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Un’altra categoria debole, su cui la comunità cristiana deve chinarsi con la sua sollecitudine, sono gli ammalati e i sofferenti nel corpo e nella mente. Sempre utilizzando l’immagine del corpo umano, l’Apostolo Paolo dice: “Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme” (1 Cor 12,26). Qui, in fondo, la comunità cristiana non fa che replicare l’atteggiamento di Dio nell’AT e l’atteggiamento di Cristo nei Vangeli. In Dio e in Cristo il sentimento della compassione verso i sofferenti è uno dei principali moventi. Possiamo ricordare qualche breve testo a questo riguardo: “Gli darai sollievo nella sua malattia” (Sal 41,4); “Il Signore guarisce tutte le tue malattie” (Sal 103,3). Nel Vangelo, poi, Gesù non solo guarisce tutti coloro che incontra, ma conferisce anche ai suoi discepoli il potere di guarire le malattie e di scacciare gli spiriti immondi. In sostanza, la salute piena dell’uomo è una delle prime e principali preoccupazioni di Dio. In questo senso, è troppo chiaro il libro della Sapienza, quando afferma che Dio “ha creato tutto per l’esistenza; le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte” (1,14). Ossia: nella sua creazione, Dio non ha previsto la malattia e la morte; infatti sono solo gli stolti coloro che “invocano su di sé la morte con gesti e con parole, ritenendola amica si consumano per essa e con essa concludono alleanza” (Sap 1,16). La comunità cristiana deve stringersi con grande solidarietà intorno ai suoi ammalati, pregando con essi e su di essi: “Chi è malato chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui… il Signore lo rialzerà” (Gc 5,14-15). Il ministero di guarigione è dunque parte integrante della prassi cristiana. Sugli ammalati si deve pregare, perché così hanno stabilito gli Apostoli. Ciò non significa, ovviamente, che Dio guarisca tutti - sebbene sia possibile attendere dalla preghiera anche la guarigione fisica - ma che a tutti i sofferenti per i quali si prega è data la grazia di affrontare bene la loro malattia in uno spirito di offerta eucaristica della propria vita, che ha un grande valore di redenzione e di santificazione: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Rm 12,1).

Un’altra categoria debole, di cui la comunità cristiana deve farsi carico nella sua fraterna solidarietà, è rappresentata dai poveri e da quanti si trovano in stato di materiale necessità. Anche qui gli Apostoli hanno dato alla Chiesa precise indicazioni. Fin dalle prime pagine del libro degli Atti troviamo una comunità cristiana dove nessuno è bisognoso: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuor solo e un’anima sola… nessuno infatti tra loro era bisognoso” (At 4,32.34). Tutta la Bibbia è percorsa da una linea di solidarietà e di sollecitudine verso le categorie più svantaggiate, e Dio stesso è sovente presentato come il protettore dei poveri: “Non depredare il povero” (Pr 22,22); “Il Signore avrà pietà del debole e del povero” (Sal 72,13); “Il Signore difende il diritto dei poveri” (Sal 140,13); “Per il gemito dei poveri io sorgerò” (Sal 12,6). E si potrebbe continuare a lungo su questo tenore. L’Apostolo Paolo, incontrando gli altri Apostoli a Gerusalemme insieme a Barnaba e concordando con essi il suo apostolato tra i pagani, viene esortato a ricordarsi dei poveri (cfr. Gal 2,10). Insomma, la solidarietà verso i poveri sembra una parte integrante dell’insegnamento apostolico e della prassi della prima comunità cristiana. Una riflessione teologica sul tema della carità in senso assistenziale si trova ai capp. 8 e 9 della seconda lettera ai Corinzi. Qui l’Apostolo, avendo organizzato una colletta per sovvenire alle necessità della chiesa madre di Gerusalemme, si preoccupa di darne una motivazione teologica alle sue comunità. Sarà opportuno rileggere questi due capitoli in maniera analitica per mettere in evidenza la teologia che soggiace alla preoccupazione della comunità cristiana per i poveri.

La solidarietà cristiana verso i poveri è innanzitutto un dono di Dio a chi sovviene i poveri, prima ancora che essere un dono di chi sovviene a colui che è sovvenuto: “Vogliamo poi farvi nota, fratelli, la grazia di Dio concessa alle chiese della Macedonia” (2 Cor 8,1). In altre parole, Dio ha concesso alle comunità cristiane della Macedonia la grazia di essere utili ai poveri della chiesa di Gerusalemme. Alla luce di questa espressione dell’Apostolo si può anche rileggere la parola di Cristo, secondo cui “i poveri li avrete sempre con voi, ma non sempre avete Me” (Gv 12,8). Il Maestro enuncia qui esplicitamente la volontà di Dio di non eliminare dal mondo la povertà materiale e al tempo stesso rivela indirettamente la propria presenza in loro, ossia la sua perenne opzione in favore dei poveri. La ragione per la quale Dio non è disposto a eliminare dalla storia umana la piaga della povertà consiste nel fatto che ciò non riguarda Lui. L’Apostolo dice chiaramente, citando peraltro il libro dell’Esodo (16,18), che la distribuzione dei beni e delle risorse terrestri è un affare che non riguarda Dio ma riguarda l’uomo: “La vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza… e vi sia uguaglianza, come sta scritto: Colui che raccolse molto non abbondò, e colui che raccolse poco non ebbe di meno” (2 Cor 8,14-15). Il Creatore ha quindi immesso nel mondo tutto ciò che serve all’uomo per la vita e per il progresso, ma la gestione di tutto questo è affidata all’uomo soltanto, come si vede anche da Gen 2,15: “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse”. Dall’altro lato, ciò non vuol dire che l’uomo è abbandonato a se stesso dinanzi al creato, ma vuol dire che la gestione sapiente delle risorse della natura è una grazia che Dio fa all’uomo nel renderlo partecipe alla sua opera creatrice. Dio non ha voluto nell’uomo un semplice spettatore delle sue opere, ma gli ha dato la grazia di esserne un collaboratore libero e intelligente. Per questa ragione, l’Apostolo dice ai Corinzi che le chiese della Macedonia “hanno avuto la grazia” di sovvenire ai poveri di Gerusalemme: in tal modo il Signore le ha associate alla propria opera di misericordia che si svolge nel mondo, mediante strumenti umani. E’ Dio che ha beneficato i poveri di Gerusalemme, grazie alla disponibilità delle comunità macedoni. E ciò è una grazia soprannaturale sia per i benefattori che per i beneficati.

C’è ancora un altro motivo per il quale le comunità cristiane devono avere particolare attenzione ai poveri, ed è un motivo connesso non alla creazione ma alla redenzione. Paolo lo esprime in questi termini: “Conoscete infatti la grazia del nostro Signore Gesù Cristo: da ricco che era si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8,9). Ancora una volta, le scelte concrete della vita cristiana trovano le loro basi solide su un processo imitativo: Cristo ha fatto così. Dunque i cristiani non possono fare diversamente, perché ciò sarebbe come contraddire il Maestro. Nello stesso tempo, l’imitazione di Cristo deve avere i caratteri della massima spontaneità e in nessun modo deve presentarsi come un giogo insopportabile: “Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza” (2 Cor 9,7). Chi allora percepisce come un peso o come un obbligo le esigenze della vita cristiana ha ancora un po’ di strada da fare e alcune maturazioni da acquisire.La comunità cristiana deve quindi occuparsi dei poveri, ma deve farlo con accuratezza e discernimento. Un importante avvertimento a questo riguardo proviene dalle lettere pastorali: “Se qualche donna credente ha con sé delle vedove, provveda lei a loro e non ricada il peso sulla chiesa, perché questa possa venire incontro a quelle che sono veramente vedove” (1 Tm 5,16). Qui è presa in esame una categoria possibile di bisognosi, che è quella delle vedove. La comunità cristiana deve farsi carico della debolezza e dei bisogni delle vedove, ma con l’accortezza di distinguere le vedove che sono bisognose da quelle che non lo sono. Insomma, si vuol dire che sulla comunità cristiana non devono gravare quei poveri che hanno già nella loro famiglia, o in qualche altro ambito, il sostegno alla loro indigenza; infatti la comunità cristiana non ha delle sostanze capaci di moltiplicarsi: per i poveri la comunità destina un fondo cassa che non può essere illimitato, e perciò sarebbe davvero grave se parte di questi fondi andasse nelle mani di chi ha anche altre risorse per vivere.

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