"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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In Matteo 18, il tema della gioia per le conversioni, che deve caratterizzare il vero discepolo, è posto in contrasto con il rifiuto, a qualsiasi prezzo, dello scandalo che colpisce coloro che sono deboli nella fede. Le espressioni dei vv. 8-10 sono particolarmente forti: l’impegno di vivere il Vangelo con coerenza, e di evitare ogni forma di controtestimonianza che possa colpire la fede dei deboli o dei neofiti, ha l’aspetto di un combattimento cruento contro se stessi: “Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo… se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo…”. E’ come dire che la custodia dell’integrità della fede dei nostri fratelli, specie neofiti, deve essere anteposta perfino all’integrità fisica del nostro corpo. Una lezione che solo i martiri hanno appreso pienamente: l’integrità della fede vale più della salute fisica.In senso positivo, però, il brano dei versetti successivi (vv. 12-14) si sofferma sulla gioia che accompagna ogni conversione. L’immagine simbolica che viene utilizzata è quella della pecorella smarrita. Chi vaga lontano da Dio e poi ritorna nella sua Amicizia è rappresentato non con un’immagine negativa, ma con la tenera immagine della pecora senza pastore che finalmente ritrova l’ovile. In certo senso si vuole sottolineare che il ritorno dell’uomo a Dio, qualunque sia stato il suo passato, sia pure un passato di inimicizia e di persecuzione (cfr. Tm 1,12-14), cancella ogni livello di colpevolezza, al punto tale che non è più lecita alcuna negativa rappresentazione della persona. Il testo parallelo di Luca sottolinea che la gioia per la conversione del peccatore ha la sua origine nei cieli (cfr. Lc 15,7), e ciò implica che la reazione del battezzato di fronte alla conversione di una persona è indicativa del livello della sua comunione con Dio.Il Vangelo di Luca è molto chiaro a questo riguardo: Simone il fariseo (7,36-50), il fratello maggiore della parabola del Padre misericordioso (15,25ss), il fariseo che va al Tempio a pregare col pubblicano (18,9-14) sono figure che intendono veicolare proprio questo messaggio. E non sono le uniche. Esaminiamole con attenzione.Simone il fariseo è uno di quelli che hanno un grande miracolo sotto gli occhi e non lo vedono, perché i loro occhi sotto attratti da altre cose più appariscenti ma più superficiali, e si volgono così a guardare nella direzione sbagliata. Sotto i suoi occhi un’anima torna a Dio e si libera dalla schiavitù rovinosa del peccato. Ma Simone sta guardando in un’altra direzione: “Se costui fosse un profeta saprebbe chi e che genere di donna è colei che lo tocca” (Lc 7,39).Egli sta cercando una prova che Gesù non è quello che dice di essere, e gli sembra di trovarla nel fatto di non vederlo reagire alla vicinanza di una peccatrice; da ciò Simone deduce che Gesù non è capace di leggere nei cuori e quindi non è un uomo di Dio. Gesù risponde raccontandogli una parabola, nella quale è chiaro che Egli non solo ha letto nell’animo di quella donna, ma anche in quello di Simone: “Simone, ho una cosa da dirti…” (Lc 7,40). La parabola chiarisce il fatto che solo chi ama molto può entrare nel mistero della redenzione. Quella donna è già libera dal suo grande peccato perché ha amato molto, mentre Simone che non ha sperimentato su se stesso i grandi sbandamenti di quella donna, ma ha un peccato ancora più grave di quelli commessi da lei: non ha amore. Con l’aggravante di credersi un giusto al confronto di lei.Una situazione non dissimile è descritta da Luca nella sezione finale della parabola del padre misericordioso. Anche qui tre personaggi dominano la scena: il padre, il fratello minore ritornato a casa dopo tanti disorientamenti, il fratello maggiore che torna dai campi. Quest’ultimo appare affetto dalla medesima cecità di Simone il fariseo: anche sotto i suoi occhi accade un miracolo di redenzione, ma egli non se ne avvede. La causa della cecità è pure la stessa: l’eccessiva confidenza nelle proprie opere buone, al punto da ritenere che il padre gli sia debitore: “Io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai…” (Lc 15,29). Le sue parole suonano in faccia suo padre come un atto di accusa di essere stato ingiusto. In realtà è lui che non ha capito di essere figlio, attendendo una ricompensa come se fosse un lavoratore dipendente: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto quello che è mio è tuo” (Lc 15,31).

L’altra situazione analoga, presentata da Luca è costituita dal fariseo e dal pubblicano che vanno insieme al Tempio a pregare (Lc 18,9-14). Il fariseo qui assume verso il pubblicano lo stesso atteggiamento che il fratello maggiore assume verso il minore. Si compie sotto i suoi occhi un miracolo di redenzione, ma egli non se ne rende conto, chiuso com’è nella sua giustizia personale. Egli osserva da lontano il pubblicano e vede che questi si batte il petto in segno di pentimento, ma questo atteggiamento non gli dice nulla. L’unica cosa che vede sono le sue opere buone, in nome delle quali si sente autorizzato a disprezzarlo. Gesù conclude la parabola dicendo che di loro due solo il pubblicano tornò a casa sua giustificato (Lc 18,14).

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