"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Questa affermazione di Cristo è stata a lungo fraintesa, e ha fatto persino pensare, a chi ignora l’insieme delle Scritture, che il cristianesimo sia una religione fatta di gente triste e musona. Sappiamo bene che, se si prende una frase biblica e la si legge da sola, fuori dal contesto si può interpretare come si vuole. La beatitudine acquista il suo vero senso solo se collocata sullo sfondo del panorama biblico. Per la Bibbia, la gioia e l’allegria non sempre sono un valore; vale a dire: ci sono casi in cui la gioia scaturisce dalle esperienze migliori della vita, mentre in altri casi l’allegria è sinonimo di superficialità e di stoltezza. Nella stessa maniera, anche il dolore e l’afflizione per la Bibbia sono delle realtà ambivalenti: c’è il dolore che porta alla sapienza e che quindi rende migliore l’uomo, liberandolo dalle sue stupidità, e c’è il dolore che invece porta alla ribellione e alla disperazione. Sarà opportuno fare qualche riferimento specifico: il profeta Geremia descrive se stesso nell’atto di scegliere quale gioia sperimentare: “Quando le tue parole mi vennero incontro le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore… Non mi sono seduto per divertirmi nelle brigate di buontemponi, ma spinto dalla tua mano sedevo solitario” (15,16-17). Geremia sente con chiarezza che c’è differenza tra gioia e gioia, e che bisogna saper scegliere di che gioia gioire. Avendo gustato la parola di Dio, le brigate di buontemponi non lo divertono più. I libri sapienziali spiegano in diverse maniere che non si può evitare l’esperienza del dolore, se si vuole giungere alla sapienza: la sapienza si comunica dopo aver messo alla prova l’uomo giusto (cfr. Sir 4,17-19). Qoelet afferma che il cuore del saggio è in una casa in lutto (7,4) e ne dà la motivazione in questi termini: “E’ meglio andare in una casa in pianto che andare in una casa in festa; perché quella è la fine di ogni uomo e chi vive ci rifletterà” (7,2). In termini simili lo stesso concetto viene ripreso dal Salmo 90 (89): “Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore” (v. 12). L’esperienza sofferta del proprio limite umano è il vestibolo della sapienza. Anche la prima di Pietro va in questa linea: “Dopo una breve sofferenza, Dio vi confermerà” (1 Pt 5,10). Lo stesso Cristo, in quanto uomo, ha raggiunto la pienezza della sua maturità mediante la sofferenza (cfr. Eb 2,10). L’Apostolo Paolo distingue anche lui due modi di essere tristi: “La tristezza secondo Dio produce il pentimento che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte” (2 Cor 7,10). Analogamente, vi sono pure due modi totalmente diversi di rallegrarsi; vi è l’allegria dello stolto: “Guai a voi che ora ridete” (Lc 6,25), ma vi è pure l’esultanza del saggio: “Il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore” (Lc 1,47).Il vero senso della beatitudine dell’afflizione va quindi cercato in quel particolare tipo di sofferenza, di cui le Scritture dicono che porta alla scoperta della sapienza e introduce nell’esperienza della salvezza.

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