"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Chi accoglie la Parola del Vangelo, qualunque sia la sua condizione concreta, e da qualunque disastro esistenziale si voglia partire, “diventa degno” della vita eterna per il fatto stesso di avere creduto a Dio che si rivela. Il resto non conta nulla, né il passato né il presente possono più avere alcun valore: “Chi è in cristo è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate ecco ne sono nate di nuove” (2 Cor 5,17). Alla luce di questa ricchezza straordinaria che viene riversata nella vita di coloro che hanno creduto alla Parola di Dio, si può comprendere la severità e la presa di distanza che Cristo suggerisce ai suoi discepoli nei confronti di quelli che decidono di non fidarsi del loro annuncio: “Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sodoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile dei quella città” (Mt 10,14-15).

La menzione del giorno del giudizio ci fa comprendere come il gesto severo di scuotere la polvere dai propri piedi non sia un atteggiamento gratuito, né il frutto di una reazione impulsiva degli apostoli. Gesù una volta aveva rimproverato duramente l’impulso di Giacomo e Giovanni, che volevano chiedere il fuoco dal cielo per punire i samaritani che non li avevano accolti (cfr. Lc 9,51-56). Occorre quindi comprendere in profondità quale sia, nel giudizio di Dio, l’entità della responsabilità umana nell’atto di rifiutare liberamente la gratuita offerta del perdono di Dio e della divinizzazione della nostra umanità.Per prima cosa è necessario, a scanso di quegli equivoci che il maligno è così bravo a disseminare nel pensiero dell’uomo, è necessario, dicevo, prendere coscienza del fatto che Dio non ha creato nulla per la morte e per la rovina, ma ha creato tutto per la vita (cfr. Sap 1,14). Dio non gode per la rovina dei viventi (cfr. Ez 18,23). La morte è dunque estranea al più genuino disegno di Dio sulla creazione. Dall’altro lato, l’uomo è incapace di salvare se stesso in forza delle risorse della sua natura. Se così non fosse, non si capirebbe affatto né l’Incarnazione né la morte di Croce. Se l’uomo potesse, con le sue sole forze, giungere alla vita eterna, la Passione di Cristo sarebbe il più assurdo e incomprensibile degli eventi. Se, come appare chiaro dalla rivelazione neotestamentaria, le risorse della natura umana sono insufficienti al raggiungimento della beatitudine, allora la beatitudine si può solo ricevere come un dono e mai come una rimunerazione proporzionata al merito umano. La beatitudine dell’eternità è tuttavia una rimunerazione proporzionata, ma ai meriti di Cristo, non ai meriti dell’uomo storico. Ciò significa che fuori dall’accoglienza dei meriti di Cristo nella propria vita non ci può essere salvezza: Cristo non è geloso delle sue ricchezze (cfr. Fil 2,6), e non ha difficoltà a trasferire nel battezzato i suoi meriti personali, semmai è il battezzato che ha difficoltà a sentirsi amato da Dio per i meriti di un Altro e non per i propri. Soltanto chi riceve la grazia di un cuore fanciullo, può sentirsi felice di essere amato da Dio perché figlio e non perché bravo-in-qualcosa. I bambini sono contenti di essere amati, senza cercare di dare ai genitori un’immagine di grandezza. E’ nell’adolescenza che le cose cambiano, quando comincia a subentrare la logica dell’adulto, il quale vuole guadagnarsi tutto con la propria forza, per non essere costretto all’umiliazione del “grazie”; da quel momento l’adolescente, e successivamente in modo più sofisticato l’adulto, cercherà di “guadagnarsi” tutto con la propria bravura personale, perfino l’amore degli altri. Ma in questo caso, ciò a cui si mira non è più amore, ma è ammirazione, è brama di innalzarsi nella stima, o addirittura la terribile tendenza a essere idolatrato. Così, quando l’uomo cerca la salvezza imboccando la via dell’essere bravo-in-qualcosa, incappa inevitabilmente in quella sottile idolatria del fariseo che va al Tempio a pregare con il pubblicano (cfr. Lc 18,9-14). E’ a motivo di questa idolatria che Gesù rivolge parole di durissimo rimprovero ai “giusti”, mentre non attacca mai i peccatori che sanno di essere tali. Per loro, Cristo ha solo parole di comprensione.Data l’impossibilità dell’uomo di salvare se stesso, Dio gli offre la salvezza in Cristo, alla condizione però di non poterla attribuire all’umana bravura. Proprio qui cade spezzato il nostro orgoglio. Oppure, se non si spezza, ci porta lontano dalla sorgente della Grazia e ci illude con parziali e false salvezze terrestri. Per questo, l’unico peccato che non può essere perdonato è il rifiuto della salvezza immeritata, alla quale si preferisce una salvezza parziale, ma della quale si può dire “è merito mio”. Questo peccato è definito dai Sinottici come peccato contro lo Spirito (cfr. Mc 3,28-30), e non può essere perdonato, non perché è troppo grave, ma semplicemente perché l’uomo bisognoso di perdono scappa nella direzione opposta a quella in cui lo attende Colui che vuole perdonarlo.All’uomo vengono dati tutti gli aiuti necessari della grazia, perché non giunga al peccato contro lo Spirito. Proprio questa è la primissima esperienza dell’umanità descritta dalla Genesi: dopo il peccato originale Dio rivolge delle domande sia ad Adamo che a Caino, per portarli alla coscienza di sé. Questo processo ogni uomo storico lo sente dentro di sé come se fosse dialogo con la propria coscienza; il non credente pensa di dialogare con se stesso, ma il cristiano sa che quella voce che lo mette dinanzi alle sue responsabilità è la Verità che lo invita a uscire dall’ombra. Il vero peccato di Adamo, ossia il suo peccato contro lo Spirito, che Dio non ha potuto perdonare, non è stato il peccato originale, ma la sua fuga da Dio, con la quale gli ha impedito di redimerlo col suo perdono immediato, dando luogo, per sé e per i suoi discendenti, a lunghi secoli di sofferenze. Il peccato originale sarebbe stato perdonato, e il potere di satana sarebbe crollato su se stesso, se i progenitori, invece di accusarsi a vicenda, si fossero accusati davanti a Dio, confessando il loro peccato. La redenzione sarebbe allora avvenuta senza sangue e senza croce. Il potere di satana non si fonda sul peccato dell’uomo, ma sul fatto che l’uomo peccatore fugge da Dio.A questo punto possiamo comprendere perché il Signore, parlando ai discepoli missionari, dice di scuotere la polvere dai loro piedi in quei luoghi dove non venissero accolti. Nell’economia neotestamentaria, l’antica fuga di Adamo da Dio, rivive nel rifiuto del Vangelo. Tutti coloro che non accolgono nella loro vita quelli che portano nel mondo la testimonianza di Gesù, impediscono a Dio di sottrarli al potere del principe di questo mondo. E poiché il Vangelo è l’ultima possibilità data all’uomo prima del giudizio finale, ne consegue l’unica cosa da fare per il missionario è quella di procedere oltre e portare la Parola là dove è attesa e sospirata. La menzione del giudizio finale e delle città di Sodoma e Gomorra in Mt 10,15 ci dà la proporzione di ciò che, dinanzi agli occhi di Dio è il rifiuto della parola del Vangelo: le città interamente corrotte di Sodoma e Gomorra saranno trattate meno duramente delle città popolate da bravi cittadini, che però avranno respinto il passaggio di Cristo tra le loro contrade. Infatti, qualunque delitto si possa commettere contro un uomo non è mai così grave come il disprezzo verso l’amore di Dio. Qualunque crimine contro l’umanità può sempre sperare da Dio perdono e rifugio, ma l’atto di chi caccia via Dio dalla propria vita toglie anche questa speranza.

Sesta regola: Devono sapere affrontare virilmente il sacrificio e la persecuzione, tuttavia non devono esporsi o andare allo sbaraglio imprudentemente.

Fin dalla prima esperienza missionaria, Cristo parla chiaramente ai suoi discepoli: il ministero dell’evangelizzazione è difficile e occorre una statura notevole per portare il peso della fatica morale e talvolta della persecuzione a cui un tale ministero può andare incontro. A questo proposito l’insegnamento di Gesù suona così: “Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Mt 10,16). Poi, il Maestro esemplifica questo enunciato parlando senza metafore di tribunali e di flagelli a cui essi verranno consegnati e sottoposti come fossero comuni delinquenti.

L’insegnamento sulle difficoltà dell’evangelizzazione ci permette di demolire un pregiudizio molto diffuso, secondo cui il cristianesimo chieda una accettazione passiva di tutto il male che può piombarci addosso. Non c’è nulla di più falso. Al contrario, il Vangelo chiede, in determinate circostanze, di schivare il dolore e il fallimento. Non ogni dolore e non ogni fallimento è voluto da Dio. La croce veramente evangelica non è la sventura, materiale o morale, che mi raggiunge all’improvviso, ma è quella situazione dolorosa voluta da Dio per me e con la quale Egli mi chiama a condividere il dolore del suo Figlio. Qualunque dolore e qualunque sventura non voluti da Dio vanno prevenuti e fuggiti.Alla domanda “come si fa a distinguere il dolore a cui Dio mi chiama da quello che Lui non vuole?”, si risponde così: “Il dolore non voluto da Dio è quello in cui mi caccio in seguito alla mia imprudenza, alla mia leggerezza, alla eccessiva fiducia in me”. Basti ricordare il testo del Siracide: “Chi ama il pericolo si perderà” (3,25), oppure il libro dei Proverbi: “L’accorto vede il pericolo e si nasconde” (22,3). La certezza di camminare nella benevolenza e nell’amicizia di Dio non autorizza nessuno a compiere dei passi più lunghi delle proprie gambe, a meno che ciò non corrisponda a una volontà esplicita di Dio. Cristo, durante la sua permanenza nel deserto, dove si preparava alla sua missione, fu tentato proprio con questa sottilissima suggestione, cioè con la spinta a superare determinati limiti, senza che Dio l’avesse chiesto: “Se sei il Figlio di Dio, gettati giù, perché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani” (Mt 4,6).Il libro degli Atti è una grande testimonianza del fatto che gli Apostoli avevano assimilato molto bene l’insegnamento di Cristo sul loro ministero missionario. Essi dimostrano una profonda lettura di uomini e situazioni. A Listra Paolo annuncia il Vangelo e tra i suoi ascoltatori c’è un uomo paralizzato. L’Apostolo lo guarda e “notando che aveva fede di essere risanato” (At 14,9) lo guarisce. Quest’uomo paralizzato era lì, tra i tanti ascoltatori, ma a Paolo basta uno sguardo illuminato dal suo carisma di discernimento, per capire se il paralitico era stato raggiunto dalla grazia o meno. Lo stesso discernimento profondo entra in azione nell’incontro col mago Elimas (cfr. At 13,8-12) e con la schiava che aveva uno spirito guida (cfr. At 16,16). In questi ultimi due casi l’autorità del comando, insita nel carisma apostolico, svela la vittoria di Cristo sugli spiriti immondi. Paolo, insomma, non si muove con superficialità negli ambienti in cui esercita il suo ministero, e legge in profondità non solo i caratteri delle persone ma soprattutto lo spirito da cui sono mosse. Anche Pietro non prende decisioni senza priva aver compreso le motivazioni più profonde e spesso occulte delle persone che entrano in relazione con lui; basti pensare ad Anania e Saffìra (cfr. At 5,1ss), che fingono di avere venduto le loro proprietà in favore della comunità cristiana: Pietro conosce già il loro sotterfugio, noto solo a loro due. Dietro questi pericoli occulti sembra di sentire l’eco della parola del Signore: “Guardatevi dagli uomini… vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire” (Mt 10,17.19). Il missionario cristiano dovrà quindi guardarsi dagli uomini, nel senso che dovrà guardarli così bene fino a leggere nei loro cuori. All’intelligenza umana ciò è indubbiamente impossibile, ma è proprio in questo punto che subentra il ruolo del celeste Suggeritore: lo Spirito illumina lo sguardo col carisma del discernimento e il discepolo è così abilitato a leggere le parole scritte sulle coscienze, dove lo sguardo umano ordinariamente non arriva.Gli Apostoli, in virtù di tale luminosa lettura delle persone e degli eventi, riescono a distinguere molto bene la sofferenza non voluta da Dio da quella che invece è parte integrante del loro ministero. Di questo aspetto del discernimento del missionario, ne abbiamo in Paolo un esempio estremamente chiaro. L’Apostolo delle genti, nel corso del suo lungo ministero, è molte volte colpito da persecuzioni ora giudaiche ora pagane. Ciò che fa pensare è che egli non affronta queste persecuzioni sempre allo stesso modo. La prima persecuzione ha luogo a Damasco e qui egli fugge non appena ne viene a conoscenza: “I suoi discepoli di notte lo presero e lo fecero discendere dalle mura, calandolo in una cesta” (At 9,25). Quando a Filippi egli viene arrestato, un terremoto che ha luogo durante la notte spalanca tutte le porte, ma l’Apostolo non scappa e non permette neppure agli altri carcerati di scappare (cfr. At 16,25ss). Del tutto diverso è il suo atteggiamento, quando è sul punto di affrontare l’ultimo viaggio, la cui meta era Gerusalemme. Egli parte lo stesso, pur avendo conosciuto per mezzo del profeta Agabo che a Gerusalemme sarebbe stato arrestato (cfr. At 21,10-11), e non cede alle insistenze di chi, a Cesarea, vorrebbe trattenerlo per salvargli la vita (cfr. At 21,12). La ragione per la quale Paolo assume atteggiamenti diversi verso la persecuzione, in diverse epoche del suo ministero, va ricercata nel fatto che lo Spirito lo sottrae a determinate persecuzioni, mentre verso altre ve lo sospinge, secondo i disegni di Dio. Nell’ultimo arresto, avvenuto a Gerusalemme, egli non scappa, né prega per essere liberato, come aveva fatto nella prigionia di Filippi, cantando inni nella notte insieme a Sila (cfr. At 16,25ss). Questa volta egli stesso si muove liberamente verso la prigione e la morte, perché ha conosciuto e compreso che il suo ministero è giunto al termine: “Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione” (2 Tm 4,6-8).

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