"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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  Naturalmente anche questo atteggiamento nasconde il guasto della autonomia da Dio e da coloro che sulla terra lo rappresentano. Un altro esempio di autonomia dall’uomo di Dio è l’atteggiamento di Saul verso Samuele a Galgala. Samuele gli aveva detto di attendere sette giorni insieme al popolo e dopo sarebbe arrivato lui per offrire un olocausto. Saul attese ma, vedendo che Samuele ritardava, si accinse a offrire lui l’olocausto, oltrepassando i limiti della propria autorità. Samuele gli disse: “Hai agito da stolto non osservando il comando del Signore, perché in questa occasione il Signore avrebbe reso stabile per sempre il tuo regno su Israele… ora invece il tuo regno non durerà” (1 Sam 13,13-14). In sostanza, Saul si gioca la propria chiamata a essere re di Israele, e perde l’ubbidienza dei sudditi nel momento in cui egli stesso rifiuta di ubbidire a Dio. La disubbidienza verso l’uomo di Dio è equiparata dunque alla disubbidienza verso Dio stesso.Davide apprende questa lezione molto prima di diventare re di Israele, quando rimane leale verso il re Saul, consacrato da Dio, anche se Saul è stato sleale verso di lui. Saul era infatti spinto da uno spirito di gelosia ad aggredire Davide che in battaglia ha più successo di lui. Saul lo perseguita al punto che egli è costretto a scappare. Qui avviene un episodio che svela tutta la grandezza morale di Davide: Saul era entrato in una caverna per un bisogno naturale, e Davide entrò dietro di lui senza essere notato. Tagliò un lembo del mantello che Saul aveva lasciato per terra e uscì. Quando Saul uscì a sua volta dalla grotta, Davide gli gridò: “Il Signore ti aveva messo oggi nelle mie mani… mi fu suggerito di ucciderti, ma io ho detto: non stenderò la mano sul consacrato del Signore” (1 Sal 2,24). Saul si vergognò della propria grettezza. Ciò che ci colpisce è comunque la motivazione portata avanti da Davide: Dio stesso gli mette nelle mani il suo ingiusto nemico, eppure egli non alza la mano per colpire il consacrato del Signore, anche se questi ha dimostrato ampiamente di essere indegno della propria consacrazione e della divina elezione.In tutta la tradizione dell’AT l’autonomia da Dio si traduce nel rifiuto di prendere sul serio la parola di Dio svelata ai patriarchi o annunciata al popolo dai profeti. In sostanza, l’atteggiamento corretto dell’uomo di fede è la venerazione della parola di Dio. Soffermiamoci su questo punto.In Gen 22,18, dopo che Abramo è stato fermato dall’angelo di Dio mentre stava per sacrificare Isacco, gli viene svelato che la sua ubbidienza a Dio, che gli chiedeva una cosa apparentemente assurda e disumana, è all’origine di una benedizione che si estenderà a tutte le nazioni della terra. In 22,1 è detto che “Dio mise alla prova Abramo”. Ma Abramo non sa che si tratta di una “prova”, cioè di quella situazione di difficoltà in cui veniamo collocati dalla divina pedagogia per innalzare il livello della nostra virtù cristiana. Nessun atleta può battere il record della sua disciplina, se l’allenatore non lo mette continuamente dinanzi a traguardi più ardui. Sembra che Dio faccia lo stesso con noi: “Nelle gare riceve la corona solo chi ha lottato” (2 Tm 2,5). “Dio ha addestrato le mie mani battaglia, le mie dita a tendere l’arco di bronzo” (Sal 18,35). “Ogni atleta è temperante in tutto” (1 Cor 9,25).Nel caso del sacrificio di Isacco, Abramo ha superato la prova anche senza aver compiuto fino in fondo quel che Dio gli aveva chiesto. Per ben due volte Dio gli dice: “non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio” (Gen 22,12.16). Ma in realtà Abramo ha conservato per sé il figlio Isacco, che è rimasto vivo, perpetuando l’alleanza paterna. Agli occhi di Dio, però, è come se Abramo lo avesse immolato. Ciò significa che l’atto di ubbidienza radicale e la decisione interiore di sottomettersi al volere di Dio è già un’opera moralmente valida, anche nel caso in cui non vengano raggiunti gli obiettivi pratici o i risultati concreti che ci si poteva aspettare. Alla luce di questo, possiamo comprendere come sia potuto avvenire che il ladro crocifisso accanto a Gesù sia stato accolto in Paradiso nello stesso giorno in cui moriva. La sottomissione radicale del suo cuore alla parola del Messia, lo ha salvato anche in mancanza di opere meritorie, che non aveva fatto nella sua vita, né poteva più farne. Il ladro entra in Paradiso senza una “sua” giustizia e senza alcuna veste di nozze, se non quella che Cristo gli mette addosso dicendogli: “Oggi sarai con Me in Paradiso” (Lc 23,43). Diverso è il destino del secondo ladro crocifisso con Cristo: la sua autonomia e la sua indisponibilità ad accogliere la salvezza offerta dal Messia, gli impediscono di entrare subito nel Regno (cfr. Lc 23,39). Nella stessa linea comprendiamo anche cosa sia l’adulterio commesso “nel cuore”, anche in assenza di un rapporto fisico (cfr. Mt 5,27), e cosa sia l’assassinio che si compie senza colpire fisicamente la vittima, ma semplicemente negandole l’amore: “Chi odia il proprio fratello è omicida” (1 Gv 3,15).In sostanza, la piena sottomissione interiore a Dio, che è il frutto più importante della carità teologale, è già un’opera valida agli occhi di Dio prima che qualunque opera sia compiuta, un’opera che precede e fonda ogni altra opera. Un’opera senza la quale nessuna altra opera può avere alcun valore (cfr. 1 Cor 13,1-3).Il Deuteronomio insiste con forza sulla necessità di ubbidire alla voce di Dio. E lo fa sia in termini apodittici: “Obbedirete alla voce del Signore” (Dt 13,5), “Tu ti convertirai, obbedirai alla voce del Signore” (Dt 30,8), ma soprattutto in termini condizionali: “Se obbedirai alla voce del Signore…” (Dt 28,1.13; 30,2). La sottomissione alla Parola di Dio è la condizione necessaria per essere felici e per vivere sicuri dalla minaccia dei nemici. Il tema della sottomissione incondizionata a Dio raggiungerà poi il suo vertice sul Golgota, dove Cristo si fa ubbidiente fino alla morte (cfr. Fil 2,8). Rimane sempre e comunque uno spazio di libertà in cui l’uomo può assumersi in pieno la responsabilità della sua ubbidienza o della sua autonomia. L’ubbidienza a Dio si concretizza anche nell’ubbidienza a coloro che sono stati posti come guide autorizzate della comunità: in Lv 10,7 i sacerdoti della comunità di Israele sono descritti nell’atto di ubbidire alle indicazioni di Mosè. Ma anche al successore di Mosè, Giosuè figlio di Nun, è garantita la stessa ubbidienza da parte del popolo: “Gli israeliti obbedirono a Giosuè” (Dt 34,9); “Come abbiamo obbedito a Mosè, così ubbidiremo a te” (Gs 1,17).

Al contrario, la dimenticanza delle esigenze della Parola di Dio, genera sventure e sofferenze. Nel libro di Daniele, la preghiera penitenziale del protagonista, ha un carattere pronunciatamente nazionale: il disastro dell’esilio babilonese è addebitato alla sottovalutazione della parola dei profeti: “Non abbiamo obbedito ai tuoi servi, i profeti, i quali hanno parlato in tuo nome” (Dn 9,6). La parola di Dio raggiunge dunque il popolo mediante quei portavoce che nell’AT sono i profeti e nel NT sono gli Apostoli. In Geremia è detto che Dio manda dei messaggi continui all’umanità, ma senza mai violare la sua libertà di ascolto: “Non hanno ascoltato le mie parole quando mandavo loro i miei servi, i profeti, con continua premura” (Ger 29,19). Si tratta di una continua premura che spinge Dio a parlare all’uomo. Egli non nega la sua Parola. La offre però in modo discreto e umile, perché nessuno sia “costretto” ad accoglierla. Se infatti la Parola si manifestasse sempre fra miracoli e portenti, nessuno la potrebbe accogliere con vera libertà: dovrebbero tutti piegarsi all’evidenza della gloria di Dio. Mentre Dio vuole che la sua Parola si imponga con dolce fermezza alla coscienza che cerca con rettitudine la verità. Per una coscienza “in ricerca” non sono necessari i miracoli o le grandi manifestazioni di potenza carismatica: per una coscienza retta basta la scoperta della verità per muoverla ad una perfetta adesione. Lo splendore del Vangelo è evidente di per sé per ogni coscienza retta. Altro non è necessario, anche se Dio, nel suo agire sovrabbondante, lo aggiungerà ugualmente. Lo spazio di libertà è quindi garantito all’uomo in questo modo: Dio si manifesta continuamente, e fa conoscere a tutti la sua volontà, ma con umili mezzi (la Chiesa, la predicazione), e soprattutto senza imporsi alla mente umana facendo leva sulla sua potenza.Ci imbattiamo a questo punto in uno dei misteri più fitti di tutta la rivelazione, sul versante antropologico, le cause del non ascolto. I profeti Isaia ed Ezechiele vengono avvertiti fin dal giorno della loro chiamata profetica: “Va’ e riferisci a questo popolo: ascoltate pure ma senza comprendere, osservate pure ma senza conoscere” (Is 6,9). Il profeta viene avvertito in anticipo circa un fenomeno che accompagnerà il suo annuncio: egli proclamerà la parola di Dio, ma Israele non se ne renderà conto, Israele ascolterà e non capirà. E non è una questione di linguaggio, come il Signore svela chiaramente a Ezechiele: “Io non ti mando a un popolo dal linguaggio astruso e di lingua barbara, ma agli Israeliti” (Ez 3,5). L’ostacolo non è dunque nella lingua e la comunicazione non è impedita da codici diversi. L’incomprensione del messaggio proveniente da Dio va addebitata a cause di altra origine.Il NT ci offre delle linee interpretative di questo grande mistero che si ripropone tutte le volte che Dio mi parla nella mia lingua e io sono incapace di cogliere i significati del suo messaggio. Gesù dedica una parabola al rapporto tra l’umanità e la Parola: “Il seminatore uscì a seminare…” (Mt 13,3).Cristo paragona qui la sua Parola al seme da cui si sviluppa una pianta. La ragione di questa similitudine è abbastanza chiara: la Parola di Dio possiede una forza dentro di sé. Una forza di vita che si sprigiona quando è accolta nel modo giusto in un cuore. Ne risulta una vita illuminata, piena di significati e di energie positive. La parola di Dio somiglia, però, a un seme anche per un’altra ragione: come un seme caduto su un terreno inospitale, la Parola può restare inerte e non produrre alcunché, se scende appunto in un cuore inospitale.

La strada, ossia un cuore indurito (v. 4)

Esistono diverse forme di indurimento del cuore:

     1. Il molto soffrire: alcuni hanno avuto troppe delusioni nella vita e non sono più capaci di credere in niente, né negli uomini né in Dio, e certe volte neppure in se stessi.

     2. La troppa sicurezza di sé: questi hanno il cuore indurito perché sono pieni di se stessi, non hanno spazio per gli altri, e neppure per il Signore. Pensano di sapere già tutto e di non avere niente da imparare. La Parola di Dio non trova spazio in essi.

     3. L’indifferenza: sono tutti quelli che hanno perduto la capacità di appassionarsi per un ideale e restano come prigionieri di una vita senza colori, dove accettano di buon grado tutto e il contrario di tutto.

Chi vive abitualmente in questo indurimento del cuore può anche ricevere la Parola di Dio a fiumi e a cascate, ma non può ritenerla, perché “vennero gli uccelli e la divorarono”. Al v. 19 Gesù stesso spiega il senso di questa immagine: gli uccelli rappresentano il maligno che ruba la Parola a chi non la accoglie dentro di sé. Il maligno è dunque attivo nella predicazione del Vangelo e fa in modo che la Parola di salvezza non sia conservata dai destinatari. Infatti, non potendo chiudere la bocca ai testimoni di Cristo, impedisce ai destinatari già maldisposti di essere toccati dalla forza della Parola (cfr. 2 Cor 4,3-6).

Il luogo sassoso, ossia un cuore superficiale (v. 5)

La seconda categoria è quella del cuore rappresentato dal luogo sassoso. Il significato di questo simbolo va cercato nella motivazione della sterilità del seme: il terreno non era profondo. Si tratta perciò di un cuore incapace di profondità. Incapace di fermarsi a riflettere per capire. Qui la Parola di Dio non ha dove attecchire, né dove mettere radici. Perciò resta senza frutto.

Le spine, ossia un cuore ingombrato dalle cose inutili (v. 7)

La Parola di Dio per svilupparsi dentro di noi ha bisogno di spazio e di respiro. Non può convivere con cumuli di cose inutili. L’inutile ingombro che Dio non vuole trovare nel nostro cuore è la nostra tendenza a ingigantire il valore delle cose e delle persone. Ciascuna realtà deve essere collocata con ordine al proprio posto.

La terra buona, ossia il cuore aperto al messaggio di Dio (v. 8)

Infine, la giusta disposizione perché la Parola di Dio possa fruttificare in un cuore. Cristo non dà una esatta definizione della buona disposizione, perché si deduce avendo escluso le tre precedenti possibilità, tutte negative. Ma qui il frutto non è uguale per tutti: “dove il 30, dove il 60 e dove il 100”.

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