"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Torniamo al NT. Anche Gesù si muove sulla stessa linea dell’AT, ritenendo che la parola del suo Apostolo, da sola, non basta. I Sinottici sono unanimi nel dire che Gesù, durante il suo ministero pubblico, quando inviò i discepoli in missione, per renderli idonei non si limitò a indicare cosa dire, ma comunicò loro dei doni particolari a conferma della verità della loro parola: “Chiamati a Sé i Dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e di infermità” (Mt 10,1). “Allora chiamò i Dodici e incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi” (Mc 6,7). “Egli allora chiamò a sé i Dodici e diede loro potere e autorità di tutti i demoni e di curare le malattie” (Lc 9,1). Questi doni di ordine carismatico, Gesù non li aveva dati nell’atto di costituire i Dodici come un gruppo a sé; dopo avere pregato una notte intera, Gesù elesse il gruppo apostolico, ma non comunicò, in quel momento, alcun carisma. Invece, nello stesso tempo in cui li manda a esercitare il ministero della parola, conferisce la capacità di operare dei “segni” a conferma dell’annunzio. Questo significa che Cristo ritiene inefficace la parola dell’Apostolo, quando essa non sia divinamente confermata, e quando la testimonianza dell’uomo non sia accompagnata dalla testimonianza di Dio. Ci sembra di dovere interpretare nella medesima linea la finale di Marco: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano” (Mc 16,20). Il libro degli Atti non è che un grande commento narrativo a questo versetto.Analizzando attentamente il Vangelo di Giovanni, si scopre che Cristo, nel suo ministero pubblico, si pone nella stessa maniera, e con la stessa logica, dinanzi alla testimonianza che sulla terra Egli rende al Padre. Il Cristo giovanneo ritiene indubbiamente che la sua testimonianza sia valida perché Egli è testimone oculare di ciò che dice (cfr. Gv 3,11), ma ritiene che sia credibile perché convalidata dai segni operati dal Padre. Gesù lo dice in modo inequivocabile ai Giudei: “Se fossi Io a rendere testimonianza a Me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera; ma c’è un Altro che mi rende testimonianza, e so che la testimonianza che Egli mi rende è verace” (Gv 5,31-32). E ancora: “Se Io glorificassi Me stesso, la mia gloria non sarebbe nulla; chi mi glorifica è il Padre mio” (Gv 8,54).

Il Cristo storico, nel suo ministero di testimone, non si aspetta di essere creduto sulla base della sola sua parola; al contrario, la sua credibilità poggia su un secondo testimone, che è il Padre. Nel discorso di Pietro dopo Pentecoste, viene chiaramente in luce proprio questa medesima prospettiva: “Gesù di Nazaret, uomo accreditato da Dio presso di voi, per mezzo di miracoli, prodigi e segni che Dio stesso operò…” (At 2,22). La colpevolezza dei Giudei allora non consiste nell’avere rifiutato di prestare fede alla parola di Cristo, ma nel non avere riconosciuto la conferma del secondo testimone, che accreditava divinamente il primo. Gesù infatti dice ai Giudei: “Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non volete credere a Me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in Me e Io nel Padre” (Gv 10,37-38). Ancora una volta, l’idea di fondo è che la credibilità del suo annuncio è determinata dalla testimonianza del Padre; per questo chi non l’accoglie, è colpevole, in quanto tratta Dio come un mentitore. Nella prima epistola di Giovanni il medesimo concetto è espresso così: “Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è maggiore; e la testimonianza di Dio è quella che ha dato al suo Figlio… Chi non crede a Dio, fa di Lui un bugiardo” (1 Gv 5,9-10). In sostanza, chi accetta la testimonianza di un uomo nelle cose umane, e poi rifiuta la testimonianza che il discepolo rende a Cristo nelle opere di Dio – testimonianza convalidata dal Padre – ha stravolto l’ordine dei valori.Trasferendo il discorso da Cristo ai cristiani, la posizione degli elementi è la medesima: come la parola di Cristo è credibile perché confermata dal Padre, così la parola dei cristiani, nell’azione missionaria, è credibile perché confermata dai segni operati dal Risorto.Si tratta quindi di vedere più da vicino quali sono esattamente i segni che accompagnano l’evangelizzazione, per confermarla e accreditarla divinamente. Ne consegue che, il rifiuto della conferma divina, da cui è accompagnata la predicazione del Vangelo, è il vero peccato del mondo.Gli Atti degli Apostoli sottolineano a più riprese che l’annuncio del Vangelo è credibile quando è accompagnato da “segni”: “Prodigi e segni avvenivano per opera degli Apostoli” (At 2,43); “Parlavano fiduciosi nel Signore, che rendeva testimonianza alla predicazione della sua grazia, e concedeva che per mano loro si operassero segni e prodigi” (At 14,3).

Il NT ha parecchi testi in cui si parla di questi “segni” che confermano la verità divina del Vangelo - il cui contenuto non è accettabile dalla logica umana - e che accreditano divinamente i ministri della Parola. Cercheremo di esaminarne i più importanti.Come testo di partenza ci sembra di poter assumere Mc 16,17: “E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno”.

Se mettiamo questo testo accanto a quello dei Sinottici, già citato, in cui Gesù manda i Dodici in missione dopo aver dato loro un potere carismatico, ci accorgiamo che il ventaglio dei “segni” si è notevolmente ampliato. Ai Dodici era stato concesso di sostenere l’annuncio del Regno con due ordini di segnali: la guarigione fisica e la liberazione dal dominio del Maligno. Nel testo di Marco 16, Gesù rivolge un ultimo discorso agli Undici, ma la prospettiva missionaria è già allargata includendo, oltre ai Dodici, anche “quelli che crederanno”. Tutta la comunità cristiana, in sostanza, deve sentirsi responsabile, per mandato divino, della evangelizzazione del mondo. Tutti quelli che vivono in pieno la loro fede, portano avanti una testimonianza confermata da “segni” che in parte coincidono con quelli dati ai Dodici nella loro prima missione, e in parte li superano. Infatti, alla comunità cristiana, oltre all’autorità sugli spiriti immondi e sulle malattie, il Risorto aggiunge: “parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno”.

Il senso degli esorcismi e delle guarigioni fisiche è abbastanza comprensibile; ma è necessario fermarsi a riflettere sul vero significato degli altri “segni” previsti da Marco:

Parleranno lingue nuove. E’ uno dei segni che accompagnano l’effusione dello Spirito nel giorno di Pentecoste: “Cominciarono a parlare in altre lingue… ciascuno li sentiva parlare la propria lingua” (At 2,4.6). Il fenomeno si ripete nella casa di Cornelio, quando lo Spirito si effonde sull’assemblea lì convenuta per ascoltare il discorso di Pietro (cfr. At 10,46). In quel contesto Pietro si rende conto che il dono dello Spirito è destinato anche ai pagani e non solo agli ebrei. Lo stesso accade all’Apostolo Paolo, quando a Efeso, dopo avere battezzato una comunità di dodici persone, imponendo le mani su di loro lo Spirito si effonde “e parlavano in lingue e profetavano” (At 19,6). Non c’è quindi alcun dubbio che il dono delle lingue è direttamente dipendente da un’azione transeunte dello Spirito Santo; non sembra però che ci sia una sola manifestazione delle lingue come dono carismatico: in questo senso, il giorno di Pentecoste conosce una manifestazione del dono delle lingue che non si è più ripetuta nel NT. Vale a dire: nel giorno di Pentecoste gli Apostoli parlano a uomini di diverse nazionalità e provenienze, e ciascuno li sente parlare nella propria lingua, anche se essi parlano aramaico. Tolta questa, le altre manifestazioni del dono delle lingue nel NT si verificano in ambienti in cui si parla la stessa lingua – addirittura, Paolo prevede il dono complementare dell’interpretazione delle lingue! (cfr. 1 Cor 12,10) -, e perciò la sua fenomenologia non può essere stata come quella del giorno di Pentecoste. L’elemento costante ed essenziale al dono delle lingue è il suo carattere di lode (At 2,11), e ciò è vero sia per il giorno di Pentecoste sia per qualunque altra manifestazione del dono delle lingue. Nel NT l’unica riflessione teologica su questo dono carismatico è quella di Paolo nella prima lettera ai Corinzi. Tra l’altro, ed è un’ulteriore garanzia, si tratta di una riflessione che parte dalla sua esperienza personale: “Grazie a Dio, io parlo in lingue molto più di tutti voi” (1 Cor 14,18).In 1 Cor 12,4-11 si ha una lista dei doni carismatici disposti secondo il loro grado di utilità per la comunità cristiana. Dal tenore del discorso si comprende bene come l’Apostolo voglia sottolineare innanzitutto che la diversità è necessaria all’unità, ed è a essa ordinata: l’unico Spirito ha distribuito doni diversi, perché tutti convergano all’unico scopo di edificare la Chiesa. Secondo l’insegnamento dell’Apostolo sono fuori strada tutti coloro che, in seno all’esperienza ecclesiale, pensano di risolvere il problema della ministerialità e dei servizi mettendo nel primo posto vuoto la prima persona che capita. Così a un prete o a un diacono, a prescindere dal dono personale di grazia per l’edificazione della Chiesa, può accadere di sentirsi spingere verso il primo posto che in Diocesi si rende libero o il primo servizio ecclesiale che richiede la presenza di un ministro ordinato. A un laico potrebbe succedere di essere impiegato dal suo parroco, nell’ambito della pastorale parrocchiale, nel primo servizio che sia necessario coprire, senza alcuna riflessione o discernimento circa il dono di grazia che quel battezzato possiede. Il rischio tremendo, sia per un prete che per un laico, sarebbe quello di non mettere i doni dello Spirito al servizio della comunità, perché i loro portatori vengono impiegati per altri servizi e in altri contesti ritenuti urgenti. Infatti, per un pastore esistono solo queste due possibilità: o seguire un metodo dall’alto, vale a dire, riconoscere i doni dello Spirito, mettendo le persone in grado di esercitarli nei giusti contesti; oppure seguire un metodo dal basso, vale a dire, considerare solo i bisogni della comunità e coprirli col primo prete, o laico, che capita. Questa seconda metodologia è contraria al Vangelo e all’insegnamento degli Apostoli. In sostanza, ciascuno di noi è portatore di un dono di grazia che lo Spirito ha fatto alla Chiesa; e la Chiesa può riceverlo solo quando ciascuno è messo in condizione di poterlo offrire.

Nella lista dei doni carismatici il dono delle lingue è collocato alla fine; probabilmente Paolo intende correggere la tendenza della comunità di Corinto a valutare i carismi in base alla loro appariscenza. Invece, ponendo i carismi meno appariscenti all’inizio della lista, come i doni legati alla catechesi e alla predicazione, la prospettiva viene rovesciata: i doni carismatici “straordinari” sono quelli che più colpiscono, ma sono anche i meno necessari per la costituzione della comunità cristiana, la quale si fonda sui miracoli ma sul carisma apostolico e sulla predicazione della Parola (cfr. anche 12,28). In questo contesto, il dono delle lingue riveste una forma diversa da quella del giorno di Pentecoste: lì, in un’assemblea multilingue, ciascuno capisce nella propria lingua gli Apostoli che parlano solo l’aramaico, qui sembra invece che sia necessario un carisma complementare di traduzione (cfr. 12,10), per far capire il messaggio a un’assemblea dove però tutti parlano la stessa lingua (il greco). Se questo dono di traduzione non c’è, il dono delle lingue conosciuto nelle comunità paoline risulta inutile e non va utilizzato, anche se qualcuno può averlo ricevuto; in questo caso, “parli solo a se stesso e a Dio” (14,27-28).Un discorso a parte deve certamente essere fatto per gli altri due segni, entrambi riconducibili all’immunità dal veleno. L’idea di base è che il discepolo, nello svolgimento della missione che Dio gli ha affidato nel mondo, non può essere fermato né ucciso, prima che la sua missione sia finita. Negli Atti degli Apostoli, abbiamo una serie di insegnamenti che vanno in questa linea. Il primo episodio che ci sovviene è naturalmente il naufragio di Paolo presso Malta: mentre raccoglieva legna per il fuoco, viene morso da una vipera ma non ne patisce alcun male, anzi, muore la vipera (cfr. At 28,3-5). E’ un esempio molto concreto di immunità dal veleno, e possiamo anche capire il perché: la missione di Paolo non è ancora finita e si concluderà solo dopo avere portato a Roma l’annuncio del Vangelo (cfr. At 28,23-31). Negli Atti non ci sono altri episodi in cui il veleno o il serpente abbiano un ruolo, ma l’insegnamento della custodia divina del missionario si trova quasi a ogni pagina: gli Apostoli vengono liberati miracolosamente perfino dal carcere e dalla sorveglianza dei soldati per potere annunciare la Parola (cfr. 5,17-21; 16,25ss). Questa miracolosa liberazione dal carcere, però, non si verifica nel caso del diacono Stefano, perché il suo arresto coincide con la fine del suo annuncio e della sua missione (cfr. At 6,12). In sostanza, ciascun discepolo ha una missione da compiere sulla terra, e finché non è compiuta nessuno può fermarlo. Quando viene fermato è segno per lui che la sua missione è finita.

Questa immunità dai veleni e dai serpenti può però essere interpretata anche a livello allegorico come una cifra della lotta contro le potenze delle tenebre. Nel linguaggio biblico, il serpente (come pure lo scorpione) è un simbolo del demoniaco. Il senso dell’immunità dal veleno può essere anche quello di un potere sugli spiriti immondi o di una corazza che impedisce al maligno di colpire i discepoli di Cristo, finché non arriva il tempo. Del resto, anche nel ministero di Gesù avviene la stessa cosa (cfr. Lc 22,52-53).

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