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La comunità cristiana risulta da un insieme eterogeneo di cammini, di storie personali, di età e temperamenti diversi. Il paragone paolino del corpo (1 Cor 12,12-27) è forse il più efficace di tutto il NT per esprimere questa verità. L’Apostolo identifica esplicitamente la comunità cristiana con Cristo: “le membra pur essendo molte sono un corpo solo, così anche Cristo” (v. 12). Nel Corpo di Cristo, che è la comunità cristiana, accade qualcosa di simile a ciò che si verifica nel corpo umano. Il corpo risulta di molte membra che sono necessarie proprio perché sono diverse. Nella Chiesa devono esserci doni diversi, vocazioni diverse, spiritualità diverse, senza che questo fatto generi barriere o interrogativi sulle vocazioni o sui carismi “migliori”. E certamente le barriere sono innalzate dal peccato dell’uomo, che suole distorcere le vie diritte di Dio. Ciò che Dio, nello Spirito, dona alla comunità cristiana come ricchezza di collaborazione, viene spesso stravolto dal peccato e mutato in conflitti, rivalità e dissidi.Il grande errore a cui non di rado ci conduce il nostro peccato è la valutazione dei cammini e delle diverse spiritualità cristiane in termini di “migliore/peggiore”. Accade così che chi ha una vocazione contemplativa pensa di avere ricevuto una vocazione “migliore” di chi si esprime nell’apostolato attivo; vale a dire: chi è chiamato alla vita monastica e claustrale può pensare di avere ricevuto una vocazione “più eroica” di chi invece si affatica e combatte quotidianamente per custodire e accrescere un’esperienza cristiana vissuta nel mondo. Ma anche nell’ambito delle vocazioni alla vita attiva, talvolta la vita consacrata è stata giudicata come una via “migliore” di quella matrimoniale. Non è difficile dietro queste prospettive scorgere l’atteggiamento degli Apostoli Giacomo e Giovanni: “Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra” (Mc 10,37). Oppure la vana domanda riportata da Mt 18,1: “In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?”; o anche la discussione che i discepoli affrontano sulla via verso Cafarnao: giunti a casa Gesù li interrogò: “Di che cosa stavate discutendo lungo la via? Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande” (Mc 9,33-34). La risposta di Gesù è sempre la stessa: il regno di Dio è per i bambini; chi è come loro è grande nel regno. Chi sa rinunciare alla propria tendenza a “essere qualcuno”, è grande nel regno. Chi riesce a vincere il proprio bisogno di autonomia e si sottomette a Dio come un figlio al proprio padre, è grande nel regno. Chi sa soffocare la propria volontà di potenza, trasformando in amore oblativo le interiori spinte egoistiche, è grande nel regno. L’Apostolo Paolo esprime questo medesimo concetto nei seguenti termini: “Dio ha composto il corpo conferendo maggiore onore a ciò che ne mancava, perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le membra avessero cura le une delle altre” (1 Cor 12,24-25).

Così come il singolo battezzato, anche la comunità cristiana nel suo insieme ha rinunciato ai rapporti di forza e alla volontà di potenza. Da qui lo stile di sollecitudine verso i membri più deboli. Ma chi sono i membri più deboli della comunità cristiana? La Parola di Dio risponde in modo molto esauriente a questa domanda. Paolo si esprime ancora con l’immagine del corpo:

Quelle parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggior rispetto” (1 Cor 12,23).

Innanzitutto i membri più deboli sono i neofiti, ossia coloro che sono giunti alla fede da poco e si sono aggregati da poco alla comunità cristiana e al suo stile di vita. Cosa comporta la sollecitudine verso i neofiti? Essi devono essere introdotti alla fede con la giusta gradualità. Essi devono essere guidati con la stessa pazienza e la stessa sapienza pedagogica con cui si accompagna un bambino dall’infanzia alla maturità. Nella lettera ai Romani, l’Apostolo dà questo consiglio: “Accogliete tra voi chi è debole nella fede, senza discuterne le esitazioni” (14,1). Vale a dire: chi è ancora debole nel cammino cristiano ha solo bisogno di essere accettato così com’è, senza l’illusione che la sua fede possa crescere a forza di parole e discussioni. La sua fede crescerà nella misura del dono che Dio gli potrà dare, se sarà perseverante nel cammino, in proporzione della sua apertura alla grazia: “…ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato” (Rm 12,3). “Quindi ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso” (Rm 14,12); “Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo? Stia in piedi o cada ciò riguarda il suo padrone; ma starà in piedi perché il Signore ha il potere di farcelo stare” (Rm 14,4).Chi ha iniziato da poco il cammino di fede è dunque nella categoria dei membri “più deboli” della comunità. Essi hanno solo bisogno di essere accettati incondizionatamente nella loro fede imperfetta e guidati con gradualità verso la conoscenza totale del mistero cristiano. La loro perseveranza, unita all’opera della grazia, li porterà alla statura del figlio di Dio e della santità cristiana. Ma nel frattempo nessuno deve respingere o umiliare il neoconvertito, “perché Dio lo ha accolto” (Rm 14,3). Naturalmente tutto ciò vale per coloro che non si ribellano e non rifiutano la grazia di Dio, che viene riversata abbondantemente in seno alla comunità cristiana.

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