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Questa sezione sul tema della divina Provvidenza si estende fino alla fine del capitolo sesto, abbracciando i vv. 19-34. L’insegnamento si apre con l’esortazione a trasferire i propri tesori in cielo, dal momento che ciascuno ha il cuore dove ha il suo tesoro (cfr. v. 21). Solo dopo ci viene detto che la vita del discepolo somiglia a quella degli uccelli e dei gigli, i quali non attendono nulla dagli uomini: pensa Dio a vestirli e a nutrirli, senza che essi debbano accumulare alcunché. Ci sembra estremamente significativo il fatto che l’esortazione alla fiducia nella Provvidenza di Dio sia preceduta da un’altra esortazione: quella di trasferire i propri tesori in cielo. E’ come dire che solo chi ha già trasferito i propri tesori in cielo può avere la disposizione adeguata per attendere da Dio un intervento salvifico nella propria vita. Il senso della fiducia nella Provvidenza verrebbe ingiustamente impoverito se si pensasse che l’intervento benefico di Dio nella vita del discepolo sia da limitarsi al cibo e al vestito. Cristo fa riferimento al cibo e al vestito non per ridurre gli ambiti dell’intervento di Dio, ma solo perché ciò è in linea logica con la duplice similitudine da Lui usata: gli uccelli (cibo) e i gigli (vestito); infatti, quando il Maestro esce dal confine delle sue similitudini, per parlare chiaro dice: “Non affannatevi dunque per il domani” (v. 34). Si comprende qui che il “domani” ingloba per la persona le ansie umane prese nella loro globalità, e ciò ci porta necessariamente fuori dall’ambito puramente corporeo, che è solo una parte di tutto ciò che l’uomo progetta (o teme) per il suo domani. Possiamo così fissare i primi punti fermi di questo insegnamento: nessuno può fidarsi totalmente di Dio, se prima non ha trasferito i propri tesori in cielo; fidarsi totalmente di Dio implica l’attesa delle sue azioni salvifiche per il mio “domani”, che non posso far dipendere solo dalle mie risorse (o da quelle degli amici).

Il trasferimento dei propri tesori in cielo

La chiave per la comprensione di questo trasferimento va cercata innanzitutto all’interno del discorso di Gesù, e precisamente al v. 33: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. Il passaggio dei tesori in cielo si produce quindi sul piano dell’intenzionalità. L’imperativo iniziale “cercate”, allude al fatto che la vita quotidiana di ogni persona somiglia a una continua ricerca, perché tutte le nostre azioni hanno sempre una precisa finalità. Quando si agisce, si intende sempre conseguire qualcosa. Il discepolo si distingue proprio al livello dell’intenzionalità dei suoi atti. Mentre tutti gli altri fanno le cose che fanno per il risultato immediato che ne deriva, il discepolo fa quello che fa nello spirito di un sacrificio offerto a Dio. Per fare un esempio banale, ma forse utile a meglio intenderci: tutti nella vita svolgono un mestiere, e questo mestiere permette a ciascuno di vivere. Nessuno pensa che il lavoro quotidiano abbia anche un altro significato. I migliori tra gli uomini pensano che il lavoro sia anche un contributo al buon andamento della vita sociale. Ma il discepolo supera anche questa prospettiva per andare oltre. Il discepolo pensa che il suo lavoro quotidiano sia utile al regno di Dio. “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia” significa infatti mettere il regno come intenzione e come finalità in ogni atto della giornata, anche in quei gesti che “sembrano” così trascurabili e piccoli da non avere alcuna attinenza con il regno di Dio. La vita stessa del discepolo, se nell’intenzione è orientata al regno di Dio, acquista un valore molto grande per il regno e l’acquista nella sua totalità, nei grandi e nei piccoli gesti, nella veglia come nel sonno. E’ insomma l’intenzione con cui si agisce ciò che trasfigura tutto quel che si fa. Non bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze, o da opere eroiche che sembrano ottenere chissà quali risultati. Il Vangelo è chiaro: “Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione” (Lc 17,20). E l’Apostolo Paolo: “Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono” (1 Cor 1,27-28).

Il discepolo vive già “eroicamente”, ossia servendo Dio con tutto se stesso, allorché la sua intenzionalità quotidiana volge tutto il proprio essere verso il Regno. Le sue opere si trasformano immediatamente e, anche quando non hanno risultati visibili nel concreto, davanti a Dio, che ne è a quel punto il diretto destinatario, sono sempre un nuovo tassello che va a collocarsi nella Gerusalemme celeste.In definitiva, le azioni del discepolo somigliano molto ai pani e ai pesci del miracolo della moltiplicazione: non sarebbero serviti a un bel niente, se i discepoli non li avessero prima portati a Cristo. E’ Lui che li rende idonei a sfamare una intera moltitudine. In questo senso va interpretata la frase di Gesù in Mt 14,18: “Portatemeli qua”: Cristo vuole ricevere le nostre piccole azioni per convalidarle dinanzi al Padre, ed è la nostra intenzionalità che glielo permette.

L'attesa delle azioni salvifiche di Dio

La fiducia nella divina Provvidenza non va intesa innanzitutto come una risposta divina alle necessità corporali dell’uomo; o comunque non è solo questo. Certo, per il discepolo anche il cibo materiale è dono di Dio e non puro risultato della fatica quotidiana, ma l’attesa della Provvidenza include tutti i possibili interventi di Dio in tutte le sfere della esistenza personale. Quando Gesù dice “il domani avrà già le sue inquietudini” (v. 34), si riferisce globalmente a tutto ciò che supera il controllo o la previsione dell’uomo.

Nelle difficoltà della vita quotidiana, piccole o grandi, ma specialmente in quelle grandi, la persona ha diverse possibilità. Alcuni fanno come fece Saul, allorché Davide dimostrò coi fatti di essere più abile in combattimento. Dinanzi all’oggettiva superiorità di Davide, Saul si irritò al punto da volerlo eliminare (cfr. 1 Sam 18,8-12); fanno così quelli che, confidando solo nelle proprie risorse, si sentono perduti, quando qualcuno li supera in bravura. Non sopportano infatti la conoscenza dei propri limiti e sanno solo ribellarsi. Altri fanno come Elia dopo lo scatenamento dell’ira di Gezabele: “Si inoltrò nel deserto… desideroso di morire di morire disse: Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”. Sono coloro i quali pensano che le avversità della vita li abbiano già sconfitti, o che le potenze del male siano più forti del bene, e si arrendono. A quel punto ci vuole un intervento di Dio per svegliarli, come appunto accadde a Elia (cfr. 1 Re 19,1-8). Altri ancora fanno come la donna di Sunem, alla quale era morto il figlio: partì di corsa a cercare il profeta Eliseo, senza neppure spendere un minuto per dare spiegazioni al marito. Lo stesso fanno tutti i personaggi del Vangelo che non badano a sacrifici e a rinunce, pur di ottenere da Cristo la guarigione del corpo o dello spirito. Così Zaccheo che sale sull’albero pur di vederlo (cfr. Lc 19,2-7), così la peccatrice che sfida gli sguardi malevoli dei commensali pur di piangere sui piedi di Cristo e sentire il balsamo del suo perdono (cfr. Lc 7,36ss). Così tanti altri, che non reputano la loro situazione così disperata da non potere essere ricostruita da Colui che fa nuove tutte le cose. Questi sono coloro che hanno capito cosa significa confidare nella divina Provvidenza: significa scoprire che nessuna delle proprie vie è un vicolo cieco, ma che tutte le vie sono aperte verso la perfezione cristiana, anche se sembrano strade chiuse. Le strade chiuse infatti sono tali solo per chi non crede. Ma per chi crede e vive nello Spirito, ogni orizzonte si apre, e non importa se l’orizzonte talvolta ha la forma di una croce: “Tutto coopera al bene di coloro che amano Dio… Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?… né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire… ci potrà separare dall’amore di Dio” (Rm 8,28.31.38).

In sostanza, colui che confida nella divina Provvidenza lascia sempre uno spazio all’intervento di Dio nella propria vita e nel proprio “domani”, per quanto buio possa esserci. Questo atteggiamento corrisponde esattamente allo sviluppo della speranza teologale. Fiducia nella Provvidenza è quindi sinonimo di liberazione da ogni sistema chiuso nel quale l’uomo si va a cacciare, quando cade nell’illusione dell’autosufficienza. Ciò va ben al di là della semplice attesa del pane quotidiano o del vestito. E’ in gioco molto di più: l’ampio respiro di chi cammina col Dio vivente, o l’asfissia e la disperazione di chi, anche se professa con le labbra la nostra stessa fede, si è tuttavia collocato al centro di un sistema chiuso. Nella categoria di quello che abbiamo definito “sistema chiuso” bisogna includere non soltanto lo stile di vita di chi, per la sua poca fede, non ha aspettative da parte del Signore o non ritiene che Dio possa intervenire laddove l’uomo ha toccato il fondo delle sue risorse, e continua ad annaspare come uno che affonda nelle sabbie mobili, ma bisogna includere anche la tendenza all’isolamento di colui che, per la medesima mancanza di fede, non è capace di affidarsi, nel momento del dolore, alla preghiera della comunità cristiana, alla sua solidarietà, al suo amore, e al discernimento e consiglio dei suoi pastori. Non per niente il v. 24 ci ammonisce: “Nessuno può servire a due padroni”. Certo, in primo luogo questa frase significa che non c’è compatibilità tra la dottrina di Cristo e le filosofie del mondo, e che un discepolo non può trovarsi contemporaneamente su entrambi i fronti, ma significa anche che la fede, per essere autentica, deve essere completa: chi crede in Dio deve credere anche in Cristo (Gv 14,1); chi crede in Cristo deve credere anche nella apostolicità della Chiesa e nella autorità carismatica del sacerdozio (cfr. Mt 10,40; Lc 9,1; 10,16).

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