"C r i s t o   M a e s t r o"... i l  S i t o
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Qui il discepolo si può dire che tocchi il punto più vicino allo stile di vita realizzato personalmente dal Cristo storico. Gli uomini e le donne che sanno perdonare sono infatti coloro che gli somigliano di più. Non è la capacità di soffrire ciò che ci fa rassomigliare a Cristo: infatti, la sofferenza non ha neppure un valore evangelico, qualora sia sopportata da un animo non riconciliato, risentito o ribelle. La Misericordia di Cristo sgorga dal cuore stesso della sua sofferenza, cioè dalle ferite aperte della Croce, e perciò ogni misericordia autenticamente evangelica è sempre qualcosa che somiglia a un perdono che fluisce da una ferita aperta. La misericordia è un atteggiamento possibile solo a coloro che vivono nella sapienza della croce. Taluni dicono di non riuscire a perdonare, nonostante i loro sforzi; ed è vero. La causa è molto semplice: molti anni sono passati dal giorno del loro battesimo, ma essi sono rimasti fermi dove erano allora. Sono cresciuti solo fisicamente, e hanno acquisito un po’ di esperienza umana. Ma non sono cresciuti nella grazia battesimale. Hanno fatto come chi mette il pieno di benzina nella propria macchina e poi non parte.Il NT tocca molte volte questo tema, che non è secondario nella vita e nel pensiero del cristianesimo. Sarà quindi opportuno riprendere alcuni testi sull’argomento. Di nuovo dobbiamo sottolineare il carattere “imitativo” di questi atteggiamenti indicati ai discepoli, “imitativo” e non puramente “esecutivo”. Con ciò si intende dire che il discepolo, nelle sue scelte concrete, non è posto dinanzi a una lista di “buone maniere”, ma è posto dinanzi alla Persona del Dio di Israele, nel suo modo di entrare in relazione con l’umanità. Il discepolo deve in sostanza “replicare” lo stile dell’agire di Dio, e il suo comportamento, nella sfera delle relazioni interumane. Replicare lo stile di Dio significa dare un’idea visibile della personalità del Dio della rivelazione. Il discepolo è dunque una “rivelazione personale” di Dio alla portata degli uomini. E’ il modo di essere del discepolo che deve “dire” qualcosa di Dio, prima ancora delle sue singole azioni o delle sue singole parole. Sotto questo aspetto, l’atteggiamento della misericordia è un canale privilegiato di rivelazione, perché la Misericordia è appunto una nota costante dell’agire di Dio. Per comprendere tutta la portata di questa realtà, bisogna tenere presenti diversi passaggi della Scrittura. Già in epoca mosaica, nonostante gli aspetti rigidi del monoteismo ebraico, è chiaro che la Misericordia è l’attributo più radicale del Dio del Sinai, che pure fa la sua comparsa sulla cima del monte tra fulmini e terremoti. Dopo il peccato del vitello d’oro, preso dall’ira, Mosè spezza le tavole della Legge, ma Dio lo invita a salire di nuovo sul Sinai per riceverne un’altra copia (cfr. Es 32,19 e 34,1). Prima di dare a Mosè un’altra copia del Decalogo, Dio scende nella nube e proclama la propria misericordia, quasi correggendo l’ira di Mosè: “Il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia” (34,6). Dio presenta a Mosè un modello di comportamento non attraverso un codice, ma attraverso la semplice manifestazione del proprio modo di agire. Solo a questa condizione il Decalogo può essere letto sotto la sua giusta luce: non un codice impersonale di leggi, ma una traduzione, a dimensione umana, del modo di agire di Dio. Anche il Deuteronomio ci tiene ad affermare: “Il Signore, Dio tuo, è un Dio misericordioso” (4,3). Il Levitico sottolinea ripetutamente l’aspetto imitativo della Legge: “Siate santi, perché Io sono Santo” (11,44; 19,2; 20,7). L’AT, in generale, tende a equilibrare la misericordia di Dio con un altro attributo inseparabile, che è la giustizia: “Signore, giusto e misericordioso” (2 Mac 1,24); “buono, misericordioso e giusto” (Sal 112,4). In sostanza, si vuole affermare che la misericordia di Dio è sempre armonizzata con la giustizia, dal momento che nessun uomo ragionevole si sentirebbe di accettare un concetto di “misericordia” che chiudesse gli occhi sulla realtà, fingendo di non vedere l’ingiustizia umana e di non sentire il grido degli oppressi. La misericordia di Dio non è una dimenticanza del male e non è un tacito lasciapassare per la prepotenza. Perciò la Bibbia, proclamando che Dio è Misericordioso, precisa che Egli è contemporaneamente anche Giusto. La misericordia di Dio si personifica in maniera perfettissima nella fisionomia umana di Cristo. La sua misericordia si colloca nell’esatto equilibrio della giustizia. In nessun punto del Vangelo, Cristo è misericordioso senza rispettare la giustizia: la sua offerta di misericordia è fondata infatti sulla propria morte di croce, con la quale Egli ha già pagato il debito degli uomini con la divina giustizia. Se il peccatore può accedere al perdono di Dio e ritrovare la sua Paternità, ciò è possibile perché Cristo ha pagato sostitutivamente il suo debito con Dio. Questo è esattamente il senso delle parole che Egli pronuncia sul calice durante l’Ultima Cena: “Bevetene tutti, perché questo è il mio Sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati” (Mt 26,27-28). L’Apostolo Pietro, riprendendo un oracolo di Isaia, esprime proprio questa medesima idea nella sua prima lettera: “Dalle sue piaghe siete stati guariti” (1 Pt 2,25). La grazia della guarigione scaturisce in sostanza da un castigo che si è abbattuto su di Lui. In questa linea va pure interpretato il battesimo di penitenza che Egli riceve dal Battista, pur non avendo peccati personali di cui pentirsi: infatti Cristo ha assunto il peccato del mondo sulla sua natura umana, e sulla croce, distruggendo la propria natura, ha distrutto l’umanità peccatrice, per farla risorgere con Sé. Così, Egli può essere misericordioso senza essere complice.

Gli equilibri della giustizia sono osservati anche sotto un altro punto di vista: la sua misericordia non può operare la guarigione dell’uomo, se non è liberamente accolta. Questo significa che nessuno può giungere all’Amore di Dio a buon mercato, cioè senza la fatica e la determinazione volontaria del cammino di conversione. Sarebbe ingiusto se avvenisse diversamente.Al discepolo si richiede di essere misericordioso proprio in questo senso, essere cioè capace di intercedere per il peccato altrui (oltre che per il proprio), mantenendo intatti gli equilibri della giustizia, senza che la misericordia sia mai una complicità o una chiusura di occhi sul peccato.

La misericordia di Dio non è mai in contrasto con la giustizia, perché è data solo a chi decide di accoglierla nella propria vita, ma anche perché non è data a coloro che rifiutano di offrire misericordia al proprio prossimo. Questo aspetto della questione è bisognoso di alcune precisazioni. La beatitudine dei misericordiosi consiste infatti nella possibilità di trovare misericordia, ovviamente presso Dio. L’offerta della misericordia al proprio prossimo, però, non equivale a una riconciliazione in senso assoluto. Abbiamo affrontato altrove questa problematica, ma la riprendiamo qui nei suoi elementi essenziali, data l’importanza che riveste e i gravi fraintendimenti di cui è oggetto.Il primo e più grave fraintendimento consiste nel ritenere che il cristianesimo imponga una condizione di rapporti pacifici con tutti. Da qui i sensi di colpa di chi, avendo fatto tutto per ricucire un’amicizia compromessa, viene rifiutato dall’altra persona e fallisce nel suo tentativo di riconciliazione. Questo genere di sensi di colpa -  e sono molto diffusi, come ben sanno i confessori – è determinato dal non aver capito che cosa il cristianesimo effettivamente chieda in materia di amore fraterno. Innanzitutto non chiede di vivere riconciliati con tutti a tutti i costi. L’esempio più chiaro è Gesù stesso, e non c’è nemmeno bisogno di citazioni precise, tanto la cosa è evidente: Cristo non è mai riuscito a vivere in pace con tutti; c’è stato sempre qualcuno che lo ha odiato e perseguitato. Nel tentativo di vivere riconciliato con tutti, Lui ha fallito per primo. Quindi il Vangelo non chiede questo. Che cosa chiede allora? Il Vangelo chiede che ciascun uomo, perdonato da Dio, offra al suo prossimo un perdono incondizionato come atto interiore, anche se esteriormente può non raggiungere l’effetto della riconciliazione. La riconciliazione è infatti un incontro a metà strada, ma se l’altro non vuole riconciliarsi, non c’è nulla da fare, e il cristiano deve ritenersi a quel punto libero da ogni responsabilità. Avendo fatto il nostro possibile, si entra nella pace, anche se intorno a noi crolla il mondo. Dalla croce Cristo ha perdonato i suoi crocifissori, come atto interiore, ma non ha potuto riconciliarli con Sé: l’unico che ha sperimentato la riconciliazione è il ladro crocifisso accanto a Lui (cfr. Lc 23,39-43). Anche l’Apostolo Paolo si muove in questa linea, dicendo ai Romani: “Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti” (Rm 12,18). Paolo sente il bisogno di premettere all’esortazione alla pace ben due restrizioni: 1. se possibile; 2. per quanto questo dipende da voi. Anche lui, del resto, aveva fallito proprio come Cristo, nel tentativo di vivere in pace con tutti. Molto spesso la pace può essere solo un atto interiore, a condizione, ovviamente, che uno sia oggettivamente innocente e sia odiato per motivi indipendenti dalla sua volontà.Anche il Vangelo di Luca ha chiaro il fatto che la riconciliazione, intesa come ripristino dell’amicizia, può aversi solo in un incontro a metà strada: “Se [tuo fratello] si pente, perdonagli. Se pecca sette volte e sette volte ti dice ‘mi pento’, tu gli perdonerai” (Lc 17,3-4). E’ significativa la menzione ripetuta del pentimento: il tuo fratello che ha mancato, potrai perdonarlo se si pente; in sostanza, non potrai riconciliarlo con te, se oltre al peccato aggiunge anche la convinzione di essere nel giusto. E se pecca sette volte, deve pentirsi sette volte, perché possa verificarsi la riconciliazione. Anche qui, la misericordia e la giustizia, nella vita dei discepoli, devono restare in reciproco equilibrio.Secondo fraintendimento: a chi va fatta l’offerta della misericordia? Quelli che non conoscono il Vangelo rispondono: va fatta a tutti senza distinzione. Però, alla luce dei testi di Matteo e Luca sulla riconciliazione umana, non ci sembra che questa risposta sia del tutto esatta. Entrambi i testi si aprono con un frase condizionale quasi identica: “Se il tuo fratello…” (Mt 18,15); “Se un tuo fratello…” (Lc 17,3). La risposta circa il destinatario del perdono incondizionato è tutta in queste due parolette: tuo fratello. Vale a dire: l’offerta esplicita del perdono, dopo avere ricevuto un’offesa, può essere fatta senza pericoli soltanto a chi ti è fratello nella fede e nell’impegno della conversione. Chi non crede in Cristo, e non cammina nella fede, ragiona secondo il mondo, e perciò non può capire nella giusta luce la mia offerta di riconciliazione. E’ più facile che mi fraintenda, pensando che io voglia tenermelo amico per paura o per interesse o chissà per quale altro scopo. Non conoscendo la fede cristiana, potrà solo interpretare il mio gesto a modo suo e la situazione potrebbe peggiorare. In questi casi difficili sarà la conoscenza profonda del soggetto che mi sta dinanzi a indirizzarmi sull’atteggiamento più adeguato - cioè bisogna capire fino in fondo - che tipo di uomo è il non cristiano con cui mi trovo in relazione, mentre la prudenza e la maturità umana suggeriranno poi il da farsi.

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