|
"C
r i s t o M a e s t r o"... i l S i t o |
|||
| |
|||
|
|||
| |
|||
|
|||
| |
|
Seconda
regola:
I
destinatari, i luoghi e i tempi dell’evangelizzazione sono indicati
da Dio. Un
episodio di alto significato, in questo senso, è la visione di Pietro
a Giaffa (At 10,9-17). Trovandosi sulla terrazza di una casa dove
era stato ospitato, Pietro vede una specie di tovaglia che discende
dal cielo piena di animali che la tradizione ebraica considera immondi.
Una voce lo invita a mangiare, ma Pietro risponde: “No
davvero, Signore, poiché io non ho mai mangiato nulla di profano o
di immondo”
(At 10,14). E la voce a lui: “Ciò
che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano”
(At 10,15). In un primo momento, il significato di tutto questo gli
rimane oscuro, finché non arrivano tre uomini che chiedono di lui
e lo conducono a casa di un pagano, un centurione della coorte Italica
che desidera ascoltare la Parola di Dio. Allora Pietro capisce il
significato della visione: Dio ha purificato col dono dello Spirito
anche i non ebrei e li ha chiamati, al pari dei figli di Abramo, alla
comunione con Sé. Ma quello che qui ci preme sottolineare è ciò che
lo Spirito dice a Pietro: “Ecco,
tre uomini ti cercano; alzati, scendi e va’ con loro senza esitazione,
perché Io li ho mandati”
(At 10,19-20). In questo caso, lo Spirito muove verso l’Apostolo coloro
che Dio ha scelto per essere evangelizzati, come in altri casi muove
l’Apostolo verso di loro. Ma la verità di fondo è sempre il primato
dello Spirito, il quale intende l’evangelizzazione come il frutto
di una duplice e complementare vocazione. Il collegamento tra le due
vocazioni, quella di annunciare il Vangelo e quella di ascoltarlo,
è garantito dall’azione dello Spirito, che si incarica di fare incontrare
chi annuncia e chi ascolta, anche se talvolta non si conoscono né
si sono incontrati prima, né sanno reciprocamente di essere degli
eletti agli occhi di Dio. Un’azione missionaria molto simile a quella
che caratterizza l’esperienza di Pietro a Giaffa è quella di Giovanni
Battista: anche a lui accade che lo Spirito gli mandi i destinatari
dell’annuncio. Il Battista non è un testimone itinerante, se ne rimane
fuori in luoghi deserti, ma dalla sua persona emana una divina attrazione,
per la quale “accorrevano
a lui da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il
Giordano”
(Mt 3,5).
Pietro
è consapevole di avere annunciato il Vangelo non dove voleva lui,
ma dove voleva Dio: “Pietro
si alzò e disse: Fratelli, voi sapete che già da molto tempo Dio ha
fatto una scelta tra voi, perché i pagani ascoltassero per bocca mia
la parola del Vangelo e venissero alla fede”
(At 15,7). Anche l’Apostolo Paolo è perfettamente consapevole, al
pari di Pietro, di non avere in proprio potere la scelta dei luoghi
e delle persone da evangelizzare: “Attraversarono
quindi la Frigia e la regione della Galazia, avendo lo Spirito Santo
vietato loro di predicare la parola nella provincia di Asia… Durante
la notte apparve a Paolo una visione: gli stava davanti un macedone
e lo supplicava: Passa in Macedonia e aiutaci!”
(At 16,6.9). Dopo ciò, Paolo parte per la Macedonia, interpretando
la visione notturna come una indicazione divina per il suo viaggio
missionario. Da un lato lo Spirito impedisce all’Apostolo di andare
a evangelizzare una certa zona, dall’altro gli fa conoscere esplicitamente
dove e a chi indirizzare il suo annuncio di salvezza. Terza
regola: L’evangelizzazione
autentica è accompagnata e confermata da segni di salvezza.
Si
tratta, in sostanza, della cooperazione di due testimoni. Il NT sembra
voler dire che la parola della testimonianza cristiana da
sola non basta a convincere gli uomini. E non è solo un problema
di mentalità ebraica, per la quale la testimonianza è valida solamente
se affermata da due persone. Uno sguardo all'AT
La
questione è soprattutto teologica: nella Bibbia, la testimonianza che
l’uomo rende a Dio è intesa innanzitutto come una testimonianza che
Dio rende a Se Stesso servendosi di un uomo. La conseguenza è che i
testimoni sono necessariamente due: il testimone principale, che è Dio,
e il testimone strumentale, che è l’uomo. Si può scorrere tutto l’AT
per scoprire che le cose stanno così per ogni personaggio scelto da
Dio per una particolare missione: i patriarchi sono accompagnati da
segni divini in tutto il percorso della loro vita. La loro elezione,
insomma, ha il risvolto pratico di diversi interventi straordinari di
Dio nelle circostanze difficili del loro cammino. E ciò non soltanto
in termini di rivelazioni o visioni, ma anche in termini di elevazione
della loro personalità agli occhi dei non ebrei. Così, quando Abramo
passa per il territorio di Gherar, il re Abimelech prende Sara nel suo
harem, ma Dio durante la notte compare ad Abimelech e gli comanda di
restituirla ad Abramo (cfr. Gen 20,7). Giacobbe è accompagnato dalla
benedizione di Dio in modo evidente: quando arriva in casa di Labano
e diventa suo genero, rimanendo a lavorare insieme a lui, i possedimenti
di Labano si moltiplicano a dismisura (cfr. Gen 30,29-30). Nell’epoca
patriarcale, però, l’esempio più eloquente di come Dio renda testimonianza
a Se Stesso, glorificando il suo servo agli occhi degli uomini, è Giuseppe,
figlio di Giacobbe. Egli viene venduto dai suoi fratelli a una carovana
di mercanti che va in Egitto, e in Egitto viene di nuovo venduto da
questi a un uomo ricco. Dio fa prosperare tutte le iniziative di Giuseppe,
e il suo padrone lo mette a capo della sua casa, finché sua moglie,
avendo messo gli occhi su Giuseppe ed essendo stata respinta da lui,
lo accusa e lo fa mettere in prigione (Gen 39). Giuseppe è quindi un
uomo solo, totalmente privo di appoggi umani in terra straniera. Dio
gli comunica così una sapienza superiore che lo porterà davanti al Faraone,
per interpretargli un sogno che lo aveva turbato: il sogno delle sette
vacche e delle sette spighe. Il Faraone rimane impressionato che Giuseppe
sia stato capace di rispondere a un enigma in cui avevano fallito tutti
i maghi di Egitto, e decide che un uomo così illuminato merita di esercitare
il potere su tutta la nazione: “Il
Faraone disse a Giuseppe: Ai tuoi ordini si schiererà tutto il mio popolo;
solo per il trono io sarò più grande di te… Sono il faraone, ma senza
il tuo permesso nessuno potrà alzare la mano o il piede in tutto il
paese d’Egitto”
(Gen 41,40.44). In tal modo Dio rende testimonianza a Se Stesso: dimostra
al faraone e ai maghi di Egitto che il Dio in cui crede Giuseppe è l’unico
vero Dio, il Dio che rivela cose nascoste e inaccessibili alle arti
dell’occulto, e dà il potere e la gloria a chi vuole, avendo in mano
le sorti di tutti. Giuseppe non sarebbe mai stato creduto nella
sua testimonianza al Dio di Israele, e sarebbe rimasto uno schiavo dimenticato
pur dicendo il vero, se Dio non avesse confermato la sua parola mediante
segni di salvezza. Lo stesso è avvenuto per Mosè, costantemente accompagnato
da segni divini che confermavano la sua parola. Anche profeti non scrittori,
come Elia ed Eliseo, vengono fortificati con una testimonianza divina
e la loro parola si dimostra efficace perché non
è sola, ma è accompagnata da un’azione divina che la rende credibile.
Per Elia basta ricordare la dimostrazione pubblica che sclassifica i
profeti di Baal: Elia fa preparare due olocausti ma non fa appiccare
il fuoco: la sua proposta è di invocare le due divinità, Baal e Yahwe,
chiedendo il fuoco. Chi dei due risponderà è il vero Dio, l’altro è
un idolo. Dalla mattina fino a mezzogiorno i profeti di Baal invocarono
il loro Dio, ma nessuno rispose. Allora, il profeta Elia si avvicinò
all’altare e disse: “Signore,
Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, oggi si sappia che tu sei Dio
in Israele e che io sono tuo servo… rispondimi, Signore, e questo popolo
sappia che tu sei il Signore Dio e che converti il loro cuore”
(1 Re 18,36-37). Improvvisamente, divampò il fuoco sull’olocausto, e
tutti cominciarono a gridare: “Yahwe è Dio, Yahwe è Dio”. |
|
| |
|
| |
|
|
|
| |