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Quando un cieco crede di vederci

Strettamente connesso al tema precedente è il problema del discernimento dei falsi profeti. La sezione che prendiamo ora in considerazione è 7,13-27, con l’aggiunta di  6,22-23, pericope dedicata al medesimo tema, anche se decentrata.La pericope 6,22-23 intende sottolineare l’importanza cruciale del discernimento. L’argomentazione è presentata in forma allegorica: l’occhio è la lucerna del corpo. Di fatto, l’occhio non ci vede per se stesso, è il corpo che ha bisogno dell’occhio per essere nella luce. E posto che la luce esterna sia piena, ciò non giova alla persona se è guasto l’organo della vista, ed essa si trova necessariamente nel buio anche in pieno giorno. Ripensando a questa allegoria, dopo avere letto l’avvertimento relativo ai falsi profeti, il discorso si può tradurre in questi termini: la facoltà di discernimento è per l’anima ciò che l’occhio è per il corpo. Una persona priva di discernimento è paragonabile a un cieco che si muove nel buio, anche in pieno giorno, con l’aggravante - aggiungiamo noi – che, a differenza del cieco, che di solito è cosciente della sua infermità, chi manca di discernimento è sempre convinto di vederci molto bene. Per questa ragione l’AT dice a chiare lettere che la caratteristica principale dello stolto è quella di credersi saggio (cfr. Pr 3,5-7 e 26,12), e anche l’insegnamento di Gesù si muove in questa linea (cfr. Gv 9,39-41). Il risultato è quello di precipitare in una fossa, quando un cieco, che crede di vederci, si fa guida di un altro cieco (cfr. Mt 15,14). La mancanza di discernimento è quindi una forma di oscurità ancora maggiore della cecità materiale; in questo senso va compresa l’esclamazione conclusiva dell’allegoria: “Quanto grande sarà la tua tenebra!” (v. 23).

I criteri di discernimento  (7,13-27)

Il discepolo si muove tra molte insidie, perché il mondo non ama ciò che non è suo (cfr. Gv 15,18-19). Le insidie che il discepolo deve affrontare non sono mai evidenti o superficiali, e sono tanto più pericolose quanto più sono nascoste. Per questo il Maestro ha dato ai suoi discepoli i criteri più basilari del discernimento già all’inizio del suo ministero. Tentiamo allora di isolarne i nuclei principali:

1.      Il criterio delle due vie (vv. 13-14).

Compare nel testo ai vv. 13-14. Si tratta del primo e più evidente segno di appartenenza allo Spirito di Dio: la via stretta. Il discepolo sospetta di tutto ciò che si presenta troppo convincente per la logica umana. La “porta larga” altro non è che il simbolo di ciò che viene dal mondo. Proposte, idee, teorie, iniziative, esperienze troppo vicine al pensiero dell’uomo naturale e convincenti perché in sé accettevoli e gradite alla natura umana, per quanto possano sembrare buone in apparenza, devono essere vagliate a fondo, prima di essere accolte come volute da Dio. Ciò che è genuinamente evangelico ha infatti due caratteristiche inconfondibili: non è modellato sulla natura umana (cfr. Gal 1,11); ha un margine di non conoscenza che richiede di abbandonarsi a Dio nella fede (cfr. Gv 14,1 e16,12). Al contrario, la falsa profezia, da cui il discepolo deve guardarsi, è gradevole alle inclinazioni della natura e della logica dell’uomo, ed è piena di evidenze e di deduzioni stringenti, che quasi rendono superflua la fede intesa come abbandono fiduciale.

2.      Il criterio dei frutti (vv. 15-20).

Non si raccoglie uva dalle spine né fichi dai rovi. L’allegoria è chiara: l’apparenza della persona non dice tutta la verità sui contenuti interiori e sugli obiettivi che uno persegue; occorre aspettare e osservare l’evoluzione di una persona, per poter avere un’idea circa la sua opzione fondamentale. E’ insomma l’esito della vita quotidiana ciò che permette di verificare le manifestazioni esteriori dell’uomo. Gesù afferma a chiare lettere l’esistenza di “lupi travestiti da agnelli”, per mettere in guardia il discepolo, che di solito è semplice nell’animo e tende a proiettare sugli altri la propria rettitudine, pensando che tutti sono buoni e onesti come lui. Specie se qualcuno, nella sua veste esteriore, si presenta vistosamente animato da nobili propositi. Il discepolo è avvertito di non trarre alcuna rapida conclusione da ciò che si vede esternamente; Satana, infatti, può talvolta infiltrare qualche suo ministro, perfettamente mimetizzato (ossia: “in veste di agnello”) tra i discepoli di Cristo, per creare disorientamento e divisione; perciò, se si vuole discernere uomo da uomo e persona da persona, occorre fare come si fa con le piante, che non si giudicano dalle loro apparenze: si aspetta che diano un frutto e poi da esso si risale alla utilità della pianta.

3.       La personificazione della Parola di Dio (vv. 21-27).

Questo criterio di discernimento della persona è strettamente connesso a quello precedente; in certo senso ne è una specificazione. Il v. 21: “Non chi dice Signore, Signore, entrerà nel Regno dei Cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio”, suggerisce l’idea che il linguaggio di una persona possa essere totalmente in contrasto con la sua vita, e può succedere che persino chi apparentemente prega molto (l’espressione “Signore, Signore”, utilizzata da Cristo sembra alludere proprio alla preghiera più che a un discorso rivolto agli uomini) possa vivere in dissonanza con l’immagine di se stesso che egli dà agli altri. Anzi, alla luce di uno dei tratti interiori fondamentali del discepolo, quel tratto di nascondimento e di fuga dal protagonismo, di cui abbiamo parlato, bisogna dire che un atteggiamento vistosamente pio e devoto deve sempre far sospettare. Nel suo rapporto con Dio, il discepolo autentico ha infatti molto pudore, e ne lascia intravedere solo quegli aspetti che, per una serie di circostanze, non può nascondere. Un atteggiamento di devozione che attira lo sguardo, è già in se stesso quantomeno strano e mette a disagio il vero discepolo.La preghiera, in quanto atteggiamento esterno, non è l’unico aspetto falsificabile dell’esperienza religiosa. Satana può falsificare molto di più. Può falsificare anche ciò che non sembrerebbe falsificabile: il potere di scacciare il demonio e la facoltà di compiere miracoli (v. 22). Sembrerebbe incredibile, ma neppure di chi è in grado di scacciare i demoni può dirsi con assoluta certezza che il lui operi lo Spirito di Dio. L’inganno di Satana è così sottile che può imitare perfettamente tutto ciò che ha apparenza esterna di santità. Perfino i miracoli. I maghi di Egitto infatti non hanno alcuna difficoltà a ripetere i “segni” operati da Mosè, o almeno una parte di essi. Anche per questo il faraone si indurisce ulteriormente: perché non riesce a distinguere tra il “segno” di Dio e la sua contraffazione diabolica. Solo nell’ultimo giorno saranno smascherate tutte le imposture (v. 23).Anche in questi casi di difficile discernimento, l’unica possibilità di non cadere nel tranello è quella di osservare con attenzione l’esito della vita delle persone. Chi vive nell’inganno e nell’impostura, per quanto possa imitare esternamente alla perfezione una virtù che non possiede, non può certamente imitare la stabilità che contraddistingue colui che la virtù evangelica la possiede davvero. Dinanzi al momento di prova, che arriva per tutti prima o poi, “soccombe chi non ha l’animo retto” (Ab 2,4). La virtù cristiana si può solo imitare indossandola come si indossa un abito, ma nel momento in cui quella virtù deve sostenere la persona nella bufera della tentazione o della sofferenza, resta in piedi solo il vero cristiano, ossia colui che è realmente sostenuto dalla forza dello Spirito. Tutti gli altri vengono spazzati via. E in un certo senso è un bene, perché Dio fin da ora ha iniziato una cernita nel seno della Chiesa (cfr. 1 Pt 4,17). Il giudizio finale la porterà a compimento.Ritorna così l’avvertimento che concludeva la pericope precedente: “dai loro frutti dunque li potrete riconoscere” (v. 20). In questa finale del discorso della montagna, i “frutti” che distinguono i veri discepoli da quelli che invece ne imitano solo i comportamenti esterni, sono soprattutto costituiti dalla “stabilità” dimostrata nelle bufere della vita, come chi costruisce la sua casa sulla roccia. Il discepolato cresce nella autenticità tanto quanto l’insegnamento del Maestro è “personificato” e non lasciato andare a vuoto. La figura veterotestamentaria che prelude al discepolato cristiano è Samuele, di cui si dice che “non lasciò andare a vuoto una sola delle parole del Signore” (1 Sam 3,19). Chi in tal modo trasforma la Parola di Dio in sostanza della propria vita è come uno che, nonostante pioggia torrenziale, straripamento di fiumi e uragani, rimane in piedi, saldo nelle fondamenta della sua casa. Ci sembra di udire l’eco delle parole del libro dei Proverbi: “La Sapienza grida per le strade, nelle piazze fa udire la sua voce… volgetevi alle mie esortazioni e io effonderò il mio Spirito su di voi… Sì, lo sbandamento degli inesperti li ucciderà e la spensieratezza degli sciocchi li farà perire, ma chi ascolta Me vivrà tranquillo e sicuro dal timore del male” (cfr. 1,20-32).

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