"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Seconda regola: I destinatari, i luoghi e i tempi dell’evangelizzazione sono indicati da Dio.Entriamo così in merito alla seconda importante direttrice dell’evangelizzazione: Dio non stabilisce solo l’inizio della missione, ma è anche l’autore principale di tutte le sue singole tappe.Fin dal discorso che Gesù rivolge ai suoi discepoli nell’atto di mandarli in missione, è molto chiaro che non è lasciata all’inventiva dei discepoli la scelta dei destinatari: “Non andate tra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa di Israele” (Mt 10,5-6). La chiamata all’evangelizzazione è dunque connessa inscindibilmente a una precisa destinazione stabilita da Dio e non dall’uomo. La prima esperienza missionaria, narrata dagli Atti, conferma in pienezza questa prospettiva evangelica. Non c’è dubbio che gli Apostoli rendevano testimonianza a Cristo innanzitutto laddove si trovavano, cioè a Gerusalemme, ma è pure vero, come adesso vedremo, che talvolta lo Spirito li muove esplicitamente verso determinati luoghi e determinate persone.

Un episodio di alto significato, in questo senso, è la visione di Pietro a Giaffa (At 10,9-17). Trovandosi sulla terrazza di una casa dove era stato ospitato, Pietro vede una specie di tovaglia che discende dal cielo piena di animali che la tradizione ebraica considera immondi. Una voce lo invita a mangiare, ma Pietro risponde: “No davvero, Signore, poiché io non ho mai mangiato nulla di profano o di immondo” (At 10,14). E la voce a lui: “Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano” (At 10,15). In un primo momento, il significato di tutto questo gli rimane oscuro, finché non arrivano tre uomini che chiedono di lui e lo conducono a casa di un pagano, un centurione della coorte Italica che desidera ascoltare la Parola di Dio. Allora Pietro capisce il significato della visione: Dio ha purificato col dono dello Spirito anche i non ebrei e li ha chiamati, al pari dei figli di Abramo, alla comunione con Sé. Ma quello che qui ci preme sottolineare è ciò che lo Spirito dice a Pietro: “Ecco, tre uomini ti cercano; alzati, scendi e va’ con loro senza esitazione, perché Io li ho mandati” (At 10,19-20). In questo caso, lo Spirito muove verso l’Apostolo coloro che Dio ha scelto per essere evangelizzati, come in altri casi muove l’Apostolo verso di loro. Ma la verità di fondo è sempre il primato dello Spirito, il quale intende l’evangelizzazione come il frutto di una duplice e complementare vocazione. Il collegamento tra le due vocazioni, quella di annunciare il Vangelo e quella di ascoltarlo, è garantito dall’azione dello Spirito, che si incarica di fare incontrare chi annuncia e chi ascolta, anche se talvolta non si conoscono né si sono incontrati prima, né sanno reciprocamente di essere degli eletti agli occhi di Dio. Un’azione missionaria molto simile a quella che caratterizza l’esperienza di Pietro a Giaffa è quella di Giovanni Battista: anche a lui accade che lo Spirito gli mandi i destinatari dell’annuncio. Il Battista non è un testimone itinerante, se ne rimane fuori in luoghi deserti, ma dalla sua persona emana una divina attrazione, per la quale “accorrevano a lui da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il Giordano” (Mt 3,5).

Pietro è consapevole di avere annunciato il Vangelo non dove voleva lui, ma dove voleva Dio: “Pietro si alzò e disse: Fratelli, voi sapete che già da molto tempo Dio ha fatto una scelta tra voi, perché i pagani ascoltassero per bocca mia la parola del Vangelo e venissero alla fede” (At 15,7). Anche l’Apostolo Paolo è perfettamente consapevole, al pari di Pietro, di non avere in proprio potere la scelta dei luoghi e delle persone da evangelizzare: “Attraversarono quindi la Frigia e la regione della Galazia, avendo lo Spirito Santo vietato loro di predicare la parola nella provincia di Asia… Durante la notte apparve a Paolo una visione: gli stava davanti un macedone e lo supplicava: Passa in Macedonia e aiutaci!” (At 16,6.9). Dopo ciò, Paolo parte per la Macedonia, interpretando la visione notturna come una indicazione divina per il suo viaggio missionario. Da un lato lo Spirito impedisce all’Apostolo di andare a evangelizzare una certa zona, dall’altro gli fa conoscere esplicitamente dove e a chi indirizzare il suo annuncio di salvezza.Il primato dello Spirito nell’azione missionaria, agisce quindi orientando gli Apostoli ma anche rimuovendo gli ostacoli o ponendoli Egli stesso. Se talvolta è lo Spirito stesso a impedire all’Apostolo l’accesso in un determinato luogo, altre volte, quando lo Spirito vuole che un luogo sia evangelizzato, non esistono più ostacoli capaci di fermare la corsa della Parola di Dio. E’ il caso della prigionia degli Apostoli: essi vengono liberati in modo straordinario, perché possano far risuonare la Parola dove Dio vuole che sia udita. Possiamo ricordare l’episodio in cui gli Apostoli vengono liberati da un angelo con queste parole: “Andate, mettetevi a predicare al popolo nel Tempio tutte queste parole di vita” (At 5,20); oppure quando Pietro viene liberato da un angelo durante la notte (cfr. At 12,1-9), o quando Paolo e Sila vengono liberati dalla prigione da un terremoto che spalanca tutte le porte, mentre essi, verso mezzanotte, cantano inni a Dio (cfr. At 16,25-34). In sostanza, quando lo Spirito vuole che la Parola risuoni in un determinato luogo e sia udita da determinati destinatari, non ci sono ostacoli umani capaci di bloccare gli Apostoli, e chi, con loro, è portatore della testimonianza di Gesù Cristo.Il racconto degli Atti ci fa conoscere che è arrivato anche il tempo, per gli Apostoli, di non essere liberati dalle mani degli uomini e dal potere del principe di questo mondo, e ciò è stato il segno chiaro che la loro missione si era conclusa. Anche per il Cristo storico è avvenuto lo stesso: nessuno ha potuto mettergli le mani addosso durante il suo ministero pubblico, e quando hanno potuto catturarlo, è stato perché la sua missione terrena era finita (cfr. Lc 13,32-33; 22,53; Gv 7,44).Non possiamo sfuggire a questo punto a una domanda: come si fa oggi, nella nostra esperienza di Chiesa, a sapere dove Dio indirizza il nostro apostolato e la nostra azione missionaria?Ci sembra che la risposta debba essere ricavata dal testo degli Atti, dove è stata registrata, all’interno di una lettura teologica della storia, l’esperienza missionaria della prima comunità.Oggi, la minaccia più grande per la pastorale delle nostre comunità è l’autonomia. Ossia, la programmazione pastorale di evangelizzazione e di servizi caritativi, compiuta soltanto nella sede delle riunioni e non anche in quella della preghiera di ascolto. Gli Atti degli Apostoli ci insegnano che le decisioni ecclesiali devono trovarsi nel punto di intersezione di due linee: la preghiera di ascolto (discernimento comunitario) e la discussione programmatica. Se si privilegia la seconda linea a scapito della prima, si va incontro a una pastorale “autonoma”, cioè un’azione pastorale che intende servire il Vangelo, ma senza prima confrontarsi col suo Autore. Il rischio è tanto più grande, quanto più si è convinti di servire Dio, per il fatto di compiere un bene; così facendo, si dimentica che Dio non si serve facendo “il bene”, ma facendo quel bene che Lui chiede a questa chiesa e a questa comunità. Ma quale sia il bene, che Dio sta chiedendo oggi a noi,  si conosce solo mediante il discernimento nello Spirito. Le riunioni programmatiche e organizzative certamente non bastano ad acquisire questa conoscenza.In base a quanto abbiamo osservato nell’analisi condotta fin qui, possiamo dire così: la comunità cristiana descritta dagli Atti è innanzitutto una comunità che vive alla presenza di Dio. E’ una comunità che prega con grande efficacia, e ciò in due sensi: da un lato, nella forza della loro preghiera, Dio interviene in modi diversi per confermare, agli occhi dei loro contemporanei, che la Parola da loro creduta e annunciata è capace di guarire e liberare l’uomo dai suoi mali; dall’altro lato, la loro preghiera ottiene da Dio la luce sapienziale per risolvere le problematiche, che sorgono in seno a una comunità in espansione, e per orientare l’azione missionaria.

Terza regola: L’evangelizzazione autentica è accompagnata e confermata da segni di salvezza.

Si tratta, in sostanza, della cooperazione di due testimoni. Il NT sembra voler dire che la parola della testimonianza cristiana da sola non basta a convincere gli uomini. E non è solo un problema di mentalità ebraica, per la quale la testimonianza è valida solamente se affermata da due persone.

Uno sguardo all'AT        

La questione è soprattutto teologica: nella Bibbia, la testimonianza che l’uomo rende a Dio è intesa innanzitutto come una testimonianza che Dio rende a Se Stesso servendosi di un uomo. La conseguenza è che i testimoni sono necessariamente due: il testimone principale, che è Dio, e il testimone strumentale, che è l’uomo. Si può scorrere tutto l’AT per scoprire che le cose stanno così per ogni personaggio scelto da Dio per una particolare missione: i patriarchi sono accompagnati da segni divini in tutto il percorso della loro vita. La loro elezione, insomma, ha il risvolto pratico di diversi interventi straordinari di Dio nelle circostanze difficili del loro cammino. E ciò non soltanto in termini di rivelazioni o visioni, ma anche in termini di elevazione della loro personalità agli occhi dei non ebrei. Così, quando Abramo passa per il territorio di Gherar, il re Abimelech prende Sara nel suo harem, ma Dio durante la notte compare ad Abimelech e gli comanda di restituirla ad Abramo (cfr. Gen 20,7). Giacobbe è accompagnato dalla benedizione di Dio in modo evidente: quando arriva in casa di Labano e diventa suo genero, rimanendo a lavorare insieme a lui, i possedimenti di Labano si moltiplicano a dismisura (cfr. Gen 30,29-30). Nell’epoca patriarcale, però, l’esempio più eloquente di come Dio renda testimonianza a Se Stesso, glorificando il suo servo agli occhi degli uomini, è Giuseppe, figlio di Giacobbe. Egli viene venduto dai suoi fratelli a una carovana di mercanti che va in Egitto, e in Egitto viene di nuovo venduto da questi a un uomo ricco. Dio fa prosperare tutte le iniziative di Giuseppe, e il suo padrone lo mette a capo della sua casa, finché sua moglie, avendo messo gli occhi su Giuseppe ed essendo stata respinta da lui, lo accusa e lo fa mettere in prigione (Gen 39). Giuseppe è quindi un uomo solo, totalmente privo di appoggi umani in terra straniera. Dio gli comunica così una sapienza superiore che lo porterà davanti al Faraone, per interpretargli un sogno che lo aveva turbato: il sogno delle sette vacche e delle sette spighe. Il Faraone rimane impressionato che Giuseppe sia stato capace di rispondere a un enigma in cui avevano fallito tutti i maghi di Egitto, e decide che un uomo così illuminato merita di esercitare il potere su tutta la nazione: “Il Faraone disse a Giuseppe: Ai tuoi ordini si schiererà tutto il mio popolo; solo per il trono io sarò più grande di te… Sono il faraone, ma senza il tuo permesso nessuno potrà alzare la mano o il piede in tutto il paese d’Egitto” (Gen 41,40.44). In tal modo Dio rende testimonianza a Se Stesso: dimostra al faraone e ai maghi di Egitto che il Dio in cui crede Giuseppe è l’unico vero Dio, il Dio che rivela cose nascoste e inaccessibili alle arti dell’occulto, e dà il potere e la gloria a chi vuole, avendo in mano le sorti di tutti. Giuseppe non sarebbe mai stato creduto nella sua testimonianza al Dio di Israele, e sarebbe rimasto uno schiavo dimenticato pur dicendo il vero, se Dio non avesse confermato la sua parola mediante segni di salvezza. Lo stesso è avvenuto per Mosè, costantemente accompagnato da segni divini che confermavano la sua parola. Anche profeti non scrittori, come Elia ed Eliseo, vengono fortificati con una testimonianza divina e la loro parola si dimostra efficace perché non è sola, ma è accompagnata da un’azione divina che la rende credibile. Per Elia basta ricordare la dimostrazione pubblica che sclassifica i profeti di Baal: Elia fa preparare due olocausti ma non fa appiccare il fuoco: la sua proposta è di invocare le due divinità, Baal e Yahwe, chiedendo il fuoco. Chi dei due risponderà è il vero Dio, l’altro è un idolo. Dalla mattina fino a mezzogiorno i profeti di Baal invocarono il loro Dio, ma nessuno rispose. Allora, il profeta Elia si avvicinò all’altare e disse: “Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo… rispondimi, Signore, e questo popolo sappia che tu sei il Signore Dio e che converti il loro cuore” (1 Re 18,36-37). Improvvisamente, divampò il fuoco sull’olocausto, e tutti cominciarono a gridare: “Yahwe è Dio, Yahwe è Dio”.

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