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Una caratteristica senz’altro distintiva del rapporto tra il cristiano e la sua comunità è l’accoglienza incondizionata del prossimo, in tutte le sue manifestazioni, compresi i suoi sbagli. La parabola del servo spietato si trova solo in Matteo 18,23-35 e non ha paralleli altrove. Rappresenta il punto di arrivo dell’insegnamento cristiano sulla correzione fraterna e sul perdono. In Luca troviamo il medesimo insegnamento, anche se con un’importante precisazione mancante in Matteo, ma non corredato da alcuna parabola.

Il perdono va dato a tutti senza condizioni?           

Ai vv. 21-22 Matteo riporta un breve dialogo tra Gesù e Pietro sulla questione del perdono. Alla domanda di Pietro circa la “quantità massima” di offese che si possano perdonare, Gesù risponde recisamente che non si può porre un limite al perdono o stabilire un confine di cui si possa dire “fin qui e non oltre”. Ci sembra infatti di dover interpretare nella linea di una misura illimitata l’espressione tipicamente ebraica usata da Gesù in questa occasione (cfr. Mt 18,22). Anche la parabola esplicativa ci  suggerisce, come vedremo, questa medesima interpretazione, specificando il perché di questa misura illimitata di perdono che l’uomo deve applicare verso l’uomo.Tuttavia, al confronto col testo parallelo di Luca, dobbiamo prendere coscienza di una necessaria precisazione (cfr. Lc 17,3-4). Il testo di Luca è breve, ma denso; nella sua brevità è infatti un completamento, senza il quale il concetto cristiano di “perdono” rischierebbe di essere gravemente frainteso. Riportiamo per intero il brano di Luca:

“Se tuo fratello pecca, riprendilo, e se si pente perdonagli.

E se pecca contro di te sette volte al giorno e sette volte ti dice: “Mi pento”, tu gli perdonerai” (Lc 17,3-4).

Le espressioni evidenziate chiariscono un elemento mancante nell’insegnamento matteano: il perdono cristiano è sì illimitato, nel senso che non vi è quantità o qualità di peccati che possa giudicarsi imperdonabile nei rapporti umani, ma il perdono come riconciliazione piena è applicabile solo al verificarsi di precise condizioni: vale a dire, la riconciliazione cristiana risulta impraticabile quando l’offensore non si pente del suo sbaglio e si ritiene nel giusto. Ecco perché Luca aggiunge opportunamente la necessità del pentimento, in assenza del quale non vi è alcuna riconciliazione, né con Dio né con gli uomini. In assenza del pentimento dell’offensore rimangono solo due cose da fare: la preghiera di intercessione e il digiuno. La parola è quasi sempre inutile. Ciò comunque vuol dire che esiste una differenza reale tra “perdono” e “riconciliazione”, nel senso che il perdono è l’atteggiamento interiore di incondizionata accettazione dell’altro, mentre la riconciliazione è il risanamento di un rapporto interpersonale incrinato da una colpa. Il primo è sempre possibile, la seconda solo nella manifestazione del pentimento da parte del colpevole.

Le ragioni di un perdono illimitato

Il testo di Matteo aggiunge all’insegnamento diretto anche una parabola. Sulla scena si muovono tre  personaggi principali: un re e due servi. I due servi si trovano entrambi in una condizione debitoria: uno dei due è al tempo stesso debitore del re e creditore del suo compagno. Si capisce chiaramente che il re rappresenta Dio e che i due servi rappresentano l’umanità nelle sue reciproche relazioni di giustizia. La traduzione della simbologia usata qui da Cristo ci porta ad alcune affermazioni:

1.      Tutti gli uomini sono debitori verso Dio, il quale dovrà prima o poi fare i conti con tutti. In sostanza, non esiste la possibilità di una giustizia personale, non bisognosa del perdono di Dio (cfr. v. 23)

2.      Ciascun uomo è debitore verso qualche altro uomo, oltre che verso Dio. La differenza è che verso Dio il nostro debito è incalcolabile (cfr. v. 24: “diecimila talenti”, ossia 55 milioni). Verso gli uomini invece il debito è sempre piccolo (cfr. v. 28: “cento denari”, ossia meno di cento lire). Il rapporto suggerito dalla parabola è sproporzionato oltre ogni dire.

3.      Data la somma inarrivabile, Dio si impietosisce e non la richiede ai suoi debitori che lo supplicano di avere misericordia; perciò la condona con un atto di liberalità (cfr. v. 27).

4.      La precisazione del “pentimento” come base della riconciliazione tra gli uomini, esplicitamente affermata da Luca in 17,3-4, è presente nella parabola, quando il secondo servo si getta ai piedi del primo per chiedergli di pazientare (cfr. v. 29).

5.      La parabola, dietro le parole conclusive del re, fa intendere che è possibile perdonare gli altri solo dopo avere sperimentato il perdono di Dio: “Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?” (v. 33). Non si tratta di un perdono puramente creduto, ma concretamente sperimentato. Insomma, solo chi si sente davvero perdonato da Dio, è in grado di perdonare agli altri tutto.

6.      La ragione della disponibilità a offrire agli altri un perdono illimitato consiste – sempre dopo avere sperimentato il perdono di Dio – in un fatto evidenziato di nuovo dalle parole del re: “Io ti ho condonato tutto il debito…” .

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