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Il cosiddetto discorso ecclesiastico si apre con un insegnamento sull’umiltà. La cosa non deve sembrarci casuale, dal momento che tutti gli insegnamenti successivi sullo stile dei rapporti interni alla comunità cristiana salterebbero, se fosse negato questo elemento di partenza. Vale a dire: in assenza della disposizione dell’umiltà non è possibile alcuna vita comunitaria in senso cristiano. Ma che cos’è l’umiltà calata nei rapporti comunitari?

Il testo si apre con una domanda dei discepoli: “Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?” (Mt 18,1). La risposta del Maestro capovolge i termini della questione, dimostrando così che nel regno dei cieli una tale domanda non ha più diritto di cittadinanza né ha motivo di essere posta: nella nuova economia delle cose, infatti, la massima dignità non consiste più nell’essere grande ma nell’essere piccolo. Questa nuova dignità si fonda su ciò che potrebbe definirsi come un recupero dell’infanzia. Ma per giungere a questa nuova prospettiva, occorre il movimento interiore della conversione: “Se non vi convertirete…” (Mt 18,3). La conversione è quindi anteposta al recupero dell’infanzia, come se questa seconda cosa non fosse possibile in mancanza della prima. L’autentica conversione, in sostanza, è incompatibile con l’atteggiamento di chi si sente cresciuto e autonomo rispetto alla divina paternità. Occorre comprendere meglio cosa significa “essere cresciuto” e “essere autonomo rispetto alla divina paternità”; talvolta succede che noi stessi, pur camminando sulle vie del Vangelo, scivoliamo in questi atteggiamenti “emancipati” da Dio, in singole circostanze o in determinati periodi, senza avvedercene. Le conseguenze lasciate in noi dal peccato originale sono davvero profonde. Il recupero dell’infanzia intanto non è sinonimo di ingenuità estremista: “Fratelli, non comportatevi da bambini nei giudizi; siate come bambini quanto a malizia, ma uomini maturi quanto ai giudizi” (1 Cor 14,20). Non c’è nulla di più fuorviante e di più deleterio che un concetto di cristianesimo “buonista”, dove si ignori del tutto il mistero dell’iniquità e di conseguenza non si abbia alcun mezzo per arginarlo. L’Apostolo Paolo intende il recupero dell’infanzia, che consegue alla conversione, come una espulsione della malizia dal proprio cuore, ma non come una superficialità di giudizio sul mondo. L’insegnamento di Cristo è molto chiaro a proposito del discepolo che cammina come una pecora in mezzo ai lupi, i quali a volte si travestono anche da agnelli: “Ecco, Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Mt 10,16). Anche qui l’infanzia, adombrata nella semplicità della colomba, è intesa nel senso in cui la intende anche Paolo, cioè come assenza di malizia unita però alla maturità di giudizio, che in Matteo è simboleggiata dalla prudenza del serpente. Il Maestro aggiunge persino una esortazione che farebbe arricciare il naso ai fautori del cristianesimo “buonista”: “Guardatevi dagli uomini…” (Mt 10,17). In sostanza, Cristo vuole che i suoi discepoli amino i nemici e preghino per i loro persecutori, ma non vuole che vadano in pasto ai leoni come prede bendate. Per questo, nel medesimo discorso, Cristo dice anche: “Quando vi perseguiteranno in una città fuggite in un’altra” (Mt 10,23). Il cristiano può essere arrestato e martirizzato, ma non prima che scada il tempo della sua missione terrena. Prima di quel momento il cristiano deve difendere l’integrità del suo cammino e della sua testimonianza. L’Apostolo Paolo non si è fatto arrestare all’inizio della sua conversione, a Damasco (cfr. At 9,23-25), dove montavano la guardia per catturarlo, ma si è fatto arrestare parecchi anni dopo a Gerusalemme (cfr. At 21,27ss), quando sentiva di essere giunto al termine della sua corsa.La realtà della divina figliolanza acquista anche una nuova luce dalla conoscenza di quegli atteggiamenti che la Bibbia giudica come una sorta di progetti a sistema chiuso, e che noi possiamo definire come delle “spinte di emancipazione da Dio”. Una tale disposizione d’animo è gravemente nociva alla crescita del battezzato nella paternità di Dio.Il racconto genesiaco delle origini, e i caratteri del peccato dei progenitori, gettano la prima grande luce su questo argomento. La prima coppia è descritta dal testo sacro in una disposizione d’animo di grande innocenza, come quella di due bambini. L’atmosfera del racconto è caratterizzata da una totale assenza di malizia, finché nel cap. 3 il serpente, figura di satana, intossica il loro pensiero con la sfiducia e il sospetto, portando la loro intelligenza a elevarsi come criterio assoluto di giudizio. Al punto tale da giudicare l’operato di Dio, che non avrebbe dato loro abbastanza. Satana si costituisce insomma come maestro di sospetto e seduce così la mente umana col miraggio di chi “ha capito tutto”, di chi “non si lascia mettere nel sacco” nemmeno da Dio. Colui che ha perduto la verginità della mente è così, perennemente sospettoso verso tutto e tutti, fino a quando la sua intelligenza, unica divinità da lui riconosciuta veritiera, non gli dica che può fidarsi. Al contrario, l’innocenza voluta da Dio possiede un margine di non conoscenza, in cui l’uomo deve fidarsi senza che la sua ragione possa fornirgli tutte le certezze. Anche questo è evidente nel racconto genesiaco: la proibizione dell’albero è presentata come un atto di custodia nelle parole pronunciate da Dio: “Dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché quando tu ne mangiassi, certamente moriresti” (Gen 2,17). La natura benevola di questa proibizione non è dimostrabile razionalmente, e può solo essere creduta. Quando la verità di questa proibizione è dimostrata, è già troppo tardi. La Parola di Dio ci mette in guardia dinanzi a ciò che veramente può danneggiarci, ma ciò si può solo credere, perché la sua sperimentazione è già quel male che Dio voleva evitarci. Sempre dal racconto genesiaco apprendiamo che l’impossibilità di accettare con fiducia ciò che sarebbe pericoloso sperimentare, dipende dalla accoglienza della paternità di Dio: il tarlo del dubbio porta la donna a voler sperimentare la ragione della proibizione, solo dopo che la paternità di Dio si è offuscata nella sua coscienza: “Dio sa che quando voi ne mangiaste… diventereste come Dio” (Gen 3,5). In sostanza, la conservazione dell’immagine paterna di Dio nella coscienza è la base di quella condizione fanciulla richiesta per entrare nel Regno (cfr. Mt 18,3). La successiva conseguenza della perdita della fanciullezza originaria, è la fuga dinanzi a Dio: “Poi udirono Dio che passeggiava… e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio” (Gen 3,8). Questa fuga è ciò che impedisce la riconciliazione; è l’orgoglio che trattiene dal chiedere perdono; è la vera sventura dell’uomo che si raggomitola su se stesso e sprofonda così nel buio del proprio peccato. Ma il regno è per i bambini, cioè coloro che si fidano della paternità di Dio anche quando permette lotte e sofferenze, e che sanno tornare a Lui tutte le volte che il peccato li imbratta, vincendo la ripugnanza di confessare la propria mancanza di meriti. Ma  è proprio su questa mancanza di meriti umani che Dio costruisce il suo capolavoro. Un dramma simile a quello delle origini si consuma nei pressi di un altro albero, quello della croce, dove Giuda commette lo stesso peccato di Adamo: fugge dal Signore e agisce autonomamente da magistrato e da imputato, applicando su di sé sentenza ed esecuzione (cfr. Mt 27,4-5). Questo procedimento a sistema chiuso impedisce a Dio di guarire l’uomo e di liberarlo dai vicoli ciechi della sua esistenza.Un altro episodio riportato da Genesi, in cui si svela ancora un altro aspetto della autonomia umana è rappresentato dalla torre di Babele, dove però il sistema chiuso imprigiona non un solo uomo ma l’intera umanità (cfr. Gen 11,1). Il guasto del peccato originale, che si manifesta nella tendenza al fai-da-te, è presentato nella sua universalità a cui non sfugge nessuna stirpe e nessun popolo sotto nessuna latitudine. La società fondata sull’assolutizzazione delle sue risorse porta a una frantumazione dei rapporti umani, dove l’incomunicabilità impedisce il raggiungimento di qualunque risultato durevole. Essere unanimi nel male non è infatti un’esperienza di unità. Nel libro dell’Apocalisse, l’emblema della città a sistema chiuso è Babilonia, che appunto è descritta nell’atto di crollare su se stessa (Ap 17,15-18,3).Un aspetto importante, e forse piuttosto trascurato, della mancanza di verginità mentale – che è quella fanciullezza evangelica che immette nel mistero del Regno – è la sfiducia nei confronti di coloro che Dio autorizza a guidare il popolo di Dio e a compiere, al suo servizio, le opere legate alla cura pastorale delle comunità. La sfiducia nell’uomo di Dio, che nasconde dietro di sé quella cecità interiore che impedisce di vedere la santità di una persona, è una delle manifestazioni dell’autonomia e della assolutizzazione dei propri giudizi. L’AT e il NT condannano unanimemente questo atteggiamento. Ne analizzeremo alcuni casi.

Questa disposizione di sospetto verso l’uomo di Dio è molto evidente intanto nel libro dei Numeri, dove la legittimità della guida carismatica di Mosè è spesso messa in discussione. Nell’oasi di Kades il popolo non sopporta la privazione di cibo e di acqua; si rivolta perciò contro Mosè, che lo ha guidato fuori dall’Egitto (cfr. Nm 20,2-5). Si tratta di un’esperienza che ricorre in ogni cammino di fede, come sa bene ogni pastore che si impegna a fondo nell’annuncio del Vangelo: ci sono infatti coloro che accolgono e fioriscono sulla parola di liberazione proveniente dalla croce di Cristo; in essi la grazia battesimale produce il miracolo della santità. Ma vi sono altri ai quali il Vangelo sta stretto, e scambiano l’esperienza della liberazione come se fosse una via di privazione. Infatti, la liberazione dal peccato e dalla seduzione del mondo è una presa di distanza da ciò che prima ci teneva legati. Chi non arriva a sperimentare la pienezza di gioia riservata a coloro che vivono solo per Cristo, restano vincolati a ciò che prima amavano, ma non essendo ancora pieni di Cristo, una volta allontanato da sé il peccato, restano vuoti, ossia senza il proprio peccato e senza Cristo. Allora si rivoltano contro il pastore che li ha evangelizzati, e lo accusano di averli portati a morire nel deserto. Nella parabola del seminatore eravamo già stati avvertiti circa questo mistero: “Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto” (Mt 13,22). La lontananza dal peccato e l’espulsione di tutte le seduzioni mondane sono un deserto insopportabile per coloro che non hanno dato interamente il proprio cuore a Cristo. Prima o poi soccombono e le spine soffocano la parola.

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