|
"C
r i s t o M a e s t r o"... i l S i t o |
|||
| |
|||
|
|||
| |
|||
|
|||
| |
|
Anzi,
Gesù afferma persino che non esiste discepolato nei suoi confronti,
senza un discepolato nei confronti del Padre: “Chiunque
ha udito il Padre e ha imparato da Lui, viene a Me”
(Gv 6,45). In questo senso, il discepolato nei confronti del Padre ha
la priorità rispetto al discepolato verso il Maestro. Infatti, tutti
gli uomini possono udire nella loro lingua madre l’insegnamento del
Maestro, ma lo comprendono nella sua verità, ed entrano nel vero discepolato,
solo coloro che sono stati raggiunti dal Padre, in qualche modo toccati
nell’intimo da Lui: “Chi
è da Dio, ascolta le parole di Dio: per questo voi non le ascoltate,
perché non siete da Dio”
(Gv 8,47). Dall’altro lato, quando la persona umana viene attirata dal
Padre verso Cristo, allora Cristo la introduce in una intima comunione
personale con il Padre: “Se
conosceste Me, conoscereste anche il Padre mio”
(Gv 8,19).
Quanto
alle opere di Cristo, che Egli compie mediante la sua Umanità, vanno
inquadrate nello stesso schema evangelico del discepolato verso il Padre.
L’opera del Padre e l’opera del Figlio sono sempre simultanee: “Il
Padre mio opera sempre, e anch’Io opero”
(Gv 5,17). Il Figlio, in quanto uomo, fa le stesse cose che fa il Padre:
risuscita i morti e comunica la vita a chi vuole (cfr. 5,21), giudica
tutti (cfr. 5,22), deve ancora compiere opere perfino più grandi (cfr.
5,20). Il Cristo storico, insomma, non ha un progetto di vita personale:
nella sua vita quotidiana compie le opere il Padre gli va mostrando.
Gesù spiega questo concetto ai suoi discepoli nel contesto della guarigione
del cieco nato: “Dobbiamo
compiere le opere di Colui che mi ha mandato finché è giorno”
(Gv 9,4). La guarigione del cieco nato è infatti un opera del Padre
(cfr. 9,3) che il Figlio deve compiere mentre è giorno. Poi viene la
notte e nessuno può più fare niente. Ciò implica che il Figlio, come
uomo, si mantenga costantemente in un atteggiamento di ascolto per cogliere
le opere che il Padre gli chiede di compiere; e mentre il Figlio le
compie, le compie anche il Padre. Il discepolato personale di Cristo
nei confronti del Padre non riguarda soltanto la dottrina da annunciare
in qualità di Maestro, ma anche le opere da compiere in qualità di Liberatore
dell’uomo. Queste opere, indicate al Figlio dal Padre, sono la conferma
divina della verità del suo insegnamento: “Se
non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche
se non volete credere a Me, credete almeno alle opere, perché sappiate
e conosciate che il Padre è in Me e Io nel Padre”
(Gv 10,38).
L’esperienza cristiana non può quindi dirsi piena né matura,
se il rapporto con Dio non è creativo come quello del Cristo storico,
autore e modello assoluto della vita cristiana. Se
si volesse farne un’esposizione ordinata, si potrebbero elencare i seguenti
punti:
1.
L’evangelizzazione non è un’iniziativa umana, né del singolo
né della comunità.
2.
I destinatari, i luoghi e i tempi dell’evangelizzazione sono
indicati da Dio.
3.
L’evangelizzazione autentica è accompagnata e confermata da segni
di salvezza.
4.
I missionari devono osservare un certo tipo di “povertà”.
5.
Devono essere dotati della luce del discernimento, per distinguere
uomo da uomo e situazione da situazione.
6.
Devono sapere affrontare virilmente il sacrificio e la persecuzione,
tuttavia non devono esporsi o andare allo sbaraglio imprudentemente.
Dobbiamo
analizzarle una per una.
Prima
regola:
L’evangelizzazione non è un’iniziativa umana, né del singolo né della
comunità.
E’
ciò che più chiaramente risalta da tutto il NT, ed è anche ciò che più
difficilmente siamo in grado di capire. L’idea più diffusa tra le nostre
comunità e le nostre parrocchie è che siamo
noi a rendere testimonianza a Cristo, siamo
noi a determinare metodi e canali di evangelizzazione, siamo
noi a elaborare i piani pastorali e siamo
ancora noi a suddividere il territorio, a individuare i suoi bisogni,
a stabilire una scala di priorità.
Analizzando
l’esperienza missionaria dei Dodici e quella della prima comunità cristiana,
abbiamo l’impressione che le prospettive dei nostri padri non fossero
queste. Cominciamo dai discorsi del Cristo storico:
“Chiamati
a Sé i Dodici… li inviò dopo averli così istruiti”
(Mt 10,1.5).
“Allora
chiamò i Dodici e incominciò a mandarli”
(Mc 6,7).
“Egli
allora chiamò a Sé i Dodici… e li mandò ad annunziare il Regno di Dio”
(Lc 9,1.2).
L’esperienza
missionaria dei Dodici ha inizio quando Cristo stabilisce che sia il
momento di iniziare. In ogni caso vi è un lasso di tempo tra l’inizio
del discepolato e l’inizio della missione. La missione può iniziare
quando la comunità cristiana ha un congruo equipaggiamento e di dottrina
e di esperienza spirituale. La missione è una vocazione nella vocazione:
per ben tre volte è ripetuto dai Sinottici, nel medesimo contesto, il
verbo “chiamare”; Gesù aveva già “chiamato” i Dodici “al discepolato”,
ma adesso, nel tempo giudicato da Lui opportuno, aggiunge un’ulteriore
vocazione, una vocazione nella vocazione, chiamandoli ad annunciare
il Regno di Dio mediante la parola della predicazione. Essi non hanno
dunque inventato nulla, non hanno preteso alcunché. Cristo li chiama
a Sé e li manda, appunto perché ogni atto del discepolo, ma specialmente
l’evangelizzazione, procede da un incontro profondo con il Maestro.
“Un
angelo del Signore parlò intanto a Filippo: Alzati e va’ verso la strada
che discende da Gerusalemme a Gaza”
(At 8,26). Con queste parole si apre un altro episodio di alto significato
a proposito del metodo di evangelizzazione della prima generazione cristiana.
L’iniziativa è di Dio che illumina la mente di Filippo, comunicandogli
una spinta interiore verso
una direzione ben precisa: la strada tra Gerusalemme e Gaza, e un destinatario
ben preciso: il funzionario etiope seduto sul carro. Filippo non sa
niente di lui e solo quando lo incontra faccia a faccia si rende conto
che quell’uomo è intento a scrutare le Scritture ma non ha la preparazione
sufficiente per intenderle (cfr. 8,30-31). Dio non delude la fatica
di chi si sforza di capire: il funzionario della regina Candace viene
così “chiamato” da Dio ad ascoltare l’annuncio del Vangelo, così come
Filippo è stato “chiamato” ad annunciarlo. Se è una grazia essere chiamati
al ministero della Parola per annunciare la Buona Novella, è una grazia
anche essere chiamati ad ascoltarla. Anzi, si può dire addirittura che
l’evangelizzazione scaturisce
non da una sola vocazione, ma da due vocazioni complementari: la
vocazione di chi è chiamato ad annunciare il Vangelo e la vocazione
di chi è chiamato ad ascoltarlo. |
|
| |
|
| |
|
|
|
| |