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Nell’AT era in uso la consuetudine dei giuramenti, e si poteva giurare anche su Dio, purché non si giurasse il falso. Possiamo ricordare molti episodi fin dall’epoca patriarcale. Nel dialogo tra Abramo e Abimelech, quest’ultimo dice: “Giurami qui per Dio che tu non mi ingannerai”. Rispose Abramo: “Io lo giuro” (Gen 21,23). Il libro del Levitico considera lecito il giuramento veritiero: Lv 19,12: “Non giurerete il falso”. Il Deuteronomio prescrive persino il giuramento fatto nel nome di Dio: “Temerai il Signore Dio tuo e giurerai per il suo nome” (6,13). Cristo si riferisce indubbiamente a questa consuetudine di giurare nel nome di Dio, che non era solo un modo di fare comune agli israeliti, ma era anche un precetto della Legge mosaica. Di conseguenza, l’israelita giurava nel nome di Dio con l’intenzione di ubbidire a un preciso comando del Deuteronomio. Anche in questo caso il giudizio di Cristo sulla Legge di Mosè è al limite dello scandalo: “non giurate affatto” (Mt 5,34). In sostanza, l’AT, e in particolare il Pentateuco, non è sempre uno specchio fedele della Volontà di Dio. Anzi, in questo caso l’intenzione di Dio è un’altra: Egli non vuole che l’uomo pronunci giuramenti nel nome di Dio, anche se sono giuramenti veritieri, perché “il cielo è il trono di Dio” (cfr. v. 34), ossia: l’uomo non deve giurare per ciò che è più grande di lui. Il fatto di non pronunciare giuramenti nel nome di Dio è una forma di rispetto della sua Maestà. Non solo: il discepolo non deve giurare per nessuna creatura, perché non è padrone di niente, e quindi non deve giurare neppure per se stesso, perché non è padrone neppure dei suoi capelli. Più avanti dirà che “perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati” (Mt 10,30), per dire che Dio sa tutto di noi, anche le cose che noi non sappiamo di noi stessi.

A questo insegnamento si aggancia poi l’esortazione alla sobrietà del linguaggio, a cui il Vangelo ci porta spesso con messaggi sia espliciti che impliciti: “Il vostro parlare sia sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (v. 37). La sobrietà del linguaggio è uno degli aspetti della saggezza evangelica. E’ saggio colui che non si illude più di poter cambiare le situazioni e le persone a forza di parole. La parola umana non serve a niente in un contesto in cui non c’è alcuna disponibilità al confronto come non serve con chi ritiene già di avere la verità tutta intera. Insistere nel dialogo è pura stupidità. Il linguaggio del discepolo è dunque un linguaggio essenziale, ossia un linguaggio usato per comunicare le cose più fondamentali, senza però affaticarsi nella costruzione di argomentazioni per dimostrare di avere ragione a chissà chi. Ogni complicazione o contorsione di linguaggio (e di pensiero) viene dal maligno. Arrivano a questa sapienza quei discepoli che capiscono il vero senso del silenzio di Cristo dinanzi a Erode e al sommo sacerdote. Avrebbe potuto fare un miracolo, come Erode gli chiedeva, e non lo ha fatto (cfr. Lc 23,8). Avrebbe potuto esporre a Erode un sunto della sua dottrina, visto che quello lo interrogava con molte domande (cfr. Lc 23,9), e non lo ha fatto. Avrebbe potuto anche al sommo sacerdote spiegare in poche battute il senso della propria missione, e non lo ha fatto, nonostante le insistenze di questi (cfr. Gv 18,19-22). Perché questo silenzio?

Un altro precetto mosaico giudicato negativamente da Cristo è quello riportato in Es 21,24: “Occhio per occhio, dente per dente”. Questo precetto è escluso dall’etica della nuova alleanza, perché presuppone la liceità della vendetta. Vale a dire: in un contesto sociale dove la vendetta era considerata un diritto della parte lesa, la legislazione dell’Esodo stabilisce un misura al vendicatore. La misura della vendetta deve essere pari alla misura dell’offesa. E’ proprio questo il senso della locuzione “Occhio per occhio, dente per dente”. Nella prospettiva cristiana Uno solo è Giudice e Vendicatore. Nessuno deve fare giustizia da sé, perché il Figlio ha compiuto già “ogni giustizia” (Mt 3,15) ed è stato costituito giudice universale dopo la sua risurrezione (cfr. Mt 25,31ss). Aspettiamo dunque da Lui ogni altra giustizia. Questa nuova disposizione introduce il discepolo in uno dei tanti aspetti della sua stupenda libertà: la libertà di chi non ha aspettative dall’uomo e lascia che ognuno faccia liberamente le proprie scelte. Senza interferire e senza tormentarsi perché gli altri fanno scelte diverse da quelle che mi aspetterei. Questo è il senso di non opporsi al malvagio, porgere l’altra guancia, dare anche il mantello a chi vuole toglierti la tunica. Sono manifestazioni di libertà, come quella del padrone della vigna verso l’operaio della prima ora: “Prendi il tuo e vattene!” (Mt 20,14). I vv. 39-42 non vanno però interpretati come un invito a lasciare libero spazio ai malvagi, così che facciano quello che vogliono. Il cristiano non è un vendicatore né un paladino, e in questo senso accetta gli altri così come sono, ma questo non comporta alcuna complicità coi malvagi. Nell’ambito della propria autorità e delle proprie competenze il cristiano non può prestarsi al gioco dei disonesti, e in quel caso deve opporsi. Per questo esiste una beatitudine dei perseguitati a causa della giustizia, che possono essere anche, tra gli altri possibili significati, coloro che si oppongono all’ingiustizia sociale e talvolta pagano di persona.

“Avete inteso che fu detto: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma Io vi dico: amate i vostri nemici” (5,43).L’insegnamento che generazioni e generazioni di ebrei avevano avuto fino a quel momento, viene radicalmente trasformato: dalla liceità della vendetta, e quindi di un odio giusto verso il nemico, si passa, nel discepolato cristiano, a una disposizione di rinuncia a farsi giustizia da sé. Chi non si fa giustizia da sé è colui che ha cessato di odiare i propri nemici, pur non potendo impedire loro di continuare a essergli ostili. Il fondamento di questa trasformazione dell’approccio verso i nemici non è desunto da un insegnamento esplicito dell’AT, ma è desunto, al pari di tutti gli altri atteggiamenti specifici del discepolato cristiano, dal modello del comportamento di Dio. Adesso, nel nuovo ordinamento dell’era messianica, la perfezione che Dio si attende dai credenti non si misura più sulle esigenze di un codice legale, ma si misura sulla stessa perfezione di Dio replicata nel comportamento umano: “Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (5,48). E il comportamento di Dio è già evidente nei ritmi della natura: il sole e la pioggia non sono dati solo agli uomini che vivono nella sua paternità, ma a tutti, anche a coloro che lo bestemmiano (cfr. 5,45). Anzi, in questo nuovo ordinamento, assumere un comportamento diverso da quello di Dio, e selezionare le persone amando alcuni e detestando altri, corrisponderebbe a un atteggiamento da pubblicani o da pagani (cfr. 5,46-47).

Ma cosa significa amare tutti allo stesso modo? Si può dire che questo stile evangelico, ispirato dall’amore, consista soprattutto nel non escludere nessuno dalla propria solidarietà. Occorre però fare ancora alcune precisazioni. Il primo ed essenziale riferimento, a questo proposito, è rappresentato dalla parabola del “buon samaritano” (Lc 10,30ss). Gesù la racconta in risposta alla domanda posta da un dottore della Legge circa il significato esatto della parola “prossimo”, ossia, l’identità personale che si nasconde dietro questo concetto: “Chi è il mio prossimo?” (v. 29). Dall’insieme della parabola si comprende che la risposta del Maestro è la seguente: prossimo non è colui che mi è vicino, ma colui a cui io mi faccio vicino. Dunque, nessuno è il mio prossimo in virtù della sua posizione; ma ciascuno diventa “il mio prossimo” in quanto sono io che lo faccio diventare tale, nel momento in cui mi avvicino alla sua vita e mi rendo solidale con le sue sofferenze.

Ci dobbiamo chiedere ancora: questo atteggiamento incondizionato di solidarietà, deve essere applicato con tutti? Rispondere semplicemente di sì, sarebbe una soluzione molto superficiale a una domanda di questa portata etica. La risposta che ci sembra più conforme al Vangelo è la seguente: questo atteggiamento di incondizionata solidarietà va applicato a tutti coloro che corrispondono alle caratteristiche del personaggio presentato dalla parabola, cioè l’uomo che scende da Gerusalemme a Gerico. Quest’uomo è uno che incappa nei ladri. Non è dunque uno di quelli che si cacciano nei guai perché amano il pericolo, o perché sono soliti fare di testa propria, senza ascoltare i consigli di nessuno. E non è neppure uno che strumentalizza la sua sventura per averne dei vantaggi, generando compassione nel cuore degli uomini onesti, in modo da ottenere soldi o aiuti senza faticare e senza impegnarsi. Spesso, la solidarietà è in questi casi una forma più o meno grave di complicità con la gente che fa della carità della Chiesa la propria fonte di guadagno facile e abbondante. E’ quindi chiaro che, già nella formulazione della parabola del buon samaritano, prevedendo le molteplici forme di falsificazione dei bisogni, Gesù indica chiaramente quale tipo di sventura deve essere oggetto della solidarietà dei discepoli.

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