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Siamo al secondo nucleo tematico del lungo discorso sui tratti etici e sulle virtù del discepolato. Qui Cristo annuncia un elemento distintivo tra il discepolato ebraico e quello cristiano. Ai propri discepoli, Cristo chiede una “giustizia superiore”. E’ di estrema importanza la comprensione di questa giustizia diversa da quella ebraica e soprattutto dei modi in cui va realizzata. Tutta la sezione finale del cap. 5 è dedicata alla promulgazione solenne di una nuova giustizia, e precisamente a partire dal v. 21, cui funge da introduzione l’enunciato del v. 17: “Non pensate che Io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento”. La giustizia nuova consiste, in sostanza, nel condurre l’antica alla sua ultima perfezione, al suo definitivo compimento. Il Vangelo allora non dichiara nullo il Decalogo. Ma in che modo lo perfeziona? A questa domanda si potrà rispondere solo dopo avere analizzato attentamente i vv. 21-48. Per dare però fin da adesso una chiave di lettura della sezione che stiamo per analizzare, si può dire brevemente che la giustizia superiore realizzata dal discepolo consiste non nell’applicazione materiale dei singoli comandamenti della Legge di Mosè, ma nel risalire dalla Legge di Mosè all’intenzionalità della Mente di Dio. Cosa questo voglia dire esattamente si vedrà dai vv. 21-48.

Avete inteso… ma Io vi dico

L’intera sezione dei vv. 21-48 è costruita su una serie di opposizioni. L’espressione ricorrente “Avete inteso…” si riferisce in parte al Decalogo e in parte ad altre sezioni legislative del Pentateuco, quali Numeri e Deuteronomio. Con l’espressione “Ma Io vi dico…”, Cristo non intende enunciare un’altra legge diversa da quella, ma intende spiegare che dietro quel precetto c’è una precisa intenzione di Dio, ed è quella che va osservata aldilà di ciò che il comandamento materialmente dice. Il discepolato degli scribi e dei farisei si fermava all’applicazione “materiale” di ciò che il comandamento di Dio diceva a livello letterale. Il discepolato cristiano deve invece penetrare dal senso letterale delle Scritture fino alle intenzioni di Dio, e osservare quelle al di sopra della lettera.La prima opposizione prende le mosse dal comandamento che letteralmente suona così: “non uccidere”. Chi interpreta questo comandamento “alla lettera”, come facevano i farisei del tempo di Gesù, penserà che qui Dio intenda vietare a un uomo di togliere la vita a un altro uomo. E certamente è così; ma è tutta qui l’intenzione di Dio? Ha osservato il comandamento di non uccidere colui che non ha mai ucciso nessuno? Spiegando il senso di questo comandamento, Cristo fa intendere che il comandamento non riguarda solo l’uccisione “fisica” dell’uomo, ma riguarda anche l’uccisione della sua persona e della sua dignità. Così il comandamento è già trasgredito negli atteggiamenti dell’ira e del disprezzo, che uccidono la persona nel cuore, anche se non fisicamente. L’osservanza del comandamento “non uccidere” si realizza quindi nell’accoglienza mite e incondizionata degli altri, così come sono, senza ira e senza disprezzo. In questa linea, i vv. 23-26 indicano un’ideale di pacificazione che è alla base di un culto gradito a Dio, dal momento che non possono essere accolte presso Dio le orazioni e le offerte di chi non è in pace con gli altri. E’ pure ovvio che ciò va inteso alla luce di quanto abbiamo detto sulla riconciliazione a proposito della beatitudine dei misericordiosi.La seconda opposizione riguarda il comandamento “non commettere adulterio”. A livello letterale il comandamento proibisce il rapporto sessuale con una donna che non è la propria moglie, ma è tutta qui l’intenzione di Dio? Il Maestro dice che Dio non intendeva solo questo. Infatti è possibile essere adulteri già guardando una donna in un certo modo. I farisei pensavano che l’adulterio si possa commettere solo con il corpo, unendosi fisicamente a una donna che non è la propria moglie, Cristo svela che, dal punto di vista di Dio, esiste anche un adulterio commesso “nel cuore”. Sarà opportuno fermarci un po’ su questa interpretazione dell’adulterio, come atto commesso “nel cuore”, perché l’insegnamento di Cristo su questo punto riguarda anche una nuova visione del rapporto dell’uomo con la propria moglie.Rileggiamo l’enunciato: “Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma Io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (vv. 27-28). Ci troviamo di fronte a un riferimento al cuore che si può accostare a quello della risposta ai farisei in Mt 19,8. Il fallimento dell’amore umano è causato da qualcosa che non funziona nelle profondità del cuore. Da questa malattia del cuore nascono sia l’adulterio che il divorzio, fenomeni non previsti nella creazione uscita dalle mani di Dio “all’inizio” (Mt 19,8-9). Il Creatore aveva pensato all’inizio l’amore umano come una unità di due esseri “simili” (cfr. Gen 2,18); questo significa che per formare una coppia, che possa realizzare davvero l’amore, non basta che l’uomo e la donna si piacciano reciprocamente, ma è soprattutto necessario che abbiano lo stesso cuore.“Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma Io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (vv. 27-28).

Dal racconto di Genesi, come già dicevamo, si può desumere che l’amore umano può realizzarsi davvero solo quando l’uomo e la donna, oltre a piacersi reciprocamente sul piano umano, abbiano anche lo stesso cuore, cioè abbiano impostato la vita sulle stesse basi e sugli stessi valori. Al tempo del fidanzamento questa realtà non si comprende, ma la comprendono le coppie mature, quando, dinanzi a certe scelte importanti della vita, si accorgono che gli orientamenti delle loro coscienze sono diversi. Questo era ciò che Dio non voleva ed è uno degli aspetti della “malattia del cuore” che impedisce all’uomo e alla donna un’esperienza d’amore veramente piena e felice. E’ questa mancanza di intesa profonda degli animi ciò che, col tempo, porta uno dei due, o tutti e due, a cercare un altro uomo o un’altra donna, capace di capire il proprio animo in profondità. Da qui possono nascere l’adulterio o il divorzio. La diversità delle coscienze è anche la causa dell’incomprensione e della incomunicabilità.Un secondo guasto del cuore, che impedisce un’esperienza piena d’amore, all’interno della coppia, è rappresentato dalla tendenza a scindere il corpo della persona, con la conseguenza di una sessualità nella quale si incontra il corpo del proprio partner, ma non la sua persona. L’adulterio commesso “nel cuore” ha a che vedere con questa forma di malattia spirituale, il cui sintomo è la separazione della persona dal suo corpo. Cristo parla di un certo modo di guardare “una donna”, lasciando nel vago l’identità di lei. Con il termine “una donna”, Cristo si riferisce genericamente a ogni donna possibile che cade sotto lo sguardo di un uomo. Ne risulta che la donna a cui si rivolge il desiderio dell’uomo che la guarda in quel modo, può essere anche una sconosciuta. Il che sottolinea un desiderio che non può rivolgersi alla persona (che è sconosciuta), ma che deve necessariamente rivolgersi solo al suo corpo. Guardare la donna per desiderare solo il suo corpo implica perciò una riduzione dell’universo femminile da soggetto personale a oggetto di fruizione. Ecco che a questo punto la donna ha cessato di essere per l’uomo il secondo termine di un’alleanza personale, ossia: nel cuore dell’uomo il corpo della donna si è separato dalla sua persona, ed è diventato un oggetto indipendente. L’espressione generica “una donna” ha anche un altro risvolto. “Chiunque guarda una donna…”, è una frase che può avere come personaggi ogni uomo e ogni donna. Il che significa che la donna guardata in quel modo può essere una sconosciuta, ma può essere anche la propria moglie. Il Maestro infatti non specifica “Chiunque guarda una donna che non è sua moglie…”, ma semplicemente “Chiunque guarda una donna…”. All’uomo può dunque succedere di guardare con quello stesso sguardo, che riduce la donna da soggetto a oggetto, anche la propria moglie. Accade così che, pur nella legittimità del sacramento validamente celebrato, l’uomo e la donna possono allontanarsi notevolmente dalle intenzioni del Creatore. Ecco perché, nel discepolato, la giustizia dei farisei, cioè l’osservanza puramente materiale dei comandamenti, non basta più; occorre infatti una profonda guarigione del cuore per osservare le esigenze delle intenzioni di Dio. I vv. 29-30 esprimono poi il cammino cristiano nelle sue concrete difficoltà. In altre parole, il passaggio dall’osservanza materiale dei comandamenti all’osservanza delle intenzioni di Dio, è, sì, un dono di grazia, ma è anche frutto di impegno e di conquista sofferta. L’idea di ascesi e di violenza verso se stessi, espressa dai vv. 29-30 non va quindi presa alla lettera: anch’essa va intesa nel suo “spirito”. E il suo “spirito” descrive un cristianesimo che è dono, ma non un dono ricevuto passivamente. Il dono di Dio, per fruttificare in pieno, ha bisogno di essere accolto in animi forti, che non temono la fatica e la sofferenza, pur di giungere alla statura dei figli di Dio.I vv. 31-32 si riallacciano alla questione dell’amore umano deformato a causa dei guasti del cuore, riprendendo la normativa ebraica del divorzio. La legge ebraica, sulla base di Dt 24, ammetteva la possibilità del divorzio. Il Maestro nega che ciò corrisponda alla volontà di Dio, ossia alla sua intenzione originaria; ad ogni modo, la questione verrà affrontata più ampiamente in una disputa coi farisei in Mt 19,3-9.“Avete inteso che fu detto: Non spergiurare ma adempi i tuoi giuramenti; ma Io vi dico: non giurate affatto” (vv. 33-34).

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