domenica (e per
alcuni anche nei giorni feriali), nessuno può fingere di comprenderla
o di gustarla, perché quella Parola, chiara in quanto espressa per noi
in lingua italiana, in realtà non
dice nulla a chi non ha la fede teologale.
L’insegnamento
neotestamentario sul discepolato missionario è ricco e completo; ci
soffermiamo perciò su di esso, che contiene e supera ciò che l’AT dice
sul medesimo argomento.Dobbiamo
naturalmente iniziare dai Vangeli, ossia dall’insegnamento del Cristo
storico. La prima osservazione che ci sembra di dover fare è che la
missione della Chiesa è modellata sulla missione del Figlio: “Come
il Padre ha mandato Me, anch’Io mando voi”
(Gv 20,21). Non esiste missione fuori da questo modello, come non esiste
missione se non è Cristo che manda. L’Apostolo Paolo, nelle sue lettere,
ci tiene a precisare ripetutamente che la sua opera di evangelizzazione
itinerante non è una invenzione personale: “Paolo,
servo di Gesù Cristo, Apostolo per vocazione, prescelto per annunziare
il Vangelo di Dio”
(Rm 1,1); “Paolo,
chiamato ad essere Apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio”
(1 Cor 1,1); “Paolo,
Apostolo non da parte di uomini”
(Gal 1,1); “Non
è infatti per me un vanto predicare il Vangelo; è un dovere per me…
se non lo faccio di mia iniziativa è un incarico che mi è stato affidato”
(1 Cor 9,16-17); “Paolo,
servo di Dio, Apostolo di Gesù Cristo… per far conoscere la verità…
manifestata con la sua Parola mediante la predicazione che è stata a
me affidata per ordine di Dio, nostro salvatore”
(Tt 1,1-3). E le citazioni di questo tenore potrebbero continuare. In
sostanza, Paolo di Tarso non è mai partito di sua iniziativa per annunciare
il Vangelo, ma ha risposto a una esplicita chiamata di Dio. Su Paolo
comunque dovremo ritornare.La
prima tappa di comprensione dell’insegnamento neotestamentario della
missione della Chiesa è costituito senz’altro dalla comprensione della
missione del Figlio. Ci volgiamo per questo innanzitutto al Vangelo
di Giovanni. Qui veniamo a sapere che “Dio
ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito”
(Gv 3,16). La missione del Cristo nel mondo è dunque il risultato dell’iniziativa
del Padre. Il mistero della redenzione si compie in forza del pronunciamento
di un “sì”: il Figlio nell’eternità dice il suo “sì” al Padre, la Vergine
Maria dirà nel tempo il proprio “sì” al messaggero celeste. Anche il
Padre pronuncia il suo “sì” alle proprie promesse di salvezza, e questo
“sì” del Padre è Cristo stesso. L’Apostolo Paolo è ben consapevole del
“sì” pronunciato dal Padre, quando afferma: “E
in realtà tutte le promesse di Dio in Cristo sono divenute sì”
(2 Cor 1,20); si comprende anche che questo “sì” del Padre non differisce
dal “sì” di Cristo, né potrebbe sussistere senza di esso: “Entrando
nel mondo Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un
corpo invece mi hai preparato… allora ho detto: Io vengo per fare la
tua volontà”
(Eb 10,5-7). Dall’altro lato, in maniera analoga, anche il “sì” di Cristo
appare inseparabilmente connesso al “sì” di Maria: “Avvenga
di me quello che hai detto”
(Lc 1,38). Il mistero della redenzione si compie allora nella convergenza
di un “sì” divino e di un “sì” umano. Il “sì” divino è pronunciato dall’eternità
per iniziativa preveniente; il secondo, è pronunciato nel tempo solo
come risposta e mai come iniziativa. La missione della Chiesa va dunque
inquadrata in questo modello.Nel
Vangelo di Giovanni, il Figlio di Dio, divenuto “Messia” mediante la
sua nascita umana che lo congiunge per sempre a questa stirpe, è presentato
sempre come uno che è inviato dal Padre: “Da
Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma Lui mi ha
mandato”
(Gv 8,42); “Anche
il Padre, che mi ha mandato, mi rende testimonianza”
(Gv 8,18); e inoltre Egli non viene nel proprio nome: “Io
sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro
venisse nel proprio nome, lo ricevereste”
(Gv 5,43). In questo Egli è una voce discorde tra le parole del mondo:
il mondo accoglie solo coloro che innalzano se stessi nel proprio nome,
perché nel mondo tutti cercano la gloria gli uni dagli altri (cfr. Gv
5,44). In un simile contesto, cercare la gloria di un Altro e presentarsi
nel suo Nome, equivale a essere degli sconosciuti. Cristo non soltanto
viene nel mondo perché mandato dal Padre, e quindi nel suo Nome e non
nel proprio, ma persino le sua parole e le sue opere sono “del Padre”.La
dottrina che Egli rivela al mondo in qualità di unico Maestro, è presentata
da Cristo stesso come una dottrina insegnata dal Padre: “La
mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato”
(Gv 7,16). “Colui
che mi ha mandato è veritiero, e Io dico al mondo le cose che ho udito
da Lui”
(Gv 8,26). E ancora: “Come
mi ha insegnato il Padre, così Io parlo”
(Gv 8,28); “Io
dico quello che ho visto presso il Padre”
(Gv 8,38). E più esplicitamente prima dell’ultima Pasqua Gesù dice:
“Io
non ho parlato da Me, ma il Padre che mi ha mandato, Egli stesso mi
ha ordinato che cosa devo dire e annunziare… Le cose dunque che Io dico,
le dico come il Padre le ha dette a Me”
(Gv 12,49-50). Questo significa che Cristo, in quanto uomo, vive una
sorta di discepolato nei confronti del Padre, ricevendo da Lui tutti
i contenuti del suo insegnamento. Proprio il suo discepolato nei confronti
del Padre lo costituisce Unico Maestro nei confronti dell’umanità. E’
dunque abilitato ad insegnare, perché ha imparato dal Padre. Tuttavia,
anche i destinatari del suo insegnamento possono essere suoi veri discepoli
nella misura in cui anch’essi hanno imparato da Padre. Vi è questa sola
differenza: Cristo riceve dal Padre i contenuti espliciti del messaggio
che deve comunicare all’umanità; gli uomini, invece, ricevono dal Padre
la capacità di cogliere la verità di questo messaggio per potervi liberamente
aderire. Cristo non lascia dubbi su questo punto: “Anche
il Padre che mi ha mandato ha reso testimonianza di Me. Ma voi non avete
mai udito la sua voce, né avete visto il suo volto, e non avete la sua
parola che dimora in voi, perché non credete in Colui che Egli ha mandato”
(Gv 5,37-38). I Giudei non possono quindi capire la Parola di Cristo,
perché hanno in se stessi la Parola del Padre. Nel contesto prossimo
si capisce che Cristo si sta riferendo alla conoscenza dell’Antico Testamento:
esso è la Parola del Padre che non ha trovato posto in loro (cfr. Gv
5,39-40). L’AT è quindi la prima parola che il Padre ha pronunciato
per mettere gli uomini in grado di capire la sua ultima Parola. La corretta
comprensione delle Scritture è quindi una tappa obbligatoria. Per questo
Gesù aggiunge: “Se
credeste a Mosè, credereste anche a Me”
(Gv 5,46). L’opera del Padre sta alla base dell’incontro salvifico della
persona con Cristo: “Nessuno
può venire a Me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato”
(Gv 6,44).
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